L’identità sonora dei dialetti italiani: viaggio nella storia dei nostri suoni con il Prof. Pietro Maturi
Spesso ci concentriamo sulle parole e sul loro significato, ma ogni dialetto ha anche una propria identità sonora, fatta di pronuncia, vocali, consonanti, ritmo, intonazione e cadenza. Da dove nascono queste caratteristiche? Come si formano i suoni di un dialetto e perché cambiano da un territorio all’altro e quanto possono conservare tracce della storia e delle popolazioni che hanno abitato quei territori?
Lo chiediamo al Prof. Pietro Maturi, docente di Linguistica italiana presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, esperto di linguistica italiana e dialettologia, con particolare attenzione anche agli aspetti fonetici e fonologici della lingua. Il suo lavoro riguarda non solo le parole e le strutture dei dialetti, ma anche i suoni e le modalità con cui la lingua parlata si realizza. Ha pubblicato volumi e articoli nel settore della dialettologia, della fonetica e della sociolinguistica italiane, oltre che nel campo dell’educazione linguistica.
Professore, da dove nasce un dialetto? Quali sono i principali elementi che determinano il modo in cui viene parlato?
I dialetti che sono parlati oggi in Italia nascono dal latino. Sono il risultato di un’evoluzione del latino che inizia già durante la piena latinità e poi attraversa i secoli e i millenni, arrivando fino a noi ininterrottamente. È un processo spontaneo e continuo, che avviene nel passaggio da una generazione all’altra, nell’apprendimento dei bambini e delle bambine del dialetto parlato dai genitori. A questa evoluzione contribuiscono anche i contatti con altre lingue. Nel corso dei millenni ogni parte d’Italia ha avuto incontri con le lingue più varie: lingue germaniche, l’arabo, lingue provenienti dalla Francia, il greco bizantino e così via. Ogni località ha avuto la sua storia, i suoi contatti politici, militari, commerciali e culturali e ha quindi subito, in parte, il condizionamento di queste altre lingue, senza però interrompere questa evoluzione continua.
Quando parliamo di dialetti, quanto è importante la componente sonora, oltre alle parole e alla grammatica? Da dove derivano i suoni caratteristici di un dialetto? Sono il risultato dell’evoluzione nel tempo o possono essere influenzati anche dalle popolazioni con cui una comunità è entrata in contatto?
Naturalmente tutto quello che è orale non è documentato. Non possediamo registrazioni prima del XX secolo e abbiamo solo tracce molto indirette di quello che può essere successo prima. Abbiamo tracce dei dialetti come sono stati scritti e quando sono stati scritti, perché i dialetti, per definizione, sono varietà prevalentemente orali. Abbiamo quindi pochissime tracce della loro evoluzione e, in qualche caso, possiamo ricostruire solo in modo induttivo che una determinata caratteristica di un certo dialetto possa dipendere da una lingua prelatina. Per esempio, alcuni linguisti hanno ipotizzato che la ü del dialetto milanese o ligure sia una traccia delle antiche lingue celtiche. Oppure è stato ipotizzato che il passaggio del gruppo consonantico nd a nn, come nei dialetti meridionali, come in “munno” per “mondo”, sia legato a questa radice pre-romana, a questo mondo italico osco delle lingue del Sannio che si parlavano prima del latino. Però sono illazioni non verificabili, non dimostrabili e comunque si riferiscono a qualche traccia, a qualche piccolo elemento. Non si può ricostruire l’intera evoluzione bimillenaria dei suoni dei dialetti. Questo va collegato al fatto che i dialetti sono stati trasmessi oralmente e quindi tutto quello che è accaduto è, per definizione, non documentabile. I dialetti sono stati scritti poco, raramente, solo alcuni. Il napoletano è certamente stato molto scritto, ma negli ultimi secoli; di tracce precedenti ce ne sono pochissime.
Ma noi in Italia parlavamo il latino: come mai si è passati alla lingua volgare? E che cosa accadde quando il latino si diffuse?
Prima del latino si parlavano altre lingue: il greco nelle colonie della Magna Grecia, inclusa Napoli; l’osco e l’umbro nei territori interni abitati da popoli italici; l’etrusco non solo nell’attuale Toscana, ma in un’Etruria anticamente molto più ampia; e altre lingue nel Nord Italia, come le lingue celtiche. Quando il latino arrivò, dovette quindi fare i conti con queste lingue precedenti e a volte ebbe anche molta difficoltà a imporsi. A Napoli, dalla conquista romana fino alla scomparsa del greco, passarono circa cinquecento anni. Alla fine il latino si impose e diventò la lingua di tutta l’Italia, naturalmente non solo dell’Italia, ma anche della Gallia, dell’Hispania e così via. Però, avendo avuto questi precedenti locali, già lì il latino non era uguale dappertutto. Il latino appreso dai napoletani che parlavano greco era già diverso dal latino appreso dai liguri e dai popoli del Nord Italia che parlavano una lingua celtica. Quindi già lì ci furono le prime tracce di una differenziazione regionale che successivamente aumentò. Il potere di Roma a un certo punto venne meno e il crollo dell’Impero comportò anche la fine di tutta una serie di condizionamenti culturali e politici da parte di Roma. Ogni regione seguì la propria storia, i propri contatti e le proprie esperienze con altre lingue. Questo latino, già differenziato fin dall’inizio, si diversificò sempre di più e alla fine produsse delle lingue romanze, delle varietà volgari, come si diceva nel Medioevo, sempre più diverse l’una dall’altra, fino a diventare a un certo punto reciprocamente incomprensibili, pur avendo la stessa identica origine.
Possiamo dire che i dialetti sono le vere lingue dei popoli?
Certamente i dialetti in Italia sono il prodotto continuo di questa evoluzione, quindi sono effettivamente le varietà parlate prodotte in loco, per così dire. L’italiano invece è una di queste lingue locali, quella di Firenze, che ha subito dei cambiamenti anche dovuti all’uso letterario e che poi, a un certo punto, ha iniziato a diffondersi al di fuori di Firenze e della Toscana, diventando la lingua nazionale e andando ad aggiungersi ai dialetti locali, a volte a sostituirsi a essi. Sappiamo infatti che i dialetti hanno vissuto una fase di riduzione dell’uso in seguito alla crescente diffusione dell’uso anche parlato dell’italiano.
Perché due territori anche molto vicini possono avere pronunce, suoni e cadenze molto diverse?
Questa è la variazione dei dialetti nello spazio, quella che noi chiamiamo diatopica. In certi casi la differenza tra due dialetti anche vicini può essere notevole perché fra loro passa un confine linguistico. I linguisti li chiamano isoglosse, cioè linee che delimitano aree caratterizzate dalla presenza di determinati fenomeni linguistici. Per esempio, tra i dialetti dell’Italia centrale e dell’Italia settentrionale passano dei confini linguistici abbastanza netti, per cui a distanza di poche decine di chilometri, attraversando l’Appennino, si possono trovare differenze rilevanti. Poi c’è una dimensione più piccola, quella dei territori più ristretti. La differenza tra i dialetti di ogni località e di quelle circostanti è molto percepibile soprattutto alle persone del luogo. Un italiano del Nord non sente la differenza tra due dialetti campani di due paesi vicini: alle sue orecchie sembrano identici. Gli abitanti di questi due paesi, invece, percepiscono soprattutto le differenze tra i due dialetti. In Campania ci sono anche casi, per così dire, proverbiali di località vicine con dialetti che presentano differenze relativamente piccole e che i cittadini del posto considerano diversissimi l’uno dall’altro. Per esempio Torre del Greco e Torre Annunziata, che sono due città vicinissime, confinanti, eppure gli abitanti dell’una considerano il dialetto dell’altra, in genere, molto negativamente. C’è quindi anche una sorta di campanilismo dialettale che esaspera la percezione delle differenze. Le differenze ci sono dovunque e i linguisti parlano di continuum dialettale, cioè di una situazione per cui, attraversando un territorio da un punto A a un punto B lungo una linea, la variazione linguistica è più o meno costante. Le differenze piccole, di pochi chilometri, le percepiscono soprattutto gli abitanti del posto; quelle di decine o centinaia di chilometri sono invece molto più percepibili anche da parte dei non nativi.
Quando diciamo che un dialetto ha una particolare “cadenza” o “musicalità”, cosa stiamo realmente percependo dal punto di vista linguistico? Quanto contano intonazione, ritmo, vocali e consonanti nel riconoscere la provenienza di una persona?
Riconosciamo un dialetto, o la regione di provenienza di una persona, anche se non capiamo quello che sta dicendo. E se la riconosciamo, evidentemente è sulla base di caratteristiche ritmiche, che chiamiamo soprasegmentali, cioè quelle che riguardano non il singolo suono ma l’insieme dell’andamento e della melodia della frase, e di caratteristiche segmentali, cioè quelle che riguardano i singoli suoni vocalici e consonantici. Si tratta di quello che normalmente viene definito accento e l’insieme di tutte queste cose è la somma percettiva di singole caratteristiche che ci permettono di dire che una persona viene dalla Sicilia, un’altra dalla Sardegna, un’altra dal Veneto e così via, pur non capendo la singola parola o il senso di quello che viene detto.
È possibile che la cadenza di un dialetto conservi tracce molto antiche della storia di un territorio, anche quando quelle lingue antiche non vengono più parlate?
Sì, è possibile, anzi è molto probabile, ma non è documentabile. Questi fenomeni sono orali e quindi non hanno lasciato traccia nella documentazione antica, medievale o moderna. Possiamo certamente ipotizzare che certe caratteristiche contemporanee vadano attribuite a un’eredità molto antica, ma non abbiamo la possibilità di dimostrarlo con certezza. Inoltre, anche in un piccolo territorio, ci possono essere differenze tra un luogo e un altro sul piano del ritmo, della cadenza e dell’intonazione. Due località vicine che hanno avuto storie molto simili possono presentare differenze cospicue ma le nostre limitate conoscenze non ci consentono di trovare delle spiegazioni. A volte si ipotizza addirittura che certe differenze tra località vicine siano state accentuate dalle comunità proprio per differenziarsi l’una dall’altra, per rafforzare la propria identità contro quella del proprio vicino. Però sono sempre fatti speculativi e non documentabili.
È possibile ricostruire o addirittura costruire, attraverso l’intelligenza artificiale, il modo in cui suonava un dialetto centinaia di anni fa, anche se non abbiamo registrazioni?
Tentativi probabilmente se ne possono fare e chissà che qualcuno non ci abbia già provato. A me non risulta, ma è possibile che ci si provi. Sono però come quelle ricostruzioni del viso dei nostri antenati che non abbiamo mai visto e che non potremo mai sapere quanto siano realistiche. Sono sicuro che si tenterà, ma non sono altrettanto sicuro dell’attendibilità dei risultati: potrebbero anche essere affidabili, ma non avremo mai modo di saperlo.
I contatti con altre popolazioni possono modificare anche il modo di pronunciare i suoni, oppure influenzano soprattutto le parole?
Una significativa parte dell’effetto di questi contatti con altre popolazioni sta nel vocabolario. I contatti spesso sono di tipo commerciale, per esempio il commercio di prodotti alimentari, per cui ad esempio arrivano parole arabe che indicano determinati frutti o ortaggi. Oppure ci possono essere parole dell’ambito politico e militari che possono essere arrivate da noi attraverso le lingue germaniche, come il longobardo. C’è quindi una grossa parte dell’influenza dei popoli stranieri legata al vocabolario, più che alle forme della pronuncia.
Prendiamo il napoletano: quali sono gli elementi fonetici e sonori che lo rendono immediatamente riconoscibile?
Abbiamo sicuramente delle differenti cadenze del napoletano: quella melodica e armoniosa del napoletano classico della canzone e del teatro e quella invece nervosa, sincopata, contratta del napoletano attuale del rap e delle serie tv. Ci sono anche alcuni suoni tipici del napoletano che vengono riconosciuti dai non napoletani come “bandiera”. A volte si parla di tratti bandiera in linguistica, cioè di singoli fatti che non sono magari neanche i più importanti, ma che vengono usati come simbolo. Nel caso del napoletano, certamente la vocale centralizzata, il cosiddetto schwa, è tipica e immediatamente riconosciuta dai non napoletani. Un altro tratto molto utilizzato dai non napoletani per riconoscere il napoletano, a volte anche stigmatizzato o ridicolizzato, è quello del suono “sh” in parole come sporco o scuola. In napoletano esistono delle regole molto precise che trasformano la s in “sh” in certi casi e non in altri, mentre quando altri fanno la parodia del napoletano lo collocano dappertutto. È un esempio di come una caratteristica peculiare del napoletano venga utilizzata da altri per riconoscere il napoletano stesso, ma anche fraintesa e utilizzata a sproposito quando si vuole fare un’imitazione o una parodia.
La particolare cadenza napoletana può essere collegata alla lunga storia linguistica di Napoli e ai diversi popoli e culture che sono entrati in contatto con la città?
Dal punto di vista della cadenza, o dell’accento, o dell’intonazione, il napoletano non appartiene a un’unica tipologia. Basti pensare a quanto, come dicevamo, sia diverso il suono del napoletano tramandatoci dal teatro, per esempio dal teatro di Eduardo, o dalla canzone napoletana classica: un suono melodico, con un ritmo regolare delle sillabe. Quanto è diverso questo dal napoletano che oggi vediamo, per esempio, in certe serie televisive come Gomorra, che ha un suono completamente diverso dall’altro. Anche all’interno di un unico dialetto ci possono essere varietà significativamente diverse. Si può parlare di una differenza legata all’evoluzione nel tempo, oppure si può pensare a una differenza legata ai contesti sociali. Contesti sociali sottoproletari, come quelli rappresentati in queste serie televisive, hanno un tipo di dialetto napoletano diverso da quello rappresentato nella canzone e nel teatro classico, che invece probabilmente rifletteva il dialetto della borghesia napoletana. C’è quindi anche questa ulteriore complicazione: le differenze possono essere legate all’evoluzione nel tempo, ma anche all’uso delle diverse classi sociali, dei diversi quartieri e delle diverse parti del territorio, anche di una singola città come Napoli.
Possiamo dire che il napoletano è una lingua internazionale?
Che sia internazionale lo possiamo dire. Resta il dubbio sull’uso della parola “lingua”, nel senso che il napoletano spesso viene definito lingua, ma di fatto non è utilizzato come lingua: non scriviamo testi di chimica o di informatica in napoletano, non scriviamo corpora di leggi in napoletano. È una varietà utilizzata soprattutto per il parlato e in piccola parte per la letteratura. Non è la lingua ufficiale di Napoli, della Campania o del Mezzogiorno. Da questo punto di vista non lo possiamo definire lingua ufficiale di nessun luogo della terra. Nello stesso tempo è qualcosa di estremamente conosciuto, anche internazionalmente, perché Napoli ha prodotto una grande quantità di letteratura in dialetto, soprattutto di poesia, ma anche di racconti come quelli del Pentamerone di Giambattista Basile nel Seicento. Ha prodotto anche opera lirica in napoletano, con opere del Settecento napoletano, e la grande canzone napoletana classica, studiata nei conservatori anche in Giappone e in Cina. Quindi sì, il napoletano si potrebbe definire uno dei dialetti più famosi del mondo. È difficile trovare un dialetto, cioè una lingua locale, una varietà locale non ufficiale, che abbia tanta circolazione internazionale. E poi c’è tutto il discorso della diaspora napoletana: milioni, o forse anche decine di milioni, di napoletani, campani e meridionali sono emigrati nel secolo scorso e vivono in tutto il mondo. Molto spesso hanno imparato la lingua del Paese dove vivono, ma non conoscono l’italiano. Ci sono, per esempio, famiglie americane dove si parla inglese e dialetto napoletano. Anche in questo senso il napoletano è abbastanza diffuso nel mondo, perché i nostri conterranei emigrati spesso lo hanno conservato per generazioni. L’aspetto principale dell’internazionalità del napoletano sta comunque nella diffusione della canzone, dell’opera e del teatro napoletani.
Una persona può abbandonare il dialetto e parlare prevalentemente italiano, ma conservare comunque la cadenza della propria zona? Come si spiega questo fenomeno? Possiamo dire che, ascoltando una cadenza, ascoltiamo in qualche modo anche la storia linguistica di quel territorio?
Sì, è proprio così. In Italia, dappertutto e in tutte le regioni italiane, fino almeno a tutto l’Ottocento e alla prima parte del Novecento i dialetti erano parlati sostanzialmente da tutti e l’italiano era conosciuto solo da pochi: quelli che avevano occasione di studiare, di frequentare le scuole per molti anni e di svolgere professioni intellettuali. Ma le stesse persone intellettuali, nella vita quotidiana, parlavano dialetto. Un esempio storico è quello di Alessandro Manzoni che, pur essendo considerato a ragione un intellettuale che ha contribuito in modo fondamentale alla formazione dell’italiano contemporaneo, nella vita privata parlava in milanese o tutt’al più in francese nei salotti bene di Milano, della Francia e della Svizzera che frequentava. L’italiano era una lingua molto poco parlata dagli stessi intellettuali che la usavano per scrivere, ma non la parlavano. Nell’Italia contemporanea, invece, l’italiano è la lingua che parliamo nella nostra vita quotidiana. Il dialetto è usato oggi da una parte della popolazione, ma non da tutti e sempre meno. Questa trasformazione non è avvenuta dall’oggi al domani. È avvenuta nel passaggio di generazione in generazione, però in poche generazioni: tre o quattro. Ognuno di noi, se guarda alla propria famiglia, troverà che i propri genitori, oppure i nonni o i bisnonni, parlavano ancora il dialetto, mentre noi, che siamo venuti dopo, parliamo esclusivamente o prevalentemente in italiano. In questo passaggio l’italiano appreso da famiglie e comunità precedentemente dialettofone ha assorbito alcune caratteristiche dei dialetti precedenti. È sempre lo stesso discorso: come il latino parlato dai greci di Napoli era diverso dal latino parlato dai celti del Nord Italia, così è oggi. È sempre italiano, ma è italiano della Sicilia, della Romagna, della Liguria. Le popolazioni sono passate velocemente dal dialetto all’italiano e hanno conservato alcune caratteristiche dei dialetti, certamente legate alla cadenza, ma anche al vocabolario: le parole della casa, dell’uso più domestico, della cucina sono spesso quelle tipiche dei dialetti locali. Anche parlando italiano alcuni napoletani dicono scuola con una particolare realizzazione della s, e molti settentrionali omettono le consonanti doppie. Ci siamo portati dietro un po’ di eredità dei nostri dialetti anche quando siamo passati a utilizzare prevalentemente l’italiano.
Il sardo, invece, è un discorso tutto a parte?
Sì, il sardo è un discorso tutto a parte. Per convenzione condivisa da tutti gli studiosi di lingue romanze, le caratteristiche dei dialetti parlati in Sardegna sono talmente originali e lontane da quelle del resto d’Italia che non si possono far rientrare nello stesso gruppo a cui appartengono i dialetti italiani. Si parla quindi di lingua sarda. Però c’è un piccolo paradosso: si parla di lingua sarda, ma in realtà esistono tanti dialetti sardi e c’è una grande difficoltà a costruire una lingua sarda comune per tutti. La lingua sarda è più un progetto che una realtà, perché ci sono tantissimi dialetti parlati nell’isola, che è grande e ha una geografia tale per cui nel passato molte comunità erano isolate sui monti o nelle varie parti dell’isola. Le differenze erano e sono grandi. Tanti dialetti hanno alcune cose in comune, molto lontane dall’italiano, ma non è facile costruire qualcosa di comune per tutta la Sardegna. Ci si sta provando. Ci sono tentativi anche voluti dalla Regione Sardegna di istituire una lingua comune, ci lavorano politici e linguisti, ma è un processo lento e difficile, che si scontra anche con l’orgoglio delle varie parti dell’isola, legate ai propri rispettivi dialetti.
Anche in provincia di Lecce mi sembra che si parli ancora una varietà di lingua greca?
Sì. Il Salento è un’area dialettale distinta da quella pugliese: si parla di dialetti pugliesi e di dialetti salentini come due gruppi molto diversi l’uno dall’altro. I dialetti salentini hanno più caratteristiche comuni con quelli calabresi e siciliani e formano un gruppo costituito appunto da Salento, Calabria e Sicilia. Inoltre, in tanti comuni della provincia di Lecce ci sono comunità di lingua greca. È una lingua diversa dal greco parlato oggi in Grecia e naturalmente anche dal greco antico. È qualcosa che appartiene al gruppo greco e che è stato portato in Salento da gruppi di migranti che, nel corso dei secoli, grosso modo tra il XIV e il XVI secolo, sono fuggiti per tante ragioni dalla Grecia: epidemie, carestie, persecuzioni religiose e quant’altro. Si sono stabiliti in quel territorio conservando la propria lingua, i propri usi e costumi. Oggi c’è anche una rivitalizzazione di queste varietà greche del Salento attraverso la canzone, i canti popolari e, in certi casi, anche la musica rock. Non è l’unico caso in Italia. Ci sono tantissimi altri casi, in quasi tutte le regioni italiane, di quelle che noi chiamiamo isole linguistiche: comuni singoli o comunità isolate dove si parla una lingua straniera che viene da un altro Paese. Ci sono comunità albanesi in Calabria, soprattutto, ma anche in Sicilia, Campania, Basilicata e Molise; comunità croate in Molise e Abruzzo; nel Nord Italia comunità di origine germanica, non solo nell’Alto Adige, ma anche più isolatamente in Piemonte e Veneto. L’Italia è costellata da queste presenze di lingue diverse. Perfino in Sardegna, oltre al sardo, c’è una città, Alghero, di lingua catalana. In ogni caso ci sono spiegazioni storiche legate a migrazioni, antiche dominazioni e così via. Queste lingue, tra l’altro, sono protette dalla legge: esiste una legge del 1999 che protegge le comunità linguistiche alloglotte, cioè di lingua diversa, come quelle albanesi, greche, catalane, tedesche, francesi, slovene e provenzali.
Quali strumenti utilizza oggi la linguistica per studiare scientificamente i suoni, l’intonazione e la cadenza dei dialetti?
Da un lato ci si affida all’orecchio dei dialettologi e dei linguisti, che raccolgono materiali, registrano e trascrivono con sistemi scientifici, come l’Alfabeto fonetico internazionale, cercando di riprodurre i suoni nella maniera più precisa e oggettiva possibile. Dall’altro lato esiste un ampio settore di ricerca basato su strumentazioni oggi tutte di natura digitale che, a partire dai suoni registrati, effettuano analisi di tipo acustico, fisico. Si parla di analisi spettroacustica: si riconoscono le caratteristiche materiali dei suoni e si possono rappresentare con grafici e tabelle in forma grafica molto complessa. Questi strumenti hanno il vantaggio, rispetto all’orecchio, di una maggiore oggettività, perché le macchine misurano quello che è, mentre l’orecchio deve sempre interpretare. Esiste quindi una diffusissima branca di studi che non riguarda solo i dialetti, naturalmente, ma anche le lingue. Lo studio dei dialetti, nel settore della fonetica acustica, è marginale rispetto allo studio delle lingue, però esiste anche questo e ci sono studiosi importanti di dialetti che fanno uso delle strumentazioni spettroacustiche.
Se dovesse scegliere un solo elemento del napoletano per spiegare a una persona perché “suona napoletano”, quale sceglierebbe?
Molti raddoppiamenti consonantici sono riconosciuti come tipici del napoletano: consonanti che vengono raddoppiate all’inizio delle parole, per esempio, o anche all’interno delle parole. Potrebbe essere un altro elemento che colpisce l’orecchio dei non nativi.
Possiamo quindi considerare la cadenza di un dialetto una sorta di “impronta sonora” della storia di una comunità?
Certamente la cadenza di un dialetto è il risultato di innumerevoli fattori evolutivi, così come il comportamento di una persona è il risultato di tutta la sua esperienza biografica. È difficile però andare più lontano di questo. Possiamo dire che quello che osserviamo oggi è il risultato di tutto quello che c’è stato nel passato, ma è molto più difficile dire: questo tale aspetto dipende da questa invasione saracena dell’XI secolo e quest’altro dipende invece dalla presenza dei governanti spagnoli del XVII secolo. Questo è veramente più difficile.
Cinzia Notaro