«Non mi snudare senza ragione»: severità morale contro il declino contemporaneo

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Dall’esempio storico del celebre condottiero alle sfide della modernità contemporanea: perché la decisione immediata e la severità dei valori devono sostituire il compromesso borghese e la discussione infinita.

La modernità contemporanea si presenta come una landa desolata di relazioni frammentate, una “società liquida” in cui il trionfo dell’utilitarismo economico e la progressiva burocratizzazione delle esistenze hanno ridotto l’agire politico a una grigia, asettica gestione contabile dell’esistente. In questo scenario di radicale neutralizzazione etica, dove ogni afflato ideale viene sistematicamente sacrificato sull’altare del marketing elettorale e del conformismo tecnologico, non è più sufficiente proporre riforme tecniche o programmi di governo interscambiabili. Si avverte l’urgenza storica di una vero e proprio cambiamento spirituale: un ribaltamento radicale delle priorità che rimetta al centro la comunità nazionale, subordinando l’economia all’etica e il benessere materiale alla crescita interiore.

Per rispondere a questa sfida epocale, la cultura politica non può più attingere al razionalismo critico o a un intellettualismo scettico che, pur avendo storicamente disciolto vecchi dogmi, oggi si traduce in una paralisi decisionale e in un relativismo sterile. È necessario, al contrario, riattualizzare quelle correnti del pensiero d’azione che nella prima metà del Novecento italiano – da Filippo Tommaso Marinetti a Giovanni Gentile , fino all’intransigenza etica di Niccolò Giani – identificarono la realtà non come un dato oggettivo da subire passivamente, ma come il risultato continuo dell’atto, dell’audacia e della volontà umana.

Una visione totale del mondo in cui la vita acquista significato solo quando si fa progetto comunitario, movimento e superamento continuo dei limiti individuali. In questo percorso di ricostruzione ideale, il richiamo alla storia non deve scadere in una sterile nostalgia archeologica o in un passato da raccontare gustando un sorbetto nei salotti buoni. La storia è un serbatoio di forze mitiche e psicologiche capaci di orientare l’azione presente. All’interno di questa costellazione di simboli, spicca una figura come quella di Giovanni dalle Bande Nere il celebre condottiero rinascimentale richiamato anche alla memoria con il film “Il mestiere delle armi ” di Ermanno Olmi, si erge come un matrice spirituale e politica di assoluta attualità.

Non vogliamo rappresentare semplicemente dei  capitani di ventura, ma l’incarnazione plastica del volontarismo politico e della sintesi perfetta tra pensiero e azione. Questo tant’è vero se guardiamo alla simbologia che gli appartine con il celebre motto scrittogli sulla lama della statua dedicata da Temistocle Guerrazzi e custodita nel loggiato degli uffizi a Firenze “Non mi snudare senza ragione. Non mi impugnare senza valore”. In un’epoca di transizione, frammentazione e declino degli Stati italiani, egli scelse di imporre un’esigenza di severità morale e di concretezza strategica attraverso l’atto d’imperio della volontà. Egli è il rigetto della rassegnazione fatalista, è la dimostrazione storica che vi sono momenti in cui la discussione infinita deve cedere il passo alla decisione immediata, poiché il pensiero si valida solo nell’opera compiuta e non nelle ipotesi astratte.

Possiamo, dobbiamo prendere anche un altro  riferimento più a noi vicino , col film  “Comandante” , perfetto per ricordare che ‘duemila anni di Storia’ ci impongono l’obbligo morale di restare umani, proprio come fece il comandante Salvatore Todaro nell’Atlantico del 1940 quando scelse di salvare i suoi stessi nemici dall’annegamento. E comunque adottare oggi queste figure  come matrice culturale significa rigettare la mentalità del compromesso borghese e il quietismo conformista. Significa riconoscere il primato di una fede laica intesa come adesione totale, sentimentale e razionale a un sistema di valori ancestrali rispetto al calcolo costi e benefici che anestetizza le società moderna.

La sua leadership, fondata sul rischio vissuto in prima persona e sulla condivisione del destino dei suoi uomini, offre il modello antropologico opposto a quello delle odierne oligarchie tecnocratiche, selezionate per fedeltà clientelare o per fredde competenze burocratiche. Nessuna rigenerazione è però possibile senza una forza motrice biologica e spirituale capace di incarnarla: la gioventù è non solo anagrafica ma di “spirito”. Le culture educative contemporanee, spesso prigioniere di un permissivismo educativo che accarezza le fragilità dell’individuo anziché temprarne il carattere, hanno fallito nel forgiare soggetti capaci di opporsi alla deriva materialistica. Contro la consuetudine agnostica del “adesso non si può dire, adesso non si può fare”, è necessario proporre una formazione della severità, fondata sul dovere e sull’esempio. I giovani non possono accettare passivamente le idee come concetti statici o opinioni interscambiabili, devono conoscerle fino a possederle come profonde convinzioni morali, per farne una forza propria che determini l’azione sul reale. La gioventù militante si configura così come un’avanguardia strutturata su due canali indissolubili.
Soggetti dotati di un pensiero autonomo, radicale, strutturalmente refrattario alle mode passeggere del conformismo woke , “chi sposa le mode rimane presto vedovo”, e dell’utilitarismo transitorio. Menti pronte a scardinare le sovrastrutture mentali del vecchio mondo individualista per riaffermare l’ordine profondo della comunità.

Persone dallo spirito forte e vitale, che non cercano la comodità o una vita facile senza dolori, ma scelgono di vivere con coraggio, affrontando a testa alta ogni sfida interiore. Giovani pronti alla lotta chiaramente, intesa come condizione normale dello sviluppo umano e alla rinunzia, come strumento di purificazione dai bisogni fittizi. Questa idea si deve muovere nello spazio pubblico non per cercare il successo personale o il tornaconto immediato, ma è mossa da una profonda generosità, che si esprime nel dono incondizionato del proprio tempo e delle proprie competenze alla causa comune. È l’accettazione consapevole di una disciplina collettiva in cui l’individuo decide liberamente di subordinare il proprio egoismo a un disegno organico e nazionale.

Un popolo che rinuncia all’idea del sacrificio è una comunità strutturalmente destinata alla decadenza. Al contrario, concepire la vita come una militanza permanente significa riconoscere che l’uomo isolato è soltanto un’astrazione impotente; egli acquista realtà, spessore storico e durata nel tempo solo riversando le proprie migliori energie nel corpo sociale di cui fa parte. Il sacrificio totale o parziale di sé per la collettività nazionale non viene vissuto come una perdita o una mutilazione della propria libertà, bensì come il massimo compimento della propria individualità. Questa tensione etica porta inevitabilmente alla spiritualizzazione della politica. L’attività pubblica deve cessare di essere una mera tecnica elettorale per tornare a configurarsi come la forma suprema dell’attività morale di un popolo, capace di rispondere alle domande fondamentali sul senso dell’esistenza e sul destino collettivo.

In questa visione totale, non vi è separazione ipocrita tra sfera privata e sfera pubblica: l’integrità dell’individuo deve riflettersi in ogni aspetto della sua esistenza, legandone il destino a quello della nazione. A cementare questa unità spirituale interviene il culto laico della memoria e la sacralità dei caduti. Una civiltà si riconosce dai martiri che venera, siano essi i soldati sui campi di battaglia o coloro che spendono la propria vita e il proprio sangue nell’adempimento del dovere quotidiano. La ritualità collettiva attorno a questi simboli trasforma il passato in un presente eterno, ponendo un vincolo morale assoluto sui vivi: l’obbligo di vivere all’altezza del loro esempio e di continuare la loro opera senza flessioni, svendite o compromessi. Il fine ultimo di questa vasta operazione filosofica, pedagogica e politica è la selezione di una nuova classe dirigente. Essa non dovrà fondare la propria legittimità sul censo, sui titoli formali, sulle dinamiche clientelari o sulla capacità manipolatoria del consenso mediatico. Dovrà configurarsi, al contrario, come una vera e propria aristocrazia dello spirito e del carattere. Il suo unico titolo di legittimità risiederà nella capacità di dimostrare nei fatti, attraverso le opere e lo spirito di servizio, di essere degna di una grande comunità nazionale. I capi di questa nuova stagione politica e culturale dovranno obbedire a una regola ferrea ed esemplare: essere i primi nella linea del dovere e gli ultimi in quella del privilegio. Le loro azioni dovranno parlare più delle loro parole, mostrando una coerenza assoluta tra la dottrina ideale e la pratica quotidiana.

Finché l’Italia sarà capace di generare nuclei di uomini, giovani, comuntà disposte a fare della propria vita una testimonianza vivente di questa austerità spirituale laica, nessuna speranza andrà perduta. L’esempio di pochi, temprato sulla severità del dovere e ispirato da modelli di audacia come Giovanni dalle Bande Nere, diventerà la forza motrice per la rinascita e il risorgimento dei molti. Non siamo chiamati a risolvere da soli i grandi mali del secolo, ma a rispondere con coraggio alle sfide del nostro tempo. Scriveva J.R.R. Tolkien: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo…». La salvezza del domani comincia dalla cura dal sacrificio abnegazione che decidiamo di mettere, oggi, nei piccoli campi della nostra quotidianità.

Rodolfo Frassanito