Nelle carceri c’è ancora “spazio” per lo spirito olimpico e per altro

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Rebibbia, 8 febbraio 2026 – 402° giorno di carcere. Abbiamo assistito in televisione all’inaugurazione delle Olimpiadi invernali di Milano e Cortina: bellissimo spettacolo ispirato alla pace e all’armonia tra i popoli. Peccato che questo messaggio si sia incrinato quando abbiamo visto sfilare le delegazione degli atleti delle varie nazioni, in cui spiccava l’assenza della bandiera e della delegazione russa. Come se fosse colpa degli atleti russi se l’Ucraina è stata invasa.

La cosa ci sembra tanto più sbagliata se pensiamo che tutti, a cominciare da Papa Leone, hanno chiesto di rispettare la “tregua olimpica”. Cioè si chiede alla Federazione Russa di rispettare la tregua per dei Giochi olimpici da cui sono stati esclusi, proprio mentre sono finalmente in corso le trattative tra Ucraina, Russia e Usa.

Noi povere persone detenute abbiamo però un esempio da dare. Nella scassata e arrugginita palestra del braccio G8 si allenano insieme due persone detenute: l’ucraino Elder e il russo Adrian. Stanno per conto loro, parlano tra loro in russo, discutono sommessamente dei pesi da mettere sul bilanciere e delle migliori tecniche per allenarsi. Due giovani uomini, forti come querce, con le loro barbe, più lunga e più bionda quella dell’ucraino, più corta e più nera quella del russo. Quando gli abbiamo fatto notare la cosa, hanno leggermente sorriso e ci hanno chiesto: che c’è di strano? E così è difficile non pensare che quella in Ucraina sia una guerra fratricida tra due popoli storicamente legati insieme.

Ma quello su cui ora è importante riflettere è che lo sport, soprattutto quello olimpico, dovrebbe essere superiore ed estraneo a ogni guerra, dovrebbe servire per dimostrare – come pure è stato detto nei discorsi ufficiali a San Siro – che è possibile sfidarsi e competere tra popoli diversi, senza fare la guerra, senza uccidere e bombardare nessuno. Abbiamo parlato, separatamente, con Elder e Adrian, sono entrambi fedeli ai loro paesi e ai loro governi, ma non per questo si odiano al punto da non aiutarsi reciprocamente a vivere l’esperienza della galera.

Venendo ai fatti di casa nostra, abbiamo appreso che il Governo ha finalmente trovato il rimedio al sovraffollamento carcerario: nel nuovo decreto sicurezza ci sono le norme per consentire agli agenti del Nucleo investigativo della Polizia penitenziaria di infiltrarsi nelle carceri, cioè di nascondere tra le persone detenute degli “agenti sotto copertura” che si fingeranno anch’essi detenuti e potranno commettere, con tanto di scudo penale, dei reati utili al loro accreditamento e alle loro indagini.

In un articolo del Messaggero del 7 febbraio leggiamo testualmente: “la possibilità di infiltrare uomini (e donne) era stato caldeggiato dagli addetti ai lavori alle prese con un universo carcerario in fermento crescente, alla luce di alcune sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani per cui l’Italia è stata costretta ad adottare il regime aperto dei detenuti al fine di garantire i metri quadri minimi pro capite previsti (un minimo di 3 metri per 3). Sono stati, dunque, introdotti gli ‘spazi aperti’. In pratica i detenuti trascorrono ormai molte ore nelle aree comuni, limitando la permanenza nelle celle. ‘Significa – come spiega un agente di lungo corso – che sparuti operatori in turno si trovano a dover gestire o fronteggiare decine o centinaia di reclusi’.”

Siccome non pensiamo che queste siano considerazioni personali della giornalista che ha scritto il pezzo, dobbiamo temere che siano effettivamente le motivazioni che hanno spinto il Governo ad adottare queste norme. Insomma, si ammette che il sovraffollamento rende ingestibili le carceri, mettendo in grave difficoltà i pochi agenti presenti negli istituti e che questa è la condizione più favorevole per chi vuole continuare a commettere reati mentre è in galera. Si ammette che la Corte Europea ha sanzionato l’Italia per “condizioni inumane e degradanti” all’interno dei penitenziari, ma si fa un pasticcio sugli “spazi aperti” che non sono affatto sufficienti per rendere meno inumane queste condizioni (infatti i Tribunali di sorveglianza continuano ad applicare la riduzione del 10% di pena prevista dall’Ordinamento per queste situazioni di oggettiva “tortura”). In realtà questi spazi aperti dovrebbero servire per consentire i programmi per la “rieducazione delle persone detenute” prevista dall’art. 27 della Costituzione, programmi resi sempre più difficili proprio dal numero eccessivo di persone detenute. Ma di fronte a tutto questo, invece di operare per ridurre il sovraffollamento e rendere più umane, sicure e controllabili le condizioni carcerarie, si pensa bene di sovraffollare ulteriormente le carceri con agenti sotto copertura!

Complimenti: il passo successivo della lotta al sovraffollamento quale sarà? Decimare le persone detenute attraverso fucilazione? Non andiamo oltre, perché non sta certo a noi giudicare se agenti sotto copertura siano effettivamente utili per compiere le indagini nelle carceri. Ma il paradosso sul sovraffollamento è così evidente che non potevamo non evidenziarlo.

Ci permettiamo però di fare una proposta: visto che in questo decreto legge si parla di sicurezza nelle carceri, perché qualche parlamentare non inserisce anche un articolo che consenta alle altre Forze dell’Ordine, oltre la Penitenziaria, di fare il servizio scorta alle persone detenute che devono essere portate nei presidi sanitari esterni alle carceri? E che, in più, preveda l’utilizzo dei medici militari negli istituti di pena dove manca il personale per le visite specialistiche? Se si parla di sicurezza, anche il problema della sicurezza sanitaria delle persone detenute – messa gravemente a rischio dalla carenza di scorte e di medici specialisti – dovrebbe essere seriamente affrontato.

Ah già, scusate, dimenticavamo che noi persone detenute siamo cittadini di serie B.

Gianni Alemanno e Fabio Falbo