Quando la maternità diventa un bersaglio: l’analisi del report ONU approda al Parlamento europeo

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Di violenza di genere ne sono piene le cronache: dai femminicidi agli abusi domestici alle disparità salariali. Eppure, esiste una declinazione di questa violenza che resta ostinatamente confinata nell’ombra, protetta da un silenzio sociale e istituzionale quasi invalicabile: la violenza contro le madri. Se la società ha iniziato a riconoscere la donna come potenziale vittima, fa ancora enorme fatica ad accettare che la violenza possa colpire la maternità e l’origine della vita stessa.

Un forte aiuto per squarciare questo velo di ipocrisia, o peggio di deriva culturale che pretende di allontanare sempre più la donna dalla maternità, l’ha dato Reem Alsalem, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le bambine, con il suo dirompente rapporto intitolato “Violence against mothers”. Questo documento lungi dal voler essere una semplice statistica è un vero e proprio atto d’accusa formale contro un sistema globale che troppo spesso punisce le donne proprio perché madri.

Reem Alsalem, in occasione dell’Human Rights Council tenutosi dal 15 giugno al 10 luglio 2026, con coraggio, ha analizzato la violenza alla quale le donne-madri nel mondo sono vittime. La qual cosa nel mondo culturale avverso non è passata inosservata tant’è che il suo documento ha suscitato reazioni. Se da un lato taluni movimenti femministi e per la tutela dei minori (come Differenza Donna), insieme ai movimenti pro-life come l’associazione Pro Vita & Famiglia ed anche al mondo cattolico, accolgono benevolmente i testi della Alsalem, dall’altro realtà come l’Associazione Luca Coscioni contestano aspramente la linea della Relatrice, sottolineando che la sua posizione non è quella dell’ONU ed accusandola di usare la spinta contro la violenza di genere per colpire ideologicamente diritti civili e forme di genitorialità come la gestazione per altri regolamentata.

Ma la relatrice tira dritto e fa sul serio, e quando giunge al tema della violenza insita nella “maternità surrogata” denuncia che: “Le madri surrogate subiscono molteplici forme di violenza e discriminazione. Sono spesso sottoposte a: (a) Violenza economica, inclusi lo sfruttamento, il mancato pagamento e la dipendenza; (b) Violenza psicologica, inclusi la coercizione, la rinuncia al controllo sul proprio corpo e gravi traumi legati alla separazione forzata dal bambino; (c) Violenza fisica attraverso l’esposizione a farmaci pericolosi, che comportano gravi complicazioni della gravidanza con conseguenti serie minacce per la vita; (d) Violenza riproduttiva, come l’esposizione a procedure mediche dannose e interventi imposti senza il loro reale consenso, inclusi il trasferimento forzato di embrioni e l’aborto forzato su richiesta dei genitori committenti e delle agenzie. Viene spesso negato loro il riconoscimento legale come madri, nonostante abbiano partorito, e sono sottoposte a pratiche equivalenti alla tratta, alla tortura, alla servitù o a condizioni simili alla schiavitù”.

E’ proprio questa la denuncia che più è stata criticata nel nostro Occidente e che mostra quanto avanzata sia la posizione culturale di chi promuove la maternità surrogata che vede da una parte la mercificazione del corpo femminile e dall’altro il capriccio di chi vuole a tutti i costi un figlio. Una denuncia che non poteva non dividere un’opinione pubblica figlia di questi tempi nei quali con i soldi si può comprare tutto, anche la vita di una persona.

In questo senso anche la posizione di Irmhild Boßdorf, europarlamentare e membro del gruppo ESN che, in seno alla commissione FEMM, ha dichiarato: “Il rapporto delle Nazioni Unite conferma i nostri avvertimenti: la maternità surrogata è una spietata commercializzazione del corpo femminile e una forma di schiavitù moderna. Rifiutiamo fermamente la riduzione delle donne a semplici ‘incubatrici’ in nome della razionalizzazione capitalistica.” Al contempo, – prosegue in una nota stampa – questo dibattito mette in luce la doppia morale del Parlamento europeo. Mentre le Nazioni Unite mettono in guardia contro l’oggettivazione delle donne, Bruxelles promuove iniziative che svalutano ulteriormente la vita. La richiesta di includere il “diritto all’aborto” nella Carta dei diritti fondamentali dell’UE, così come il sostegno all’iniziativa civica “La mia voce, la mia scelta” per l’aborto finanziato dall’UE tramite il FSE+, sono la prova di una disillusione ideologica. Chiediamo il divieto della maternità surrogata per tutelare la maternità biologica e la famiglia tradizionale. La vita umana non è una merce e i bambini non ancora nati non sono certamente oggetti in vendita. Inoltre, la nostra sovranità nazionale in materia di bioetica deve avere la precedenza sugli obiettivi di Bruxelles.

Il merito storico di Reem Alsalem in questo Human Rights Council 2026 è stato l’aver costretto le istituzioni internazionali a guardare in faccia la realtà dello sfruttamento umano mentre gli effetti del rapporto si muovono su due binari paralleli. Il primo è lo smascheramento di un cortocircuito culturale: l’Occidente si mobilita contro la violenza sulle donne ma diserta la tutela delle madri, quasi che la maternità — tratto distintivo del genere femminile — sia solo un accidente biologico da ignorare se non da evitare. Il secondo effetto è la faglia profonda che si apre nella società. Il report costringe l’opinione pubblica a schierarsi tra due visioni antropologiche opposte: da una parte chi considera sacro, intoccabile e indisponibile il bene della vita; dall’altra chi, al contrario, ne legittima la frammentazione e la contrattualizzazione in nome dei desideri individuali.

Paolo Scagliarini