Quel che non dico lo scrivo
Rosanna Romanisio Amerio è autrice di vari libri di indagine storica, in particolare sulle vicende che portarono all’armistizio dell’8 settembre 1943: 3 settembre 1943. L’Armistizio è stato firmato qui. Appunti siracusani (Morrone, Siracusa 2023) e Il Signor Armistizio non lo conosciamo (Solfanelli, Chieti 2025). Ha curato, tra l’altro, con Gianfranco de Turris la riedizione di Le donne non ci vogliono più bene di Enrico de Boccard (Solfanelli, Chieti 2022), che comprende cinque racconti e un romanzo-cronaca sulla guerra civile che insanguinò l’Italia tra il 1943 e il 1945 vista e vissuta dalla parte dei vinti.
Quel che non dico lo scrivo (Tabula fati, 2026) è la sua opera prima di poesia e contiene 39 composizioni in versi liberi e dall’andamento discorsivo, ricche comunque di figure retoriche (dalla metafora alla similitudine dall’anafora all’allitterazione), scritte tra il 2009 e il 2025 in vari luoghi e tempi: ognuna infatti riporta in calce luogo e data, quasi a rimarcare l’irripetibilità delle emozioni vissute e la volontà di non consegnarle all’oblio.
Apre il volumetto una dichiarazione di poetica della Romanisio dove tra l’altro troviamo scritto: «La poesia è un tuffo in noi stessi, o un salto in cielo: occorre star pronti». E in questa notazione dal sapore quasi evangelico possiamo già indovinare le coordinate del suo fare poesia tra confessione e risonanza mitica dei luoghi, come pure ha messo in luce Pierfranco Bruni nella sua bella e lunga Prefazione.
Facciamo subito un esempio. Già nella prima composizione intitolata “I gabbiani di Praga” i pensieri «lucenti delle passioni» a Praga «s’involano di notte chiari nel cielo» tra «ricami di guglie / sull’aria smossa / da candide piume di gabbiani».
Quando la poetessa riesce ad amalgamare le sue personali emozioni ai luoghi carichi di storia – e di storie – consegue senz’altro i risultati migliori. Così in una delle composizioni più riuscite, “Pioggia in Ortigia”, scrive: «quando piove sottile la pioggia in Ortigia / cancella via il pressante presente / nessuno per via / solo quel che un tempo lontano fu gloria, / sciacquato nella pioggia di un oggi senza storia».
E non possiamo non condividere con lei quella sensazione di amorevole stupore per la propria città – nel suo caso Torino – che viene riscoperta guardando fuori dal finestrino di un taxi: «se un vento leggero freme nell’aria poi / come la fremente evanescenza / di una coppa di champagne / ti pare che ogni cosa possa in quel tempo accadere / che il destino / stia variando in un fruscio il suo corso» (“C’è una luce nell’aria talvolta a Torino”).
Due sono le parole chiave che ritornano a più riprese in molte delle sue composizioni liriche: buio e pioggia. Nel buio, che non è tanto annotazione temporale quanto metafora d’una condizione esistenziale (come peraltro la pioggia) si avverte «una tristezza antica / un sapore languido / che riemerge come petalo leggero» (“Sento stassera”), si fa strada un anelito verso la luce, una tensione verso la gioia, che non si ottengono senza combattere duramente, con se stessi e con gli altri, dal momento che «è fatica talvolta riempire sé stessi con l’infinito di sogni» (“Orfana del mio essere”).
Un’opera prima, dunque, che si legge volentieri e che può preludere ad ulteriori prove poetiche.
Sandro Marano