Sulla crisi della democrazia
Il tema della crisi della democrazia, almeno nella sua forma rappresentativa, sta prendendo piede, sia pure lentamente e in modo larvato, su varie testate nazionali. L’occasione per parlarne è stata porta dalla scarsa affluenza alle ultime tornate elettorali regionali in Calabria, Marche e Toscana, dove la maggioranza dei cittadini non si è recata alle urne. E questo vale perfino in Regioni note per il loro senso civico e la loro alta affluenza alle urne come la Toscana.
In un recente articolo apparso sul n. 43 di Panorama e intitolato “La democrazia è finita nel non voto” Marcello Veneziani si chiede a più riprese se si può considerare ancora una democrazia quella in cui la maggioranza assoluta del popolo italiano non va più a votare. Quali sono, dunque, le ragioni di questa crisi della democrazia?
La prima, quella che subito balza agli occhi, è che sono venute meno le grandi contrapposizioni ideali che hanno caratterizzato il XX secolo, dal comunismo al fascismo e al liberalismo. È venuta meno la passione politica e con la passione politica la speranza di un reale cambiamento. A dominare, e a farci sentire in un cul de sac, è un’unica asfittica e pervasiva ideologia mercantilista. Restano a interessare l’elettore, da un lato la convenienza del voto di scambio clientelare, dall’altro la tifoseria più sbracata, che non vuol far vincere la fazione avversa per antipatia e per dispetto.
Nel corso della sua lucida disamina Veneziani mette il dito nella piaga e spiega che in Italia e in Europa si vota sempre meno perché si è diffusa la convinzione che la politica, oggi, «non cambi le sorti di un paese; ci sono poteri sovrastanti ai governi sovrani e il campo di decisione della politica si è molto ristretto. (…) Di conseguenza, la gente ha un impulso sempre più debole a votare, prevale l’astensione, il tirarsi fuori dalla contesa, la sfiducia nella politica e nelle sue capacità di governare i processi e avviare grandi riforme o frenare declini, cadute e crisi strutturali».
A ben guardare, è il processo in atto della globalizzazione con la sua visione economicistica della vita a prevalere, a indebolire le motivazioni ideali, a inchiodare i cittadini alla dimensione del presente, del produrre e consumare sempre più. Per dirla con Alain De Benoist, l’avvenire non ci riserva più speranze, ma inquietudini.
Tuttavia, senza partecipazione la democrazia si svuota, benché, come soggiunge Veneziani, il governo del popolo sia «una finzione politica e giuridica, perché tra il voto e il governo c’è di mezzo l’interpretazione del voto, e poi le alleanze, le mediazioni. Non c’è mai governo del popolo». «Incombono nel resto del mondo – conclude il sempre più disincantato Veneziani – le autocrazie più agili nelle decisioni. Siamo in un punto difficile e pericoloso, da cui possiamo aspettarci di tutto».
Ma qui il discorso prende un’altra piega. È davvero possibile la democrazia? O è qualcosa di affatto utopico?
I maestri del pensiero sociologico, da Pareto a Mosca, osservavano che non c’è società che non sia nel contempo gerarchia, potere, unità dinamica di una minoranza che governa e di una massa che viene governata. E soggiungono che la democrazia è una pura costruzione intellettuale basata su idee astratte come libertà, giustizia, eguaglianza, anziché su una profonda conoscenza degli uomini e delle cose. La democrazia, essi riassumevano, è una maschera.
Tesi questa fatta propria da un giornalista e scrittore di vaglia come Massimo Fini, il quale scrive, senza peli sulla lingua, che «la democrazia rappresentativa, la liberaldemocrazia, la democrazia reale, quella che concretamente viviamo, è una parodia, una finzione, un imbroglio, una truffa», poiché è «un sistema di minoranze organizzate, di oligarchie, politiche ed economiche fra loro strettamente intrecciate». (Il ribelle dalla a alla z, Marsilio, 2014).
Sennonché, anche se non volessimo dare credito alla scuola sociologica “elitista”, non si può ragionevolmente disconoscere quel che la sociologia ha dimostrato, vale a dire che ogni movimento, sia esso politico o religioso, e finanche individuale come la nascita d’un amore o un’ispirazione artistica, va incontro inevitabilmente ad un processo involutivo, si irrigidisce, si fa istituzione.
Osservava a questo proposito il sociologo Francesco Alberoni: «il movimento ha inizio con una scoperta, una rivelazione, una nuova prospettiva sulla realtà (…) fino a diventare dottrina, ideologia, mentre prima, all’inizio, era soltanto uno sguardo commosso, vibrante, l’intuizione sconvolgente che il mondo poteva essere modificato, che la felicità, per sé e per gli altri, era raggiungibile» (Genesi, Garzanti, 1995). Dopo di che la spinta iniziale a poco a poco si degrada, dà luogo alla ripetizione, alla quotidianità, all’istituzione, che finisce col negare il moto che l’ha generata. Anche il movimento democratico si trasforma inevitabilmente in oligarchia col passare del tempo. E dal suo canto il filosofo spagnolo Ortega y Gasset notava che «non possono avere la stessa esperienza della democrazia la generazione che l’inaugura e quella che viene dopo» (Intorno a Galileo, in Aurora della ragione storica, Sugarco, 1983).
La democrazia al giorno d’oggi sembra essersi trasformata in un vuoto formalismo parlamentaristico ed elettoralistico, in una rancorosa lotta tra fazioni. Ma ciò che conta è il potere economico e finanziario che detiene di fatto «il controllo della società, dei suoi sogni e dei suoi bisogni, e la direzione dei suoi orientamenti (…) il nuovo totalitarismo non ha necessità di manifestarsi con la frusta e gli stivali. Quel che resta come carattere sostanziale del totalitarismo è la riduzione dell’uomo a mezzo, a strumento, e l’elevazione del nichilismo a destinazione ultima, anzi a destino» (Marcello Veneziani, Processo all’Occidente, Sugarco, 1990).
Il discorso sulla democrazia allora si sposta dalla democrazia in sé a quello sulle élite, sulla loro natura, sulla loro capacità di interpretare i bisogni del popolo e soprattutto sul loro modo di costituirsi ed affermarsi.
Sandro Marano