Centenari: Giovanni Spadolini storico del Risorgimento ma politico per niente risorgimentale
Giovanni Spadolini
Nel Centenario della nascita di Giovanni Spadolini, meritano attenzione alcune iniziative riguardanti questa insigne personalità della cultura, autorevole figura delle istituzioni repubblicane. In una conferenza organizzata il 5 giugno scorso dalla Società Dante Alighieri di Bolzano, lo storico Achille Ragazzoni ha trattato dello «Spadolini, storico del Risorgimento»: (https://www.dabolzano.it/2025/05/28/spadolini-storico-del-risorgimento-a-cura-di-achille-ragazzoni/).
Quanto ai libri, il prolifico editore calabrese Rubbettino, pubblica «Giovanni Spadolini. L’ultimo politico risorgimentale», autori Giancarlo Mazzuca e Federico Bini, prefazione dell’ex Presidente del Consiglio Lamberto Dini : (https://www.store.rubbettinoeditore.it/catalogo/giovanni-spadolini/).
Gli autori, giornalisti liberali, il primo navigato e dalle approfondite conoscenze storiche con un breve trascorso parlamentare nel centrodestra, il secondo, giovane storico.
Per essersi formati in quella fucina di libertà ed anticonformismo qual è stato il Giornale di Montanelli, dagli autori ci saremmo aspettati di più, specie in chiave critica. Ovviamente, ci riferiamo al Maestro Montanelli giornalista acuto ed arguto, brillante polemista, ben addentro ai fatti di cronaca e storia, capace di giudizi taglienti ed opinioni sgradevolmente «controcorrente», e non al Montanelli analista politico che, in tale campo, quanto ad ingenuità, non ha avuto eguali e rivali; ricordiamo quando, in nome dell’anticomunismo, nell’elezioni politiche anticipate del giugno 1976 scrisse ai suoi lettori «turiamoci il naso e votiamo DC» con il risultato che, il giorno dopo, l’Italia si svegliò con il Partito Comunista ben inserito nel governo di Compromesso Storico DC-PCI. Dimenticava, Cilindro da Fucecchio come, fin dai tempi di De Gasperi, la DC avesse favorito l’ascesa in Italia proprio del Partito Comunista, fermo restando i meriti di quest’ultimo.
Posto ciò, il volume di Mazzuca e Bini, che ripercorre circa un secolo di storia italiana, appare come un’ossequiente lirica all’intellettuale di Pian dei Giullari, dove conformismo ed apologia spadoliniana obnubilano taluni aspetti della parabola intellettuale e politica del noto personaggio.
Che Spadolini sia stato un insigne uomo di cultura, professore, storico del Risorgimento italiano, giornalista, direttore di giornale, è cosa nota e risaputa che nessuno può contestare. Possiamo tranquillamente affermare che la cultura in lui attecchì già da quando cominciò a formarsi nel grembo materno. Prova ne è che, in un paese come il nostrano, superficiale ed incolto, affetto da nostalgite acuta permanente con le lancette dell’orologio storicamente ferme ancora al 1945, solo la sua vivacità intellettuale poteva originare, nel drammatico 1974, la istituzione del Ministero per i Beni Culturali e per l’Ambiente, oggi Ministero della Cultura.
Ci permettiamo però di obiettare la sotto titolatura del libro di Mazzuca e Bini, in quanto Giovanni Spadolini non fu «politico risorgimentale».
Constatato che nella Repubblica nata elettoralmente il 2 giugno 1946, ma sostanzialmente il 25 aprile di un anno prima, non c’è stato spazio per i valori risorgimentali per decisa volontà dei soci fondatori della stessa – in primis DC e PCI – Spadolini, se avesse voluto dare linfa agli stessi, anziché accasarsi nel Partito Repubblicano di Ugo La Malfa – con il quale nel 1972 fu eletto al Senato – avrebbe dovuto dar vita ad un movimento che si richiamasse all’Idea risorgimentale dalla quale era nato, nel 1861, lo Stato Unitario. Per quanto ardua, l’impresa poteva essere tentata purché avesse tenuto in considerazione il reale fondamento del Risorgimento: una Rivoluzione che vide coabitare, sotto la stessa Bandiera, quella Tricolore per l’Unità d’Italia, monarchici e repubblicani nazionali, Epopea unica alla quale non ha fatto seguito, e non poteva essere altrimenti, un secondo risorgimento.
Attuare un tale progetto nel PRI non era possibile – idem nel Partito Liberale – perché, tale partito, nato dalle ceneri della breve e fallimentare stagione politica del Partito d’Azione di Ferruccio Parri del secondo dopoguerra, sposando in primo luogo le concezioni azioni(stico)-economiciste, di fatto si pose al fuori dagli ideali risorgimentali attenzionando i movimenti di borsa, facendosi suggestionare, successivamente, dalla «finanza globale». Di contro, il pensiero repubblicano di Mazzini, subordinando l’economia alla Nazione, già palesava una concezione economica cooperativistica, dai molti tratti comuni con la dottrina sociale della Chiesa, peraltro antitetica al Marxismo. Il PRI rifuggì dai principi mazziniani e da tutta l’Idea risorgimentale non disdegnando alleanze con il PCI. Prova se ne ebbe nel 1977, anno in cui era in auge – dal 1976 – il Compromesso Storico DC-PCI, compartecipi PRI, PSDI, PLI, quando, oltre alla patriottica Festa della Vittoria nella Prima Guerra Mondiale che si celebrava il 4 Novembre, furono soppresse le festività religiose dell’Epifania (ripristinata nel 1986), San Giuseppe, Ascensione, Corpus Domini, Santi Apostoli Pietro e Paolo, la istituzionale Festa della Repubblica. Un vero e proprio attacco alle identità d’Italia.
Quanto al Tricolore che il 4 Novembre allietava i balconi delle città italiane offrendo un formidabile colpo d’occhio, già dapprima del 1977 era cominciata un’azione di sminuimento tale da causarne la messa in soffitta a beneficio dei vessilli di partito. Non ci risulta che il PRI si sia opposto a siffatte derive. Naturalmente, nessuna meraviglia se nel 2000 si sia voluta ripristinare una festa istituzionalmente di parte, quella della Repubblica, e non quella patriottica del 4 Novembre.
Quanto al percorso culturale del giovane Spadolini, la passione per la Storia e per la cultura in generale, lo portarono ad approfondire epoche e uomini che contribuirono alla sua formazione.
Da Gobetti – che non ebbe modo di conoscere, ma che, a detta degli autori, «plasmò l’intellettualismo politico e culturale di Spadolini» – a Prezzolini, da Missiroli a Pannunzio e Longanesi, da Benedetto Croce a Giovanni Amendola e Matteotti, da Salvemini ai fratelli Rosselli per giungere a De Gasperi, Parri, Einaudi, Valiani e La Malfa, solo per citare alcuni nomi, storia, cultura, giornalismo e politica si intrecciarono alimentando conoscenze e curiosità di uno Spadolini che, dotato di una facile penna fin dalla giovane età, giunse a dirigere alcuni quotidiani a diffusione nazionale quali Il Resto del Carlino con la mirabile Terza Pagina ed Il Corriere della Sera.
Per quanto il volume cadenzi il percorso del personaggio inquadrandone pregevolmente le fasi storiche, incomprensibili appaiono taluni passaggi.
Quanto ad uno dei Padri dell’attuale Repubblica, De Gasperi, proclamarlo come fanno gli autori «uno dei più grandi padri della patria», confligge con i fatti storici visto che proprio la Storia, possa piacere o no, non solo per motivi anagrafici ha consacrato Padri della Patria Cavour, Re Vittorio Emanuele II, Garibaldi e Mazzini.
Sarebbe inoltre interessante conoscere in quale circostanza Spadolini ebbe a dire, a proposito della eroica Repubblica mazziniana del 1849, di «provare un senso di commozione, quasi a ritrovare l’infanzia della nostra Repubblica», un accostamento improprio viste le siderali differenze fra quella Repubblica e l‘attuale.
Altro personaggio che ha rivestito un ruolo importante per Spadolini è stato Giuseppe Prezzolini. Ebbene, di fronte alla posizione che Gobetti e Prezzolini assunsero di fronte al Fascismo, Spadolini incorse in un clamoroso errore dimostrando di conoscere poco o nulla Prezzolini. Se è vero, infatti, che l’intellettuale liberale Piero Gobetti, che potremmo definire fine teorico del liberal-comunismo, fu nemico intransigente del Fascismo, affermare, come ebbe modo di scrivere Spadolini, che Prezzolini «si rassegnò alla sua ascesa», significa offendere la libertà, la intellettualità dello scrittore perugino, uomo allergico alle discipline di partito, nemico di qualsiasi liturgia ideologica. Prezzolini non subì e non si rassegnò al Fascismo come a qualsiasi tipo di regime e sistema politico anzi, se doveva dire la sua nei confronti del potente di turno, lo faceva da autentico battitore libero.
Non a caso, mentre il giovane Spadolini, da coerente conformista, si smarcò immediatamente dall’avventura anticonformista de il Borghese di Longanesi per approdare ai più sicuri lidi dell’«Italia della ragione e dei laici», l’anticonformista bastian contrario Prezzolini non ebbe alcuna difficoltà ad offrire la sua penna scomoda allo scomodo giornale longanesiano, non per una stagione, ma per una vita.
Il libro di Mazzuca e Bini non tralascia, ovviamente, lo Spadolini politico. Anche in tal caso spiace constatare come la cronaca, seppur pregevolmente raccontata, difetti di analisi e rilievi critici o addirittura glissi su taluni argomenti.
Spadolini fu chiamato a reggere le sorti dell’Italia in un momento particolarmente difficile per la Repubblica stante le imperversanti sfide, terroristica e mafiosa, gli scandali, la crisi sociale ed economica con un’inflazione a due cifre, le liti continue fra democristiani e socialisti, partiti importanti della maggioranza di governo insieme a PLI, PRI, PSDI. In più, in quel giugno 1981, Spadolini, da Presidente del Consiglio – primo Capo del Governo laico dalla nascita della Repubblica – dovette affrontare quello che fu più di uno scandalo venuto a galla poche settimane prima: la scoperta il 17 marzo 1981 della loggia P2 di Licio Gelli, organizzazione segreta nei cui elenchi segreti apparvero ministri, parlamentari, prefetti, questori, magistrati, alti ufficiali delle Forze Armate, giornalisti, editori, banchieri.
Sciolte dal Fascismo, Massoneria e logge erano tornate in auge con il ripristino della democrazia in Italia.
Dinanzi alla grana P2 Spadolini agì con fermezza, nel rispetto doveroso delle regole, tant’è, che con la Legge n. 17 del 25 gennaio 1982, la Loggia di Gelli venne sciolta. Il tutto a differenza del PCI che, in quell’estate del 1981, a poche settimane dalla scoperta della Loggia, ad indagini in fase embrionale, rimarcava «Il ruolo della P2» ne «I retroscena dimenticati del complotto “nero”» («L’Unità» 2 agosto 1981). Ovviamente, nessuna spiegazione da parte del PCI riguardo i vertici dei servizi segreti facenti parte della P2, la cui nomina risaliva proprio al Governo di Compromesso Storico DC-PCI.
La Presidenza Spadolini (due Esecutivi nel periodo giugno 1981-novembre 1982) fu protagonista di importanti provvedimenti legislativi, “legge sui pentiti” in testa – nel 1982 – tecnicamente «Misure per la difesa dell’ordinamento costituzionale». Gli autori del libro, al pari dalla ricorrente e quarantennale vulgata propagandistica esaltano la “legge sui pentiti” facendola passare come una vittoria. Si trattò di un provvedimento abnorme, giuridicamente armistiziale, sottoscritto da una debole e deficitaria classe dirigente, impotente a fronteggiare la sfida terroristica, ed i terroristi stessi che, non credendo fino in fondo ai loro folli propositi, una volta finiti nella rete delle Eroiche Forze dell’Ordine e di Valorosi magistrati, accolsero come una manna l’impunità loro offerta dalla classe politica. Il tutto sancì la fine dell’“Italia culla del Diritto”, la eclissi di uno Stato di lì poco destinato a scomparire sotto l’incalzare di ulteriori legislazioni premiali ancora oggi vigenti, scontate pesantemente dal paese dove, non a caso, la certezza della pena è stata soppiantata dalla certezza dell’impunità.
In tale contesto sarebbe stato interessante vedere se La Malfa – scomparso nel 1979 – avrebbe accettato la arrendevole “legge sui pentiti”, lui che il 16 marzo 1978, giorno in cui Moro fu rapito e la scorta falciata, chiese che lo «Stato democratico» rispondesse con «dichiarazione di guerra» all’atto di guerra dei terroristi rossi.
Altro aspetto che il libro tralascia – per dimenticanza o…per carità spadoliniana? – è il confitto delle isole Malvinas-Falkland.
Nell’aprile 1982 il conflitto Argentina-Gran Bretagna per il possesso delle isole mise a nudo il poco peso dell’Italia in ambito internazionale. Ovviamente, tale criticità, datata nel tempo, non poteva essere ascrivibile a Spadolini. Situate nell’Atlantico meridionale ed a ridosso dell’Argentina, le isole, Malvinas per gli argentini, Falkand per i britannici, erano state sempre oggetto di un lungo contenzioso. Fatto sta che le isole, di fatto argentine e non solo per la collocazione geografica, non potevano essere assolutamente britanniche. I britannici le conquistarono nel 1833 grazie alla benevolenza dell’eterno amico USA e, da quel momento, furono sempre reclamate dal legittimo proprietario, l’Argentina, che il 2 aprile 1982, governata da una giunta militare retta da Leopoldo Galtieri, generale dell’Esercito di origini italiane, occupò le Malvinas. La reazione di madame Thatcher, Primo Ministro conservatore britannico non si fece attendere: inviò una task force nelle isole contese e fu guerra.
Fra un complicato equilibrismo, dovuto ai tanti italiani viventi in Argentina non tralasciando i tanti combattenti argentini di origine italiana, ed una certa sudditanza all’ “alleato britannico”, il Governo, e non poteva essere altrimenti, non ebbe il coraggio di schierarsi con la Storia e la Storia diceva che quelle isole erano argentine. Tra l’altro, proprio in quel periodo, da parte britannica partì una gravissima offesa all’Italia: Se i combattenti argentini combattono e resistono lo si deve a coloro che hanno origini spagnole, se non combattono e si arrendono si tratta di combattenti di origini italiane.
Per quanto l’ambasciata britannica smentì l’oltraggio, ci fu chi rese giustizia al Combattente italiano. Il tenente di vascello Owen Guillermo Crippa – nome non certo di origine tedesca – pilotando un MB-339 – velivolo certamente non fabbricato in Inghilterra – non solo attaccò la squadra navale inglese a Port San Carlos ma, fornendo utili informazioni circa la posizione delle navi nemiche, consentì all’Aeronautica argentina di mandare a picco le fregate britanniche Ardent, Antelope ed il cacciatorpediniere Coventry. Ma non è finta. Leandro Franchi, volontario di guerra, Medaglia d’Oro al Valor Militare nel Secondo Conflitto Mondiale, paracadutista sul fronte di El Alamein, nonostante l’invalidità, si disse disponibile a sfidare a duello chi aveva osato dileggiare il Combattente italiano. L’attesa di Franchi fu vana, il duello non ci fu, nessun britannico uscì allo scoperto.
Chi ne uscì malconcio fu il paese legale, le istituzioni, un’Italietta, al cui confronto la tanto derisa “Italietta di Giolitti” – che tale non fu – si rivelò oceano di orgoglio nazionale (non nazionalista), inespugnabile oasi di dignità.
Nel luglio 1982 il I Governo Spadolini stava per andare in crisi, quando, la super fortunata vittoria della nazionale azzurra ai Mondiali di Calcio di Spagna congelò il tutto per pochi giorni.
Il Governo Spadolini bis, vittima delle continue liti DC-PSI, ovvero fra la «comare di Bologna» Andreatta (Ministro del Tesoro, DC) ed il «commercialista di Bari esperto di fallimenti e bancarotte» Formica (Ministro delle Finanze, PSI) – tali furono le reciproche offese – tolse il disturbo nel novembre 1982. Un Governo messo in crisi dal suo interno, per nulla scalfito dalle bordate che le opposizioni missina, radicale e demoproletaria, seppur con motivazioni diverse, lanciarono in quei diciassette mesi contro l’Esecutivo. Chi pensò di creare un qualche problema a Spadolini in quel periodo fu Democrazia Proletaria (DP) che, guidata dal leader del ’68 Mario Capanna, pubblicò un libricino riportante gli scandalosi scritti di Spadolini durante la RSI. Per quanto il libro di Mazzuca e Bini, seppur succintamente si soffermi su tale aspetto, il dossier demoproletario non creò alcun inconveniente a Spadolini difeso da chi giustificò quegli articoli del 1944 come «sbandate giovanili». Siffatto giustificazionismo opportunista, tipico di un paese come il nostro che ricorda solo quanto fa comodo, non andò giù a chi fece notare come, nel 1944, giovani di 18-20 anni, quindi coetanei di Spadolini, su fronti opposti, partigiani contro fascisti, si ammazzavano in nome dei rispettivi ideali. Il dossier di DP non rappresentò alcuna novità perché, già il 7 maggio 1972, giorno in cui si votava per le elezioni politiche per la prima volta anticipate, il Borghese, che lo ebbe giovane collaboratore, pensò di fare un «regalo elettorale al professor» Spadolini candidato per la prima volta al Senato con il PRI, dando ampio spazio a quelle «sbandate giovanili».
Eppure l’esperienza governativa di Spadolini giovò al PRI che nelle elezioni politiche anticipate del giugno 1983, presentandosi con lo slogan «il buongoverno al servizio dell’Italia», riportò il 5,08 % dei voti, un successo senza precedenti che non sarà bissato.
Da sempre schierato su posizioni europeiste, filo-Nato, pro Israele, Ministro della Difesa nei due Governi Craxi (1983-87), Spadolini provocò la crisi dell’Esecutivo seppur di pochi giorni perché, durante la clamorosa Notte di Sigonella – ottobre 1985 – si schierò contro il Presidente del Consiglio italiano ed a favore degli USA in ordine al caso Abū ʿAbbās.
Nominato da Cossiga Senatore a vita nel 1991, presiedette l’assemblea di Palazzo Madama dal 1987 a 1994. Proprio nel 1994 cercò il bis – era cominciata la lunga stagione berlusconiana – ma non si fece ben volere dal centrodestra che gli preferì Carlo Scognamiglio, eletto per un solo voto contro di lui. La sua ultima immagine risale proprio a quel contesto con il volto attonito, incredulo, per quella sconfitta che forse non si aspettava.
Michele Salomone