Turchia, operazione maquillage

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La Türkiye di Erdoğan ha preteso di cambiare nome per non essere confusa, in inglese, con i “tacchini”. Un’operazione d’immagine che prosegue ormai da anni e ha coinvolto come “testimonial inconsapevole” anche il Santo Padre Leone XIV. Ciò voleva segnare una nuova identità nazionale più democratica e progressista agli occhi del mondo con gli endorsement dei grandi della terra, pro Gaza e pro Ucraina a supporto. Ma, al di là della cosmetica linguistica, i vecchi metodi restano intatti: chi nomina il genocidio armeno continua a finire sotto processo penale, attenzionato dai servizi di intelligence e dai “lupi grigi” chiamati ancora una volta a fare da pasdaran delle decisioni Erdogan.

L’ultimo caso riguarda la giornalista Tuğçe Yılmaz di Bianet, trascinata in tribunale per un articolo che raccoglieva le voci dei giovani armeni di Türkiye, 109 anni dopo lo sterminio. Nessuna provocazione, solo testimonianze. Eppure è bastato perché un nazionalista radicale la denunciasse tramite il CİMER e perché la magistratura aprisse un procedimento ai sensi dell’articolo 301, la norma che punisce chi “insulta la nazione turca” e che resta il marchio di fabbrica dell’intolleranza di Stato. Inutile il maquillage internazionale: la Türkiye che non vuole essere fraintesa come “turkey” continua a perseguitare chi ricorda la verità storica.

Non è un caso isolato: lo stesso articolo 301 colpì Hrant Dink, poi assassinato, e perfino lo scrittore Orhan Pamuk. Ogni riferimento al genocidio è trattato come un affronto alla patria, e i processi lunghi e pretestuosi servono da deterrente contro chiunque voglia occuparsi della memoria armena.

Paradossalmente, mentre Ankara reprime, a Yerevan il governo di Nikol Pashinyan sembra arretrare sulla storica posizione armena: dichiarazioni ambigue, minimizzazioni, deputati che mettono in discussione perfino il numero delle vittime. Il Parlamento ha anche bocciato una legge che avrebbe punito il negazionismo. Così, mentre una giornalista viene processata per aver raccolto testimonianze, l’Armenia ufficiale rinuncia a difendere quella stessa verità.

In tribunale, Yılmaz ha dichiarato: «Ho solo ascoltato chi non viene ascoltato». Ma nella Türkiye del rebranding, dove si vuole correggere l’inglese ma non la storia, il genocidio armeno resta un tabù. E chi lo infrange viene ancora trascinato in aula.

Carlo Coppola