1970, Junio Valerio Borghese e la notte dell’Immacolata
Anche se in questo 2025 non se n’è fatto cenno, da diversi decenni, in prossimità e nelle giornate del 7 ed 8 dicembre, in tanti si affannano a ricordare come, in quel periodo, esattamente nel 1970, l’Italia corse il rischio di precipitare in una dittatura il cui uomo forte sarebbe stato il Pluridecorato al Valor Militare Comandante Junio Valerio Borghese, il Principe nero. È la storia del Golpe Borghese.
Per quanto la magistratura italiana nei previsti gradi giudizio abbia sentenziato definitivamente la inesistenza del Golpe Borghese, i fautori del Partito del Golpe, ossia coloro che credono che in quella notte, piovosa sulla Capitale e nera in tutta Italia, il paese fosse ad un passo dalla dittatura, veicolano ritualmente un messaggio dove è d’obbligo prestare fede ad una ipotetica verità storica che ritiene esserci stato il tentativo di Colpo di Stato, e non a quella giudiziaria che, invece, ne ha certificato la inesistenza.
Ciò è tipico del nostro paese dove, a seconda delle convenienze politiche, vi sono sentenze che possono essere criticate o volutamente dimenticate – il Golpe Borghese ne è un tipico esempio – altre, invece, che non lo possono essere pena il tritacarne per chi osa dubitare o dissentire. Certo, le sentenze si possono anche non condividere, ma è innegabile che facciano storia, testo e, in alcuni casi, anche giurisprudenza. Inoltre, nel caso del Golpe Borghese, non vi sono state indagini ed iter giudiziari lunghi svariati decenni, per giunta con alternate sentenze di condanna ed assoluzione che, nel caso, avrebbero alimentano numerosi dubbi ed infinite polemiche, non chiarendo quanto realmente accaduto. Non che sia tutto chiaro, naturalmente.
Riflettiamo sul Golpe Borghese ponendo alcuni quesiti corredati da talune analisi.
Gli antefatti
Partiamo dal Comandante della X^ MAS, Junio Valerio Borghese, personaggio carismatico in virtù del suo eroismo nell’ultimo Conflitto Mondiale.
In primo luogo va specificato che Junio Valerio Borghese l’8 settembre 1943, data in cui venne reso noto l’armistizio, comandava a La Spezia un Reparto di grande prestigio, ben armato ed in piena efficienza logistica. Mentre tutto crollava, la Xa non ebbe alcuna intenzione di deporre le armi. Nonostante i tedeschi intimassero la resa minacciando l’occupazione della caserma, Borghese respinse i diktat. Nell’assoluta mancanza di ordini, sottoscrisse con il Capitano di Vascello tedesco Berlinghaus un patto di alleanza fra la Xa Flottiglia MAS ed il Reich.
La successiva nascita della Repubblica Sociale Italiana, pose la Xa nell’ambito delle Forze Armate della RSI. Borghese si trovò pertanto a servire la RSI non in quanto fascista – non lo era mai stato – ma da militare che non aveva accettato l’armistizio. Inviso da più parti, nel secondo dopoguerra, oltre che breve, problematica fu la sua permanenza nel MSI – che lo volle presidente onorario – di cui stigmatizzò una politica dedita alla sopravvivenza.
Nel turbolento 1968, Borghese:
- nelle elezioni politiche di maggio promosse la campagna per la Scheda Bianca;
- dette vita al Fronte Nazionale, non ennesimo partito politico, ma libera associazione aperta ai combattenti senza discriminazioni e distinzioni di parte, ed a tutti quegli italiani che, credendo nella rifondazione dello Stato e nella difesa dei minacciati valori patriottici, auspicavano una rinascita morale, civile ed economica della Nazione.
Golpe sì? Golpe no? Considerazioni ed ipotesi a confronto
Nonostante la magistratura italiana abbia sentenziato la inesistenza del Golpe Borghese nella notte fra il 7 l’8 dicembre 1970, una influente vulgata da sempre imperversante nel nostro paese ha veicolato il messaggio secondo cui il Golpe fu tentato ma non si realizzò. Perché non si realizzò non si è mai saputo.
Volendo dare credito alla tesi del Golpe, gli indiziati principali furono il Comandante Borghese con il suo Fronte Nazionale, spalleggiati da alcuni elementi, non di vertice, delle Forze Armate.
L’unica personalità militare di un certo peso implicata ed arrestata nel 1974 per il golpe Borghese fu l’ex Capo del SID (Servizio Informazioni Difesa) Generale di Corpo d’Armata Vito Miceli. Decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare nella Seconda Guerra Mondiale, rientrò in Italia al termine del conflitto dopo una lunga prigionia fra i non cooperatori, ossia quei militari italiani che dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 avevano deciso di non collaborare con le forze alleate.
Il 2 giugno 1974, pochi mesi prima dell’arresto, gli venne conferita l’onorificenza di Grande Ufficiale Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Definito da Aldo Moro «leale servitore dello Stato» (http://old.radicali.it/search_view.php?id=48905), Miceli fu assolto da tutte le accuse.
Da che mondo e mondo, quando si discute di golpe o colpi di stato, la Storia insegna che solo le Forze Armate posso portare a termine tale atto o per sospendere la democrazia, o per ripristinarla. In ambedue i casi occorre che, in ambito Forze Armate, i vertici delle stesse, ovviamente di comune accordo, individuino la persona – nella maggior parte dei casi un militare – che risulti gradita ad Esercito, Marina, Aeronautica quale Capo della giunta militare. Differente è la presa di potere per via rivoluzionaria, tipica delle forze di sinistra che, aggregando centinaia di migliaia di persone, sono riuscite ad abbattere regimi ritenuti nemici.
Fatta tale doverosa precisazione, riguardo le nostre Forze Armate va evidenziato:
- l’Italia, fin dalla nascita dello Stato Unitario – 1861 – scaturito dalle battaglie risorgimentali, ha sempre avuto delle Forze Armate sane, sempre fedeli agli Istituti che si sono alternati nei vari periodi storici Di conseguenza, tale cornice era di per sé già poco agevole per un Colpo di Stato;
- osserviamo, inoltre, chi erano, all’epoca del Golpe Borghese, i responsabili di Vertice delle Forze Armate:
- Capo di Stato Maggiore della Difesa, dal 14 gennaio 1970, era il Generale di Corpo d’Armata Enzo Marchesi che: «L’8 settembre 1943 – a seguito degli eventi connessi con l’Armistizio di Cassibile – si sottrae alla cattura dei Tedeschi e, aderito al Movimento Clandestino di Resistenza del Piemonte, entra nel Corpo Volontari della Libertà» (https://www.difesa.it/smd/casmd/capismd/generale-enzo-marchesi/27953.html).Il Generale Marchesi, prima di assumere l’incarico di Capo di Stato Maggiore della Difesa, dal 1968 aveva ricoperto quello di Capo di Stato Maggiore dell’Esercito;
- Capo di Stato Maggiore della Marina, dal 22 ottobre 1970 era l’Ammiraglio di Squadra Giuseppe Roselli Lorenzini che, con la sua «unità si trovava a sole 1800 miglia da Singapore, quando ricevette la notizia dell’armistizio e l’ordine di portarsi nel porto di Durban, dove arrivò il 20 settembre, mettendosi a disposizione delle autorità britanniche, per rientrare successivamente a Taranto. Promosso capitano di fregata per merito di guerra nel dicembre 1943, nel periodo della cobelligeranza ebbe il comando di una Flottiglia MAS e successivamente l’incarico di Capo Ufficio Piani del Reparto Operazioni dello Stato Maggiore Marina»(https://www.marina.difesa.it/noi-siamo-la-marina/organizzazione/csm/csmm/Pagine/Giuseppe_ROSELLILORENZINI.aspx);
- Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica dal 28 febbraio 1968 era il Generale di Squadra Aerea Duilio Fanali che, alla data dell’armistizio, 8 settembre 1943, comandando «il 155° Gruppo (del 51° Stormo C.T.)» (D. Bianchi, «I Capi ed i Sottocapi dello Stato Maggiore Aeronautica», edizioni Stato Maggiore dell’Aeronautica Ufficio Storico, Roma 1977) si unì, con lo stesso, «all’Aeronautica Cobelligerante Italiana (Aeronautica Cobelligerante)» (http://surfcity.kund.dalnet.se/italy_fanali.htm) per prendere parte alla Guerra di Liberazione. Proprio la sera dell’8 settembre, l’allora Tenente Colonnello pilota Fanali intimò ai tedeschi, che con la Regia Aeronautica condividevano l’aeroporto sardo di Sa Zeppara, di sgomberare la base dopo che questi avevano reso inutilizzabile una parte della pista di atterraggio. I tedeschi abbandonarono l’aeroporto.
Da quanto evidenziato riesce al quanto difficile pensare o addirittura ipotizzare un coinvolgimento nel Golpe Borghese delle Forze Armate – cosa peraltro esclusa dalla magistratura e non poteva essere altrimenti – i cui vertici erano retti da personalità che avevano partecipato alla lotta partigiana ed alla Guerra di Liberazione.
Ed allora, quale altra scelta aveva Borghese per attuare il Golpe? Tentare un’azione armata con i soli i militanti del Fronte Nazionale? Siamo alla follia. Ciò avrebbe presupposto l’impiego di centinaia di migliaia di militanti, ben armati ed addestrati, logisticamente attrezzati, in grado di occupare e presidiare, in tutta Italia, i gangli vitali del potere. Anche tale ipotesi appare alquanto fantasiosa perché il Fronte annoverava – come ebbe modo di affermare Borghese in una famosa intervista a Giampaolo Pansa per il quotidiano «La Stampa» – «varie migliaia» di militanti un numero insufficiente – ed armati di che cosa? – per tentare il Golpe che, se attuato, sarebbe sfociato in una carneficina con l’intervento delle Forze Armate a difesa dell’ordine costituito. Anche tale ipotesi non è da prendere in considerazione perché:
- mai Borghese avrebbe ordinato di prendere le armi contro le Forze Armate;
- del Fronte Nazionale, facevano parte ex militari e combattenti che mai avrebbero osato prendere le armi contro le Forze Armate italiane.
Allora, andando alla sostanza del problema, come e con chi Borghese avrebbe potuto effettuare il Golpe?
Altra ipotesi emersa nel corso degli anni è il coinvolgimento della mafia, che avrebbe visto in combutta Cosa Nostra e golpisti con la mediazione di alcune logge massoniche.
Tale tesi, oltre che fantasiosa appare alquanto infondata per un ordine generali di fattori:
- è noto e risaputo che la mafia si è sempre battuta per ampliare i propri affari criminali e non per mutare, eversivamente o no che sia, gli assetti istituzionali dello Stato. Per quanto combattuta dalle Forze dell’Ordine a dalla magistratura, la mafia, nell’ambito delle istituzioni vigenti si è ritagliata un considerevole spazio politico, sociale ed economico grazie a taluni referenti politici che le hanno garantito coperture, protezioni, agibilità, impunità.
Non a caso, nel 1993, Luciano Violante, magistrato, noto esponente e deputato del Partito Comunista, Presidente della Camera dei Deputati dal 1996-2001 in quota Democratici di Sinistra, ha affermato: «Chi riesce a dominare in larghe parti della Sicilia e in molte altre aree italiane, chi è riuscito a rimanere a Palermo latitante per 23 anni (riferimento a Totò Riina, ndr) continuando ad essere il capo di Cosa nostra, saprà pur scegliere della gente che investe i suoi soldi e che gliene rende conto. Impunità, ferocia, relazioni politiche sono i presupposti essenziali della loro forza» (L. Violante. «I corleonesi. Mafia e sistema eversivo». Intervista di Giuseppe Caldarola, Supplemento al n. 216 de «l’Unità» dell’11 settembre 1993).
Nel recensire un libro dello storico esponente comunista Emanuele Macaluso, «La mafia e lo Stato», uscito per gli Editori Riuniti di Roma nel 1971 – anno in cui si venne a sapere del Golpe Borghese – sull’organo ufficiale del PCI, «l’Unità», Maurizio Ferrara scriveva: «Colpa storica dell’attuale Democrazia Cristiana è, tra l’altro, di avere tradito, senza tante esitazioni, la lezione del vecchio Partita Popolare di Sturzo, le cui leve più giovani – nota Macaluso – accoppiavano la critica al vecchio Stato liberale con il rifiuto della mafia che di quello Stato era il puntello. La DC di oggi, scegliendo un ruolo di surrogazione delle vecchie clientele democratico liberali, ha rotto questa tradizione, ha spezzato quel tenue filo rinnovatore, è piombata dentro la mafia fino al collo» (Maurizio Ferrara, «La mafia e lo Stato», «l’Unità», 18 febbraio 1972).
Dinanzi a quanto sopra documentato, è necessario chiedersi:
- agendo loscamente in un sistema congeniale, che le garantiva agibilità, ricchezza e protezioni, perché la mafia avrebbe dovuto compromettere i propri affari andandosi ad imbarcare in un’avventura autoritaria. dagli esiti incerti, appoggiando tra l’altro un colpo di stato ordito da un fascista come Borghese – tale era etichettato il Principe nero – erede tra l’altro di quel Fascismo che durante il Ventennio aveva reso vita difficile proprio alla mafia?
- Circa il presunto il ruolo – tutto da dimostrare – avuto nel Golpe da alcune logge massoniche è opportuno chiedersi, come sopra: che interesse avevano le logge ad agevolare un colpo di stato ordito da un fascista visto che proprio il Fascismo aveva messo al bando la Massoneria?
La diffusione della notizia e la difesa di Borghese
Nel pomeriggio del 17 marzo 1971 si diffondeva la notizia di indagini condotte dalla magistratura su di un “complotto neofascista” che la notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 sarebbe dovuto sfociare in un “golpe” organizzato dal Comandante Medaglia d’Oro al Valor Militare, Junio Valerio Borghese. Immediatamente si scatenò una violenta campagna politico-giornalistica il cui bersaglio principale fu Borghese che, nel frattempo, era riparato all’estero.
La notizia venne diffusa all’indomani di due grandi manifestazioni anticomuniste tenutesi rispettivamente a Milano il giorno 13, dalla Maggioranza Silenziosa il cui animatore era il partigiano bianco avvocato Adamo degli Occhi, ed a Roma il giorno successivo, dall’Associazione Amici delle Forze Armate.
È innegabile che dalla strage di piazza Fontana, spiri in Italia un forte vento di destra che sfocerà nei clamorosi successi missini dei primi anni Settanta; a metà degli anni Settanta il vento muterà soffiando, impetuoso, a favore del Partito Comunista.
In risposta all’articolo «The Pasta Putsch», pubblicato il 5 aprile 1971 sul «Time», Borghese inviò una missiva al direttore della testata americana sostenendo: «Non ho mai organizzato colpi di Stato; ritengo sarebbe stato giornalisticamente corretto da parte vostra, prima di dare informazioni di tale genere, attendere il verdetto della magistratura, che si sta occupando della questione. Fino a tale verdetto sono innocente, come stabilisce la giurisprudenza sia in Italia che negli Stati Uniti. Il Fronte Nazionale, da me creato e presieduto, si propone di moralizzare in tutti i settori la vita politica in Italia, ed essendo decisamente anticomunista, è naturalmente definito fascista. C’è chi, per motivi di bassa politica governativa e partitica, ha avuto interesse a creare la storia del coup d’etat (e ciò che voi definite “una deliberata fuga di notizie da parte del Governo”): è sicuro che i colpevoli di questa invenzione, che molto discredito ha gettato sull’Italia, prima o dopo dovranno rispondere delle loro colpe davanti al magistrato» (E. Cavaterra, «L’Italia muore di antifascismo», «Il Conciliatore», n. 2 febbraio 1972).
Nei giorni del golpe Pansa intervista Borghese
Torniamo al dicembre 1970 perché, ad una manciata di ore dal golpe, accadde un qualcosa di incredibile: il giornalista di sinistra Gianpaolo Pansa, collaboratore del quotidiano «La Stampa», si trovò a cospetto del Comandante Borghese per intervistarlo. Non si trattò di un’intervista di qualche minuto, ma di un qualcosa di più, come raccontò lo stesso Pansa: «Ho parlato con Valerio Borghese, a Roma, il 4 e il 5 dicembre 1970, appena due giorni prima dell’“adunata” nelle tre palestre per il presunto complotto contro lo Stato. […] Il 3 dicembre, per telefono, parlai con uno dei più stretti collaboratori di Borghese, il costruttore edile Guadagni, già segretario nazionale del movimento. Dopo qualche trattativa, il mio incontro col principe venne fissato per le 11 del giorno successivo, venerdì 4 dicembre, in via Giovanni Lanza. Ci andai con il fotoreporter Mimmo Frassineti, dell’Agenzia Team. Un po’ appesantito, le guance cascanti, l’aria più vecchia dei suoi 64 anni, l’anello nobiliare e la fede nuziale all’anulare della mano sinistra, Borghese mi ricevette in una camera dell’impresa Guadagni che aveva sulla porta d’ingresso una curiosa targhetta: La Facciata. Quella non era la sede del Fronte, precisò, ma la sua stanza privata di lavoro. L’ufficio, molto modesto, era pieno di cartoline, di lettere, di giornali, di libri, di fascicoli che coprivano quasi per intero anche vecchia scrivania di Borghese, tanto che il comandante pareva difeso da una robusta, anche se disordinata, trincea di carta. […] Quindi mi chiese: “Lei scriverà su di me un articolo obiettivo?”. Risposi di no, che non sarebbe stato possibile, che io non ero un giornalista obiettivo e non credevo al mito dell’obiettività. Borghese parve soddisfatto della risposta: “Lei ha il coraggio della verità. Va bene, dunque, le dò l’intervista. Ma venga domani pomeriggio, perché adesso non ho tempo”. L’indomani era sabato 5 dicembre. Cominciammo a parlare poco dopo le 16 e finimmo verso le 19. A tutto il colloquio assistette Guadagni e, in parte, anche Frassineti che fece altre foto. Debbo dire che Borghese non solo fu cordiale e gentile, ma si rivelò pazientissimo: sopportò decine di domande, e rispose parlando a torrente, senza risparmiare parole o fiato. La sua voce era robusta, a tratti imperiosa, e lui spesso serrava il pugno, in un gesto duro che doveva essergli abituale. Mi lasciò registrare tutto. […]». Dal detto colloquio, oltre ad una intervista pubblicata a puntate su «La Stampa», Pansa poté ricavarne addirittura un libro di oltre 180 pagine – ci cui abbiamo riportato sopra brevi stralci – pubblicato dall’editore di Milano Aldo Palazzi.
Il libro uscì nel 1971 e, per quanto la vulgata di quel periodo ebbe a sentenziare che la notte fra il 7 ed 8 dicembre del 1970 si verificò un “complotto neofascista”, nella citata prefazione Pansa manifestò delle perplessità scrivendo di «presunto complotto contro lo Stato».
In proposito sorge logica e naturale una domanda: Junio Valerio Borghese, il capo di una organizzazione, il Fronte Nazionale, che si accinge ad effettuare il golpe, nelle ore vitali che precedono il colpo di stato, riesce a trovare il tempo per rilasciare una lunga intervista dalla quale ne nascerà addirittura un libro. Almeno che il Principe nero non abbia avuto il dono della bilocazione tale da potersi dedicare, contemporaneamente, al colpo di stato ed all’intervista a Pansa, nel caso tale fenomeno sia da escludersi, proprio la presenza di Pansa dinanzi al Comandante Borghese nelle giornate del 4 e 5 dicembre 1970, farebbe crollare l’ipotesi suggestiva del golpe.
L’ipotesi più credibile
In conclusione ci sentiamo di condividere la tesi che, in quelle giornate del 7 ed 8 dicembre 1970 e giorni precedenti, Borghese stesse mettendo a punto la macchina organizzativa del Fronte Nazionale al fine di scendere in piazza per una grande manifestazione contro la imminente visita in Italia del Presidente jugoslavo Tito, noto infoibatore di italiani. Era inoltre pendente, fra Italia e Jugoslavia, l’annoso ed irrisolto nodo del confine orientale. Nel merito nutriamo dei dubbi che Borghese, nell’organizzare la manifestazione anti-Tito abbia avuto delle sollecitazioni da personaggi gravitanti in area governativa (https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/284294.pdf).
Anche in tal caso, vista la reciproca ostilità fra Borghese ed il potere, compresa e la classe politica di quel periodo, sorgono due quesiti:
- perché Borghese avrebbe dovuto fidarsi di una sollecitazione proveniente da parte ostile?
- perché il potere, la classe politica che malvedeva Borghese, avrebbe sollecitato l’ex Comandante della X MAS a scendere in piazza contro Tito? Per tendergli una trappola in modo da far passare la manifestazione anti-Tito in un golpe?
Sono tutte domande che non hanno avuto risposte.
Borghese, a nostro modo di vedere, nell’organizzare la manifestazione contro Tito agì autonomamente perché era nella sua personalità muoversi in tal modo. Che poi in quella notte della Madonna lunga e misteriosa andò in onda anche un’esercitazione delle Forze Armate denominata “Operazione Triangolo” è cosa nota, ma che relazione poteva avere con la mobilitazione del Fronte Nazionale non in funzione golpista, ma in funzione anti Tito?
Con il mandato di cattura revocato nel 1973, Borghese sarebbe potuto rientrare in Italia per raccontare quanto avvenuto ma, improvvisamente, morì a Cadice, in Spagna, nell’agosto 1974.
Considerata la manifestazione anti-Tito per la quale il Fronte Nazionale si stava mobilitando il 7-8 dicembre 1970, quando sarebbe dovuto giungere in Italia il Presidente della Jugoslavia? La risposta ci viene data dall’organo ufficiale del PCI, «l’Unità», il 10 dicembre 1970 – giorno dell’arrivo a Roma del leader comunista – che con allarme titolava in prima pagina un articolo di Giuseppe Boffa: «Rinviata la visita di Tito in Italia». Nel sottotitolo veniva denunciata «Una torbida campagna di destra respinta dal popolo italiano». E giù con accuse al Governo italiano per la «questione delle frontiere».
Michele Salomone