Bonito ricorda Alfredo Covelli, un protagonista della Destra italiana

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Lo scorso mese di settembre il Comune di Bonito in provincia Avellino, ha intitolato una strada ad un suo illustre figlio, Alfedo Covelli, noto esponente monarchico, membro dell’Assemblea Costituemte (1946-48), deputato per sette legislature consecutive (1948-1976), parlamentare europeo (1969-1979), tre lauree conseguite, docente, giornalista.

Nato appunto a Bonito nel 1914 e deceduto a Roma nel 1998, il nome di Alfredo Covelli è legato alle vicende che vanno dal secondo e tragico dopoguerra alla fine degli anni Settanta, periodo quest’ultimo in cui abbandonò l’attività politica.

Terminato il Secondo Conflitto Mondiale al quale aveva partecipato valorosamente in qualità di Ufficiale della Regia Aeronautica, Alfredo Covelli dette tutto sé stesso per la causa monarchica a cominciare dalla battaglia referendaria fra Monarchia e Repubblica del 1946.

Erede di quella Destra risorgimentale e nazionale sensibile agli ideali patriottici da cui era scaturito lo Stato Unitario, Alfredo Covelli fu un moderato deciso e fermo nei propri principi e, pur avversando la neonata Repubblica, si mosse sempre nella legalità.

Se in quel tragico e lungo dopoguerra il termine Destra era aborrito, Covelli, al contrario, non ne era allergico visto che gli era ben chiaro quale fosse la sua Destra.

Deputato monarchico eletto all’Assemblea Costituente nel 1946, nello stesso anno Covelli fondò il Partito Nazionale Monarchico (PNM) conducendolo, in qualità di segretario, agli incredibili trionfi nelle elezioni amministrative del maggio 1952 ed a quelle politiche del 1953. Vittorie derivate dai considerevoli consensi riversatisi dalla DC degasperiana al PNM ed al MSI da parte di un elettorato che si era accorto del falso anticomunismo democristiano. Il 1953 sancì la fine politica di De Gaperi battuto elettoralmente in quella competizione.

Nel 1952 la DC perse complessivamente – dati riferiti alle elezioni provinciali – rispetto alle politiche del 18 aprile 1948 circa un milione mezzo di voti; i monarchici con l’8,8% ed il MSI con il 13,7%, alleati a Destra, conseguendo il 22,5% dei consensi, conquistarono molti Comuni del sud compresi alcuni importanti capoluoghi.

Nelle politiche del giugno 1953, il trionfo bissato dalle Destre vide i monarchici passare dai 14 deputati del 1948 a 40; i missini dai 6 del 1948 a 29; la DC perse 2 milioni di voti.

La scissione operata in seno al PNM nel giugno 1954 da Achille Lauro, fautore di un’alleanza con la DC, che diede vita al Partito Monarchico Popolare (PMP), provocò un indebolimento in primo luogo elettorale che Covelli gestì restando fermo nei propri convincimenti, tant’è che dalla riunificazione delle due forze avvenuta nel 1959, nacque il Partito Democratico Italiano divenuto Partito Democratico Italiano di Unità Monarchica (PDIUM) due anni dopo.

Appare opportuno sottolineare che, in genere, almeno in Italia, i partiti ispiratisi ad un istituto, monarchico o repubblicano che fosse, non hanno mai brillato per successi elettorali; stesa cosa dicasi per il Partito Repubblicano Italiano. Le vittorie conseguite da Covelli nel 1952 e nel 1953 ebbero un carattere straordinario.

Gli anni Sessanta, con una DC sempre più spostata a sinistra impegnata a portare i socialisti nell’area di governo, videro un Covelli sempre attivo, impegnato a costruire una Grande Destra democratica e nazionale con monarchici, liberali e missini al fine di evitare ulteriori scivolamenti a sinistra alla DC. Il no deciso del segretario liberale Giovanni Malagodi non fece naufragare il progetto, che Covelli continuò a portare avanti.

Quanto al rapporto con il MSI, per quanto talune componenti interne ai monarchici ed ai missini non erano propense ad un’alleanza – recenti erano le vicende legate al 25 luglio (caduta ed arresto di Mussolini) ed all’armistizio dell’8 settembre 1943 con i monarchici che presero parte alla Guerra di Liberazione ed i fascisti che, invece, avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana.

Covelli ebbe un buon rapporto soprattutto con Arturo Michelini, un moderato come lui, che dal 1954 guidava la Fiamma Tricolore.

Covelli aveva intuito sicuramente che monarchici e missini, al di là delle note diatribe, erano condannati a stare insieme in un paese reso loro ostile che, non vergognandosene, continuavano a chiamare Patria amando sconfinatamente l’Italia.

Giunse il 1968 con la Contestazione giovanile monopolizzata dai comunisti, prologo degli Anni di Piombo.

Le elezioni politiche del maggio 1968, se da un lato fecero registrare un’avanzata del PCI ed una sostanziale tenuta – al rialzo – della DC, dall’altro ridimensionarono la Destra, con il MSI al 4,45% dei voti ed il PDIUM all’1,30%. Quest’ultimo, sempre più in crisi di consensi, riuscì ad eleggere solo 6 parlamentari fra i quali il famoso generale Giovanni De Lorenzo. In pratica, le suddette forze nazionali, presentatesi tra l’altro divise, riuscirono a totalizzare complessivamente il 5,75% dei voti, poca cosa per contrastare il centrosinistra con una DC ormai protesa verso il PCI, lo stesso PCI e la Contestazione montante.

Scomparso Michelini nel giugno 1969, alla guida del MSI era stato chiamato Gorgio Almirante, reduce della RSI, per anni oppositore interno del suo predecessore. Viste le personalità di Covelli, moderato che aveva partecipato alla Guerra di Liberazione, ed Almirante reduce della RSI, tutto lasciava pensare che monarchici e missini avrebbero preso strade diverse.

Eppure qualcosa si mosse a Destra.

Agli inizi del 1971 Milano, la capitale dell’Antifascismo, fu teatro di un clamoroso avvenimento: la nascita e l’affermazione della Maggioranza Silenziosa, movimento di opinione patriottico ed anticomunista al quale aderirono, a titolo personale, monarchici, missini, democristiani e liberali.

Animatore principale della Maggioranza Silenziosa fu Adamo Degli Occhi, avvocato milanese di formazione cattolica che aveva preso parte alla Resistenza meritandosi una Medaglia di Bronzo al Valor Militare.

In un’Italia colpita da eversione, stragismo e profonda crisi morale, sociale ed economica, un diffuso sentire di destra attraversava la Nazione; una cospicua parte degli italiani avvertivano quanto la DC favorisse l’avanzata comunista. Non potendo eludere la chiamata, Covelli ed Almirante dettero vita alla Destra Nazionale, uno schieramento nel quale missini e monarchici, non rinunciando ai principi ed ai valori ideali per i quali erano nati ed avevano combattuto, chiamavano a raccolta, sotto le proprie insegne, tutti quegli italiani disponibili ad una comune battaglia anticomunista e di rinnovamento delle istituzioni con l’obiettivo di condizionare politicamente la DC nel progressivo avvicinamento al PCI.

Visti premiati i suoi sforzi, Alfredo Covelli vide nella Destra Nazionale una grande operazione politica attesa da anni dagli elettori. Una Destra Nazionale, che riconosceva il valore libertà collocandosi nello scacchiere occidentale non tralasciando, in tema di politica economica, i principi corporativi e socializzatori.

Aderirono alla Destra Nazionale cattolici e liberali, militari, personalità del mondo della cultura come Giovanni Artieri, storico di estrazione nazional-liberale proveniente dalla Resistenza, il noto filosofo dai trascorsi marxisti Armando Plebe, Mario Tedeschi, direttore del settimanale «Il Borghese».

Per dare un segnale riguardo l’organizzazione del partito, il missino Giorgio Almirante quale segretario della Destra Nazionale (MSI-DN), venne affiancato da due presidenti, il monarchico Alfredo Covelli e la Medaglia d’Oro al Valor Militare, Ammiraglio in congedo Gino Birindelli, Eroe della Seconda Guerra Mondiale, di orientamento liberale.

Le elezioni politiche per la prima volta anticipate del maggio 1972 arrisero fortemente al MSI-DN con l’8,67% dei voti alla Camera ed oltre il 9% al Senato. Con 82 parlamentari la Destra Nazionale di Almirante e Covelli diventava la quarta forza politica italiana, un risultato impensabile.

Da quel momento il MSI-DN fu cinto d’assedio dall’Antifascismo istituzionale e dall’Antifascismo eversivo che, in ogni dove, con campagne denigratorie continue e macchinazioni incessanti, persecuzioni a vari livelli ed aggressioni ed attentati sistematici, cagionarono una lunga scia di sangue che vide cadere esponenti e militanti del MSI-DN giovani e meno giovani. Era l’epoca delle stragi che, non appena compiute, il PCI le additava ai fascisti e di lì breve era il passo per criminalizzare il MSI-DN.

Assistendo ai quei drammi, pur restandone scosso, Alferdo Covelli perseverò nei suoi toni misurati in ossequio alla politica moderata di cui era portatore. Per tale motivo non approvò talune pulsazioni estremistiche che spesso affioravano all’interno della Destra Nazionale da parte di alcuni esponenti della componente missina non del tutto defascistizzata.

L’ idillio con Almirante durò solo quattro anni ed ebbe a concludersi alla fine del 1976 – dopo la sconfitta subita nelle elezioni politiche per la seconda volta anticipate del 20-21 giugno – con la nascita di Democrazia Nazionale (DN) alla quale aderì Covelli. Una scissione che falcidiò il MSI-DN visto che con Almirante rimase una manciata di parlamentari; la maggioranza, fra cui missini di vecchia data, scelse la nuova formazione di Destra democratica chiamata ad agire non contro il sistema, ma nell’ambito del vigente sistema costituzionale italiano. Almirante decretò la espulsione a vita dal MSI-DN degli scissionisti.

Secondo la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sulla Loggia massonica P2 presieduta da Tina Anselmi, relazione di maggioranza, quella scissione fu proprio opera della P2 di Licio Gelli e «sembra si possa collocare nell’ambito delle previsioni politiche formulate nel piano di rinascita democratica, nel quale si fa riferimento ai democratici della Destra Nazionale».

La frattura consumatasi a destra nel dicembre 1976 vide duramente contrapporsi MSI-DN e DN, il cui scontro finale se lo disputarono nel doppio appuntamento elettorale nel giugno 1979, elezioni politiche per la terza volta anticipate e quelle europee. Il MSI-DN si aggiudicò il Derby della Destra eleggendo propri rappresentanti in ambedue in Consessi, italiano ed europeo; Democrazia Nazionale non elesse alcun rappresentante.

Covelli, che partecipò a quelle competizioni prese atto della sconfitta facendosi da parte senza rimpianti, senza recriminazioni, senza nostalgie visto che non era uomo di posti e di poltrone.

Rimase fedele alla causa monarchica fino alla fine dei suoi giorni, indubbiamente un monumento di coerenza ed alla coerenza in un paese come il nostro dove abbondano trasformisti e voltagabbana di ogni risma.

Ci auguriamo che la nuova strada intitolata ad Alfredo Covelli non abbia soppiantato altra dedicata ad altro personaggio o luogo. Scriviamo ciò perché, da tempo, assistiamo a nefandi spettacoli di amministrazioni comunali incolte ed incivili, serve della imperversante furia iconoclasta che, pretendendo di giudicare la storia, cancellano vie già dedicate per far posto a chi più aggrada. E siamo convinti che la presente asserzione finale la condividerebbe anche don Alfredo, in qualità di Italiano, di docente e di persona dotata di buonsenso.

Michele Salomone