Allori per Emma Bonino e silenzio su Raffaele Costa: la vendetta mediatica del “mondo al contrario”

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Se ne sono andati insieme, lo scorso 11 settembre, Emma Bonino e Raffaele Costa. La prima storica leder radicale, il secondo noto esponente liberale approdato a Forza Italia dopo aver costituito l’Unione di Centro successivamente al terremoto di Tangentopoli che aveva polverizzato tutti i partiti di potere ad eccezione del privilegiato PCI.

Se per Emma Bonino stampa e politica hanno tributato onori contornati da allori, per Raffaele Costa, al di là della rituale e generica notizia della morte avvenuta nella sua Mondovì tre giorni dopo il suo 90° compleanno, nessuna enfasi, nessuna analisi, nessuna riflessione. Perché? Il perché è facile ed al tempo stesso difficile sostenerlo vista la imperante (il)logica dei due pesi e delle due misure.

Da sempre liberale, Raffaele Costa cominciò a confrontarsi con la grande politica, quella parlamentare, nell’infuocato 1976, allorquando venne eletto alla Camera nella circoscrizione piemontese Cuneo-Alessandria-Asti facendo parte del mini gruppetto parlamentare del PLI composto da 5 deputati e 2 senatori. PLI pesantemente punito dall’elettorato, causa la disastrosa politica voluta da Giovanni Malagodi, insigne economista, ma pessimo segretario e presidente del partito che, schierandosi al centro con la DC per chiudere a sinistra ed a destra, non si rese conto di come, proprio la DC, agevolava – cosa peraltro nota fin dai tempi di De Gasperi – sempre di più l’entrata del PCI nelle istituzioni e nei centri di potere.

Dal boom elettorale del 7 % conseguito nel 1963, il disastro politico di Malagodi portò il PLI verso il baratro conseguendo il 5,8% dei voti nel 1968, il 3,8 nel 1972. Disastrosa scia, quella malagodiana, che ebbe ripercussioni perfino sulla segretaria Bignardi (1972-76) con un partito elettoralmente polverizzato e ridotto all’1,31% dei consensi nelle elezioni politiche per la seconda volta anticipate del giugno 1976. Quanto fu eroicamente difficile, in quella competizione politica – che sancì il trionfo del Partito Comunista – la elezione di sette parlamentari, fra i quali Raffaele Costa.

Quanto a Costa, all’interno del PLI, con Egidio Sterpa ed Alfredo Biondi, in continuità con Stefano Perrier nato nell’italianissima Tenda – dopo il Secondo Conflitto Mondiale ceduta dolorosamente alla Francia – Giuseppe Dardanelli, Roberto Lucifero e Luigi Durand de la Penne, genovese di origini nizzarde ed Eroe della nostra Marina Militare nella Seconda Guerra Mondiale, rappresentò la componente di Destra moderata, sentimentalmente legata agli ideali risorgimentali, ma alquanto minoritaria nel PLI visto che, con l’avvento della segreteria Malagodi (1954), il termine Destra venne bandito. Basti pensare alla emarginazione di Edgardo Sogno, Medaglia d’Oro della Resistenza, vittima negli anni Settanta di una campagna persecutoria per il suo acceso anticomunismo.

Se dovessimo etichettare Raffaele Costa potremmo sicuramente definirlo Difensore Civico del cittadino. Infatti, stella polare della sua azione politica fu il benessere del cittadino torchiato da tasse esose e cavillose, vessato e maltrattato da una burocrazia malata ed elefantiaca, alquanto atrofizzata. Di contro auspicava e si batteva per uno Stato snello ed efficiente, comunque forte ed autorevole. Da neo deputato propose un’inchiesta parlamentare sui rapporti tra consumi alimentari e salute dei cittadini (24 marzo 1977).

Quanto al flagello droga, per quanto all’interno del suo partito serpeggiassero proposte anti-proibizionistiche, Costa, ritenne tali tesi utopistiche. Poiché «la droga uccide e ha sempre ucciso», per Costa lo Stato non poteva concedere ai giovani l’uso facile della droga, liberalizzandola. Anzi, doveva promuovere programmi di disintossicazione supportati da adeguate misure legislativa con massicce coperture finanziarie.

Nel settembre 1989 si fece promotore di una proposta di legge per la «Introduzione dell’articolo 645-bis nel codice penale per la disciplina del reato di ingresso clandestino nel territorio nazionale».

Propose inoltre, nel 1991, l’«Abrogazione delle norme relative all’indennità aggiuntiva percepita dai dipendenti pubblici eletti deputati o senatori».

Favorevole alla elezione popolare dei Sindaci e del Presidente della Repubblica e conseguente riassetto del potere esecutivo, Costa agì sempre a trecentosessanta gradi interessandosi anche di sicurezza stradale. Andò persino a fustigare gli sprechi dei provveditorati. Un suo emendamento privò dell’auto ministeriale un ex Presidente del Consiglio che ancora ne beneficiava.

Si guadagnò sul campo i galloni per diventare Segretario del PLI nel maggio 1993. Una esperienza durata pochi mesi perché anche il PLI deflagrò sotto Tangentopoli i cui colpi neanche sfiorarono Costa. Più volte Ministro e Sottosegretario, Raffaele Costa fu l’uomo dei blitz clamorosi e delle incursioni improvvise negli enti statali per denunciare assenteismo ed inefficienza della pubblica amministrazione. Quando resse il dicastero della Sanità nel I° Governo Berlusconi (1994-1995), rese pubblici i nomi di quei primari che gonfiavano le liste di attesa costringendo i pazienti a rivolgersi alle salate cliniche private.

Nel maggio 1997 Costa, quale candidato del centrodestra, rischiò di diventare Sindaco della rossa Torino venendo sconfitto per una manciata di voti dal candidato delle Sinistre Valentino Castellani; Castellani ricevette il 50,40% dei consensi, Costa il 49,60%. Vittoria che non sfuggirà nel 2004, quando si impose al primo turno divenendo Presidente della Provincia di Cuneo con tutto il centrodestra.

Oltre ad essere deputato nazionale ed europeo, vi è stato anche un Raffaele Costa scrittore e fondatore di riviste. Scriveva per soddisfare certo sé stesso, ma anche per comunicare agli altri opinioni, idee, fatti.

Scrisse i seguenti libri:

«Il dottore è fuori stanza. Libro Bianco sull’assenteismo ministeriale» (1989), «La mia prima Repubblica» (Il Duemila, 1995), «L’Italia degli sprechi» ( Euroclub, 1999), «L’Italia dei privilegi: dalla A alla Z dizionario delle persone e delle categorie trattate meglio dei comuni cittadini» (Mondadori, 2002), «Politica e giustizia ai tempi delle BR. Diario di un sottosegretario liberale 1979-1980» (Mondadori, 2008).

La rivista «Il Duemila», fu una sua creatura naturale ed artigianale che, senza grandi mezzi raggiungeva periodicamente le case degli italiani per farne conoscere il pensiero nazionale e liberale non rinunciando a denunciare ed attaccare il paese delle inefficienze, degli sperperi e delle ruberie.

C’eravamo chiesti in apertura della presente riflessione perché tanta disparità di trattamento nel ricordare le figure di Emma Bonino e Raffaele Costa scomparsi nello stesso giorno, con osanna e lodi ad esclusivo vantaggio della prima.

A nostro parere con la sua politica, con il suo credo, con il suo essere, con il suo porsi, lineari e coerenti, Emma Bonino ha contribuito a costruire quel conformista mondo al contrario che pochi anni or sono, attirandosi non poche ire, il generale Vannacci ha provato a raccontare, stigmatizzandolo. Raffaele Costa, protagonista di battaglie scomode ed (in)civili, battendosi per il valore della famiglia e per la tutela delle tradizioni, avendo innati in sé i concetti di responsabilità e fiducia in sé stessi, era figlio di un altro mondo, un mondo certamente non perfetto, quello dei padri e delle madri, quello dell’Italia che fu e che oggi non c’è più, un mondo contrario all’attuale mondo al contrario.

Michele Salomone