Radici contro Algoritmi: come il mercato globale divora la Famiglia e lo Stato organico

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L’Intelligenza Artificiale rappresenta l’atto finale del nichilismo tecnico, in cui l’efficienza e il calcolo sostituiscono il senso e il pensiero critico. Questo processo di de-umanizzazione riduce l’esistenza a modelli matematici e dati, atrofizzando la capacità umana di abitare il limite e l’errore. Come profetizzato da Oswald Spengler, l’Occidente è da secoli prigioniero di una spinta tecnica “faustiana” irrefrenabile, una titanica volontà di potenza che ha finito per edificare una macchina macroscopica destinata a divorare i suoi stessi creatori. L’IA segna il definitivo passaggio della macchina da protesi dell’uomo a sostituta della sua stessa anima. Delegare il pensiero profondo, il giudizio etico e la creatività artistica a un codice binario significa decretare quella che Julius Evola definiva la “morte dell’interiorità”. È il trionfo assoluto della quantità sulla qualità, l’era della macchina intelligente e dell’automazione radicale, il regno del “Golem” meccanico che espropria l’individuo della sua autarchia spirituale e della centralità dell’Io Assoluto. L’uomo cessa di essere un soggetto spirituale e si riduce a ingranaggio passivo e dipendente dalla materia. Sul piano sociale, come evidenziato dalle intuizioni di Pino Rauti, l’automazione dei dati non libera il lavoratore, ma ne annulla la dignità, distruggendo l’artigianato e il lavoro comunitario a tutto vantaggio di monopoli transnazionali estranei ai territori, sradicando il legame organico tra il lavoratore, la sua comunità e la sua terra.

Se la vecchia catena di montaggio subordinava il corpo dell’operaio al ritmo dei macchinari, l’intelligenza artificiale compie un passo ulteriore: vincola la mente e il processo decisionale. Questa medesima deriva verso lo sradicamento e la frammentazione si riflette nel campo dei diritti civili e della bioetica. Entrambi gli ambiti appaiono oggi dominati da un individualismo assoluto che, anziché tradursi in autentica emancipazione, si configura come una vera e propria solitudine egoistica.  La pretesa che ogni desiderio o capriccio soggettivo debba tramutarsi in un diritto inalienabile garantito dallo Stato si scontra frontalmente con l’idea aristotelica della Polis.

Per Aristotele, lo Stato non è un arbitro neutrale e agnostico incaricato di assecondare le licenze dei singoli, ma possiede un fine etico supremo: la promozione del bene comune in perfetta armonia con l’ordine naturale, cementata da un idem sentire diffuso che unisce la comunità in una medesima visione valoriale e spirituale. Pratiche radicali quali la maternità surrogata, la mercificazione dei corpi, la pornografia di massa o la manipolazione genetica incontrollata non rappresentano conquiste di libertà, ma ferite profonde inferte all’integrità biologica e morale della comunità. In questa deriva, Georg Wilhelm Friedrich Hegel scorgerebbe la dissoluzione della Famiglia, intesa come prima radice etica e oggettiva dello Stato. Quando i “nuovi diritti” fluidi e individualisti disgregano l’istituto familiare, l’individuo non si emancipa: viene privato delle sue difese comunitarie, atomizzato e reso debole, diventando una preda facilmente manipolabile dalle logiche del mercato globale.

Contro questa cultura del “fine vita”, intesa come eutanasia, e contro la riduzione della vita a materiale da laboratorio, figure come Giorgio Almirante e Pino Romualdi hanno storicamente opposto la difesa di una società fondata sul dovere, sulla sacralità della persona e sulla continuità generazionale, arginando l’avanzata del materialismo edonista della civiltà dei consumi. Un materialismo che ipocritamente si veste di verde nell’odierno attivismo ecologista. Non si tratta affatto di abdicare alla difesa dell’ambiente: la prospettiva viene anzi radicalmente ribaltata, opponendosi all’ambientalismo di facciata, burocratico e contabile, delle élite globaliste. Movimenti cosmopoliti come Ultima Generazione manifestano un ecologismo astratto e sradicato, focalizzato unicamente sulle emissioni di carbonio e sulla colpevolizzazione dell’uomo. Al contrario, chi attinge alla visione dell’ecologia profonda e agli studi giovanili di Pino Rauti propone un legame indissolubile tra Sangue e Suolo. La Terra non è una risorsa da sfruttare né un parco giochi astratto, ma è la “Patria dei Padri”: un patrimonio ereditato, fatto di paesaggio, cultura, memoria e stirpe.

Questa sensibilità mitica, radicata e anti-industriale trova una straordinaria consonanza nella visione di J.R.R. Tolkien, per il quale la devastazione della natura era il riflesso tangibile del peccato della modernità tecnica. Nelle sue opere, la figura dello stregone traditore Saruman incarna perfettamente il scetticismo utilitaristico odierno, possedendo «una mente di metallo e di ingranaggi» e non curandosi «delle cose che crescono, se non nella misura in cui gli servono sul momento». Per l’autore de Il Signore degli Anelli, come emerge chiaramente dalle sue lettere, il saccheggio e la meccanizzazione della terra rappresentano il vero volto della colpa moderna, poiché «l’esaurimento e l’oltraggio della terra è il crimine moderno per eccellenza».

Proteggere l’ambiente significa dunque difendere la specificità locale e rurale contro la cementificazione soffocante e l’omologazione globale descritte da Spengler. Evola ricordava come, nelle civiltà tradizionali, la natura fosse vissuta come la manifestazione visibile di un ordine sacro e invisibile: essa va rispettata non per un calcolo utilitaristico o per la sola sopravvivenza biologica della specie, ma per una forma di dignità spirituale e di fedeltà cosmica. Questo scontro tra l’universalismo globalista e le identità storiche si riflette fedelmente sulla mappa del nuovo disordine mondiale. La transizione in atto dal modello unipolare a guida americana verso un assetto multipolare non costituisce una crisi passeggera, bensì il crollo definitivo delle pretese universali e messianiche della civiltà liberale. Oswald Spengler leggerebbe nell’ascesa di grandi blocchi geografici-culturali «quali la Cina, la Russia o l’India» la conferma empirica della propria morfologia della storia, il risveglio di Culture millenarie ed eterogenee che si ribellano alla “Civiltà” senile, standardizzata e decadente dell’Occidente.

In questa transizione, le tesi di Ugo Spirito allievo di Giovanni Gentile, sullo “Stato totalizzante” e sul superamento del capitalismo verso forme di corporativismo organico offrono una chiave di lettura formidabile, assistiamo alla fine delle democrazie liberali pure a favore di grandi formazioni statali dove economia, politica e visione geopolitica si fondono in un’unica volontà di potenza. Di fronte a questo scenario, la lezione di Romualdi e Almirante conserva un valore profetico: la necessità per l’Europa di rifiutare la subalternità sia all’atlantismo americano sia ad altri blocchi stranieri, per riscoprire una “Terza Via”. L’orizzonte deve essere quello di un’Europa-Nazione forte, sovrana, nucleo imperiale fiero della propria identità continentale, capace di porsi come polo autonomo e spirituale nel nuovo assetto multipolare Romano-Cristiano.

Infine, il sintomo più evidente e drammatico della crisi dell’Occidente si consuma lungo le rotte dei flussi migratori, strettamente interconnessi al dramma dell’inverno demografico. L’immigrazione di massa non è un processo spontaneo o inevitabile, ma l’effetto deliberato delle dinamiche del capitalismo transnazionale. Come denunciato nelle storiche battaglie parlamentari della destra sociale, lo sradicamento globale serve al grande capitale come arma economica per abbassare i salari, smantellare le tutele sociali e distruggere l’omogeneità etnico-culturale delle nazioni europee, trasformando i popoli in una massa informe e intercambiabile di “consumatori universali”. Tuttavia, questo fenomeno specchia un vuoto interno: un popolo che smette di generare figli, come l’Italia e gran parte d’Europa, ha smarrito la propria forza vitale interiore, biologica e spirituale.

Aristotele e Spengler ci insegnano che il declino demografico è l’indicatore biologico della senescenza di una civiltà. La risposta a questa agonia non può risiedere nell’importazione artificiale di nuova manodopera o nella sostituzione etnica e culturale dei popoli autoctoni. La crisi profonda dell’Occidente contemporaneo si risolve, in ultima analisi, nel rifiuto sistematico del sacrificio sull’altare del consumo sterile. Ma laddove non si è più capaci di sacrum-facere, laddove ogni rinuncia viene bandita come un tabù, l’identità inevitabilmente evapora. Non vi può essere alcuna identità senza la tragica e nobile disponibilità a sacrificare l’effimero per l’eterno, l’egoismo del singolo per la sopravvivenza stessa della stirpe. La salvezza non ammette compromessi, risiede unicamente in una radicale rigenerazione spirituale, politica e materiale, capace di ricollegare l’uomo moderno alle proprie radici storiche, biologiche e tradizionali. Solo riaffermando il primato assoluto dello Spirito sulla materia e della Comunità organica sull’individuo frammentato, l’Uomo Europeo potrà trovare il destino e la forza di spezzare le catene del vuoto tecnologico, risorgendo dall’inverno della sua storia.

Rodolfo Frassanito