Astensione penalisti, Castellaneta (Camera Penale Bari): «Non difendiamo privilegi di categoria, ma il diritto di difesa»
Il referendum sulla giustizia che ci siamo lasciati alle spalle sembra, almeno per i non addetti ai lavori e per i cittadini non coinvolti in prima persona, acqua passata e dimenticata al punto tale da non essere più un argomento all’ordine del giorno nei dibattiti televisivi e ciò nonostante il sistema giudiziario continui a scricchiolare sotto il peso di logiche correntizie mai superate, le garanzie difensive sempre più erose a favore delle indagini preliminari ed emergenza carceraria che si configura come una vera e propria “vergogna italiana”. In questo clima di profonda tensione istituzionale, tanto profonda da non apparire in superficie, si inserisce l’astensione nazionale dei penalisti, proclamata dal 23 al 29 settembre 2026.
Una protesta che trova una delle sue ragioni più allarmanti nel gravissimo “caso Perugia”, dove le intercettazioni illecite e sistematiche dei colloqui tra avvocati e detenuti hanno inferto una ferita profonda allo Stato di diritto e alla segretezza del rapporto tra cliente e difensore. Di fronte al silenzio della Procura umbra e a una risposta del Ministero della Giustizia giudicata insufficiente, l’avvocatura penale scende in piazza per ribadire che difendere il diritto di difesa significa, in ultima analisi, difendere la libertà di ogni singolo cittadino.
Per comprendere a fondo le ragioni di questa dura mobilitazione e analizzare i mutati equilibri della giustizia proprio all’indomani dei recenti verdetti referendari, abbiamo rivolto qualche domanda all’Avvocato Filippo Castellaneta, dallo scorso 17 giugno 2026 Presidente della Camera Penale di Bari. Con lui abbiamo tracciato il quadro di una magistratura arroccata sulle proprie posizioni, di una politica troppo spesso timida e di una battaglia forense che non è un privilegio di categoria, ma l’argine estremo contro la deriva della giustizia sommaria.
Avvocato Castellaneta, i recenti sviluppi referendari legati alla separazione delle carriere e ai meccanismi di valutazione dei magistrati segnano un punto di svolta per la giustizia italiana. Alla luce del verdetto delle urne, come stanno cambiando i rapporti di forza e il dialogo quotidiano tra la magistratura e la classe forense? Assistiamo a un reale bilanciamento delle parti o a un inasprimento delle tensioni nei tribunali?
Ovvio che il verdetto referendario ha lasciato immutato un sistema di nomine ancorato alle logiche delle “correnti”, criticato da molti, ritenuto inadeguato dai più ma in nome del quale durante la campagna referendaria i comitati del “NO” si sono spesi allo spasimo per difenderlo. Era il momento invece di cambiare rotta. Noi pensavamo ad un processo più equo, la controparte ha pensato a conservare immutato l’esistente assetto di potere. Ma i primi scricchiolii si notano subito, sono sempre le correnti che comandano e chi non si adegua è fuori. Si veda il caso del Magistrato barese Michele De Palma espulso da magistratura indipendente perché aveva “osato” candidarsi in autonomia alle elezioni per il CSM.
Nei processi dopo il referendum non si avvertono tensioni, la professionalità di tutti i protagonisti del’agone giudiziario, per quel che mi consta, è alta. Qualche caduta di stile è riscontrabile nella sola notte del 23 marzo, forse qualche post di attacco all’avvocatura da parte di qualche magistrato andava evitato… ma eravamo in fase di tensione post agonistica…
Entrando nella stretta attualità, la delibera di astensione fa esplicito riferimento al gravissimo caso delle intercettazioni illecite avvenute nel carcere di Perugia ai danni di numerosi penalisti. Quanto è a rischio, oggi in Italia, la segretezza delle conversazioni tra cliente e avvocato, e quali sono le conseguenze dirette sul diritto di difesa dei cittadini?
Il caso Perugia è eclatante: captazioni sistematiche nella sala colloqui del carcere, dei colloqui tra difensori e assistiti, protrattesi per oltre sei mesi ha determinato una delle più gravi violazioni del diritto di difesa, della libertà e segretezza delle comunicazioni che possano verificarsi in uno stato di diritto.
Oggi non è a rischio soltanto il diritto alla segretezza è a rischio il diritto di difesa che è sacrosanto ed è un valore costituzionalmente protetto: il difensore viene spesso visto come un’ostacolo alla realizzazione di quella giustizia “sommaria” agognata dai più e che molti vorrebbero vedere attuata nei Tribunali.
Dobbiamo invece far capire alla vulgata che noi siamo i difensori della libertà di ogni cittadino, ed ai colleghi che è venuto il momento di difendere lo Stato di diritto. Ed i tempi del processo possono essere “brevi” ma non “frettolosi” a scapito delle garanzie.
Recentemente il caso è arrivato in Parlamento con un’interrogazione rivolta al Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Ritiene che la risposta della politica e del Ministero sia stata finora adeguata o avverte una mancanza di chiarezza istituzionale rispetto a questi episodi di captazione illegale?
Di fronte ad una chiarissima violazione di norme di rango costituzionale quali l’art. 15 della Costituzione che tutela la libertà delle comunicazioni e dell’art. 24 che tutela il diritto di difesa, la Procura della Repubblica di Perugia più volte sollecitata dall’UCPI ha disatteso ogni chiarimento trincerandosi dietro un’inspiegabile quanto inopportuno diritto alla segretezza. Dopo aver palesemente violato il diritto alla segretezza dei colloqui tra cliente e avvocato, alla richiesta di fornire una spiegazione oppone quel diritto alla segretezza che invece ha violato. Paradossale. A fronte di tale comportamento ci si aspettava una presa di posizione più severa da parte del Ministro di Giustizia. Che non c’è stata.
Oltre al caso di Perugia, le Camere Penali denunciano un progressivo arretramento delle garanzie individuali e una persistente emergenza sul fronte delle carceri italiane. Quali sono i punti più critici del sistema penitenziario attuale che richiedono un intervento immediato?
L’insuperabile e fisiologico squilibrio di poteri tra chi Accusa e chi Difende dovrebbe portare chi ha a cuore la democrazia, lo Stato di diritto e la difesa delle libertà dei cittadini a non smantellare le garanzie difensive vero presidio di legalità contro il Potere ed invece potremmo citare innumerevoli casi in cui il difensore deve lottare con le unghie e con i denti per farsi riconoscere quanto meno il diritto al contraddittorio pilastro del sistema accusatorio.
Il baricentro del processo penale è sempre più spostato alla fase delle indagini preliminari e non al dibattimento Ebbene in quella fase molto spesso la presenza del difensore, garante dei diritti del cittadino indagato, non c’è . Traete voi le conseguenze…
Lo stato delle carceri è una vergogna italiana. Sovraffollamento alle stelle, violazione palese del principio di umanità, condanne della CEDU e moniti di tutte le grandi personalità, tra cui il Papa, inattuati, la rieducazione tra le mura è un miraggio.
Ogni cittadino italiano dovrebbe ritenersi amareggiato e deluso per una situazione che deprime il concetto di umanità, ed espone l’Italia a ripetute condanne della CEDU.
Spesso l’opinione pubblica fatica a comprendere le ragioni delle astensioni degli avvocati penalisti, considerandole talvolta come “privilegi della categoria” o semplici rallentamenti dei processi. In che modo questa protesta difende in realtà i diritti dei cittadini e non solo quelli della classe forense?
L’opinione pubblica deve capire che difendendo la libertà e assicurando un giusto processo ed una giusta esecuzione penale ad uno, difendiamo la libertà di ognuno e il diritto ad un giusto processo e ad un’esecuzione penale orientata alla rieducazione a tutti. E soprattutto che se chi delinque ritorna in società e intraprende la strada dell’honeste vivere è una vittoria della collettività.
Le astensioni non rallentano i processi per 2 motivi: i processi nei confronti di persone sottoposte a misura custodiale comunque si celebrano e il rinvio ad altra data sospende i termini di prescrizione.
L’astensione è il momento in cui facciamo sentire più forte la nostra voce.
Lo sciopero durerà ben sette giorni. Quali segnali concreti vi attendete dal Governo e dalla Magistratura per revocare lo stato di agitazione e quali saranno le prossime tappe della mobilitazione se le vostre richieste rimarranno inascoltate?
Ritengo che quanto avvenuto a Perugia rappresenti davvero una ferita per l’avvocatura e il punto più basso dei rapporti tra potere e avvocatura penalistica. Oltre ci sarebbe soltanto l’abrogazione della funzione difensiva.
E’ arrivato il momento che l’avvocatura penalistica associata si renda conto del pericolo che corriamo e della necessità di fare fronte comune contro ogni comportamento, da chiunque posto in essere, che si riveli dispregiativo del diritto di difesa.
Paolo Scagliarini