Bestia del Gévaudan o lupo? Tra analfabetismo biologico e responsabilità delle istituzioni.
Cresce l’allarme nel territorio per presunti attacchi da parte di un predatore. Ma la realtà dei fatti svela un cortocircuito fatto di norme non applicate, scarsa cultura ambientale e una gestione fallimentare del territorio rurale.
No, non siamo affatto sicuri anzi, la biologia e la logica dicono qualcosa di diverso:
- Troppo schivi: I lupi evitano i centri abitati.
- Sempre in movimento: Percorrono circa 40 chilometri al giorno.
- Niente stazionamento: Non restano nello stesso punto a fare la posta.
- Zero attacchi storici: Nessun morto in Italia da oltre un secolo.
Di contro
- Cani vaganti: Animali incustoditi che popolano i casolari.
- Esemplari confidenti: Cani abituati all’uomo e senza paura.
- Possibili ibridi: Incroci nati dall’abbandono e dal mancato controlli.
Negli ultimi giorni il dibattito pubblico è stato scosso da una notizia allarmante: tre aggressioni attribuite a un lupo, nei confronti di tre bambini. La prima vittima accertata però è stata una volpe. Eppure, grattando la superficie di questa psicosi, emerge una fitta rete di contraddizioni che chiama in causa la responsabilità dei residenti e in modo strutturale, il mancato senso civico delle istituzioni.
La prima contraddizione: l’analfabetismo biologico
Ma facciamo delle ipotesi : il “lupo killer” arriva dall’etologia stessa della specie. I lupi sono animali notoriamente schivi, che evitano accuratamente le zone abitate. Inoltre, un lupo percorre mediamente quasi 40 chilometri al giorno: l’idea che stazioni stabilmente nello stesso punto contrasta radicalmente con il suo istinto e il suo status biologico.
Siamo di fronte a un classico esempio di “analfabetismo biologico”, lo stesso fenomeno moderno che porta i bambini delle grandi città a pensare che i polli abbiano quattro zampe a causa dei packaging dei supermercati, o che i bastoncini di pesce nuotino già impanati.
Abbiamo perso il contatto visivo ed esperienziale con la natura, e quando questa si manifesta (o si presume lo faccia), la risposta immediata è la paura irrazionale, distorta dalla mancanza di conoscenza.
Il vero colpevole: cani vaganti e microchip fantasma.
Se non è un lupo, cosa sta aggredendo il territorio? La risposta è molto più vicina alle nostre cattive abitudini di quanto vogliamo ammettere. Le aree interessate dalle segnalazioni pullulano di strutture rurali e aziendali. In questi luoghi stazionano stabilmente cani vaganti, animali abituati alla presenza dell’uomo e, di conseguenza, molto meno timorosi e potenzialmente più pericolosi in determinate circostanze. Potrebbe trattarsi di un ibrido, o più verosimilmente di normalissimi cani vaganti , cani padronali o aziendali lasciati a se stessi.
Qui emerge la colpa più grave delle istituzioni: l’inapplicabilità – o meglio, la mancata applicazione – delle norme vigenti. Se si concepisse l’idea di controllare davvero il territorio, masserie aziende zone rurali attraverso controlli mirati di microcippatura, molte di queste situazioni di pericolo non esisterebbero. Le leggi in Italia ci sono, basterebbe semplicemente applicarle. Il randagismo e l’abbandono colpevole non sono piaghe inevitabili, ma la diretta conseguenza di un’assenza di vigilanza da parte di chi dovrebbe monitorare le campagne.
I dati reali: l’uomo è il vero predatore
Mentre la cittadinanza si barrica in casa per paura del predatore, la statistica ufficiale racconta una storia completamente inversa. In Italia non si registrano attacchi mortali all’uomo da parte di lupi sani da oltre un secolo. Dal dopoguerra a oggi, le pochissime interazioni aggressive (appena 19 tra il 2017 e il 2024 in tutta la penisola) sono state causate da pochissimi esemplari “confidenti”, ovvero animali abituati dall’uomo a ricevere cibo facile o attratti da rifiuti gestiti male.
Al contrario, la vera strage silenziosa è quella subita dai lupi. Solo nei primi quattro mesi dell’anno, l’Osservatorio Lupo ha registrato circa 190 esemplari morti a causa di investimenti stradali, bracconaggio e avvelenamenti (con almeno 21 casi accertati legati all’uso di esche avvelenate).
Le cattive abitudini e i pericoli invisibili
La gestione del territorio mostra il fianco anche a una profonda ipocrisia. Ci si spaventa per un animale selvaggio, ma si convive quotidianamente con pericoli mortali autoctoni nell’indifferenza generale. Si pensi per esempio all’oleandro, pianta ornamentale tossica presente in tantissimi giardini: basta l’ingestione di una sola foglia (contenente glicosidi cardioattivi come l’oleandrina) per uccidere un bambino. Eppure, i resti delle potature vengono regolarmente bruciati , generando fumi tossici nocivi, o usati impropriamente per barbecue, ignorando che persino l’acqua dei vasi in cui riposa diventa veleno.
Eppure l’Italia ha un impianto normativo che sulla carta è un arsenale:
- L’obbligo del microchip (in vigore dal lontano 2005) e l’anagrafe canina entro i due mesi di vita.
- La Legge Quadro 281/1991 che vieta la soppressione e impone la tutela.
- Il reato di abbandono (Art. 727 C.P.) con sanzioni fino a 10.000 euro.
- Le pesantissime novità del Codice della Strada (Legge 177/2024), che prevedono la sospensione della patente fino a un anno per chi abbandona un animale su strada, fino ad arrivare alle pene per omicidio o lesioni stradali se l’abbandono causa incidenti.
Tutte norme bellissime, molte volte inapplicate e ridotte a carta straccia per via dell’assenza totale di vigilanza. Se la Polizia Locale e le autorità competenti facessero controlli a tappeto, microchip alla mano, nelle aziende agricole e nei casolari , il problema dei cani vaganti verrebbe azzerato in una settimana. Invece si preferisce non disturbare il sonno dei proprietari negligenti, lasciando che animali incustoditi possano diventare un pericolo.
Conclusioni
Il caso del “lupo” a Noicattaro è lo specchio di una comunità disconnessa dalla realtà ecologica, che preferisce cedere alla psicosi piuttosto che guardare alle proprie responsabilità. Residenti che gestiscono il territorio rurale con leggerezza, uniti a istituzioni colpevolmente inerti sul fronte dei controlli e della microcippatura, hanno creato il perfetto capro espiatorio. Prima di dare la caccia al lupo, sarebbe il caso di applicare le leggi e ritrovare il senso civico perduto.
Rodolfo Frassanito*
*Dirigente Nazionale NOETAA (Nucleo Operativo Ente Tutela Animali Ambiente)