Dichiarazione congiunta dei Patriarcati greco-ortodosso e latino. “Lasciare Gaza City sarebbe una condanna a morte”

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Ieri 26 agosto 2025 i Patriarchi greco-ortodosso e latino di Gerusalemme hanno emesso una dichiarazione congiunta sull’evacuazione di Gaza City. Un evento straordinario: questi leader religiosi, divisi da secoli di dispute teologiche e liturgiche, raramente parlano all’unisono. Lo “status quo” ottomano del 1852 regola ancora minuziosamente ogni dettaglio della loro presenza nei luoghi santi, dai tempi delle celebrazioni alla disposizione degli arredi. Superare tali divisioni storiche indica una situazione eccezionale.

Il documento si apre e chiude con Proverbi 12,28: “Nel sentiero della giustizia c’è la vita, e seguendolo non c’è morte”. Non è casualità retorica ma chiave interpretativa: i Patriarchi offrono una lettura sapienziale degli eventi, dove la giustizia biblica (sedaqah) – mai solo questione legale ma essenza delle relazioni umane – diventa metro di giudizio del conflitto contemporaneo.

Colpisce la concretezza del linguaggio. Non astrazioni su “crisi umanitarie” ma descrizioni precise della realtà vissuta: il complesso greco-ortodosso di San Porfirio e quello latino della Sacra Famiglia ospitano centinaia di rifugiati, le Suore Missionarie della Carità assistono disabili, anziani e bambini cercano di sopravvivere. Questa specificità riattualizza l’antico diritto di asilo ecclesiastico, codificato nel Codice Teodosiano del 392 d.C. e praticato fino all’epoca moderna.

Ma i Patriarchi sono drammaticamente consapevoli dei limiti: “lasciare Gaza City sarebbe una condanna a morte” ammette che il rifugio potrebbe diventare trappola. Da qui la decisione annunciata con semplicità disarmante: “Il clero e le suore hanno deciso di rimanere”. Non solo scelta pastorale ma martyria, testimonianza greca nel senso più pieno: presenza fisica a rischio della vita per fedeltà alla missione.

Il rapporto con l’autorità israeliana è gestito attraverso resistenza passiva più gandhiana che profetica. Citando le parole governative su “porte dell’inferno” che si aprono, i Patriarchi non commentano: lasciano risuonare la tragica concretezza delle minacce.

Un dettaglio problematico emerge: la citazione di “Papa Leone XIV” del 23 agosto. La questione resta aperta, anche se il contenuto citato rispecchia fedelmente la dottrina sociale della Chiesa sui diritti dei popoli deboli.

Il linguaggio combina registro diplomatico moderno (“comunità internazionale”, “bene comune”) con echi profetici biblici. La “spirale di violenza”, topos ecclesiastico contemporaneo, qui non suona retorica perché radicata nell’esperienza diretta del conflitto. L’appello finale alla comunità internazionale riprende la tradizione diplomatica vaticana di Pio XII, che rivendicava il diritto di parlare all’ “opinione pubblica mondiale” andando oltre i governi nazionali. Ma i Patriarchi lo fanno dall’interno del conflitto stesso.

La conclusione sposta il discorso dal politico allo spirituale: “tutti i nostri cuori si convertano” riconosce che la radice del conflitto tocca dimensioni esistenziali profonde. Pregare per “Gaza e tutta la Terra Santa” significa abbracciare una visione che trascende divisioni nazionali e religiose, vedendo la regione come patrimonio spirituale comune dell’umanità – concezione sviluppata dopo il Concilio Vaticano II.

Storicamente, questa dichiarazione potrebbe segnare una svolta nel rapporto tra cristianesimo e conflitto israelo-palestinese. La specificità della cooperazione ecumenica la rende unica nella storia del cristianesimo mediorientale. Ciò che conta non è solo il contenuto ma l’esistenza stessa del documento: in un mondo dove divisioni religiose alimentano conflitti, due Patriarchi di tradizioni diverse parlano insieme per proteggere i deboli. La loro testimonianza, concreta ma illuminata dalla sapienza biblica, pone al centro non ragioni strategiche ma la dignità inviolabile della vita umana.

Carlo Coppola