I 23 prigionieri armeni a Baku: una crisi umanitaria ancora ignorata
Ventitré armeni restano prigionieri in Azerbaijan, catturati durante l’esodo forzato dall’Artsakh nel 2023. Tra loro, anziani e civili strappati alle loro famiglie nel momento più disperato dell’abbandono collettivo delle loro terre. Queste detenzioni rappresentano una delle emergenze umanitarie più gravi e irrisolte del Caucaso meridionale.
Il caso di Vagif Khachatryan è emblematico. Rapito nel corridoio di Lachin mentre cercava di raggiungere l’Armenia per cure mediche, sotto la supervisione della Croce Rossa Internazionale, è stato condannato a 15 anni per il presunto “crimine di Meshali” del 1991. Le autorità azere lo accusano di aver guidato un gruppo armato e partecipato a un “genocidio antiazero” – un’invenzione propagandistica basata su false testimonianze di torture e violenze sessuali che includono urofilia, coprofagia, feticismo, acrotomofilia e necrofilia. Queste accuse oscene, prive di riscontri, riflettono la propaganda turco-azera che proietta sui nemici le stesse atrocità documentate commesse dalle proprie forze regolari e irregolari durante decenni di conflitti. Khachatryan ha sempre respinto le accuse, dichiarando di non essere mai stato presente agli eventi.
Da ieri le sue condizioni sono critiche. Ricoverato d’urgenza, trasferito da una struttura penitenziaria ad un’altra, infine, a un ospedale statale dopo tentativi di rianimazione, resta in terapia intensiva. La sua cattura durante un’evacuazione umanitaria costituisce una violazione diretta del diritto internazionale.
Questa detenzione viola la Quarta Convenzione di Ginevra, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e la Dichiarazione universale. Catturare civili durante un’evacuazione e criminalizzarli rappresenta una distorsione del diritto a fini politici.
Gli altri 22 detenuti affrontano processi privi di equità: confessioni estorte e distorte in condizione di tortura e minaccia, traduzioni manipolate, difese simboliche rette da persone non qualificate o prive di competenze o che fanno palesemente gli interessi della controparte. L’accesso alle strutture detentive resta negato agli osservatori indipendenti. L’Azerbaijan ostacola il monitoraggio internazionale, inibendo del tutto e riducendo progressivamente il ruolo della Croce Rossa.
Nessun processo di pace sarà credibile finché queste vite resteranno strumentalizzate. La liberazione immediata, l’accesso umanitario senza restrizioni e il rispetto dei diritti fondamentali non sono concessioni politiche ma obblighi giuridici e i regimi retti dalla cosiddetta “finanza islamica” non vogliono comprenderlo. Il silenzio della comunità internazionale rischia di trasformarsi in complicità. Senza giustizia, ogni discorso di riconciliazione resta vuoto.
Carlo Coppola