Il limite che salva la natura
Avevo da poco conseguito il diploma di maturità classica quando scoprii i testi di Albert Camus (1913 – 1960). In quel tempo stavo attraversando una profonda crisi religiosa e Camus parlava al mio cuore e alla mia ragione, raccontava del vento, del mare, della meditazione serale, del viso amato e del fugace splendore della vita, del dolore del mondo e dell’uomo in rivolta, insomma di quel rovescio e diritto, come s’intitolava una sua raccolta di saggi giovanili. Fu, se l’espressione non fa troppo sorridere, il mio primo filosofo. Dopo vennero altri autori, soprattutto Nietzsche, Evola e Ortega y Gasset.
Camus era, per dirla con Drieu, un cordiale discepolo del sole, faceva filosofia secondo la linea di Nietzsche, era cioè un filosofo-artista che pensava soprattutto attraverso immagini e si affidava non a trattati, ma a brevi saggi, non al gergo astruso, ma alla prosa vivida di romanzi e di articoli.
L’attualità del suo messaggio è però legata ad una ragione più profonda. Camus ebbe il senso vivo e lucido del limite che, ricordiamo, è uno dei cardini dell’ecologismo. Ne L’estate, una raccolta di articoli e piccoli saggi pubblicata nel 1954, Camus accusava l’uomo moderno di aver voltato le spalle alla natura e di coltivare la propria disperazione nella bruttezza. «Una volta conosciuti i sobborghi industriali», dichiarava, «ci si sente insozzati per sempre e responsabili della loro esistenza».
Confrontando il pensiero dei Greci antichi e quello dei moderni, scriveva: «il pensiero greco si è sempre trincerato dietro l’idea di limite. Non ha spinto nulla all’estremo, né il sacro né la ragione, perché non ha negato nulla, né il sacro, né la ragione. Ha tenuto conto di tutto equilibrando l’ombra con la luce. Invece la nostra Europa, lanciata alla conquista della totalità, è figlia della dismisura». Morto Dio, non le restava che la storia, ma la storia, egli diceva in polemica con lo storicismo marxista allora predominante, «non spiega né l’universo naturale che c’era prima, né la bellezza che sta sopra la storia». E constatava amaramente che «noi manchiamo di quella fierezza dell’uomo che è fedeltà ai propri limiti, amore chiaroveggente della propria condizione».
Rivendicando nei confronti dello spirito nordico il pensiero mediterraneo, o meridiano che dir si voglia, ne sosteneva la necessaria complementarità: «l’Europa non è mai stata fuori da questa lotta fra mezzogiorno e mezzanotte (…), una civiltà viva non potrebbe costituirsi al di fuori di questa tensione, cioè senza questa tradizione mediterranea a lungo trascurata».
Anche José Ortega y Gasset (1883 – 1955) aveva magistralmente tratteggiato l’opposizione e insieme la complementarietà della cultura mediterranea rispetto alla cultura nordica, già nella sua prima opera, Meditazioni del Chisciotte (1914), mettendo in rilievo il legame tra paesaggio naturale e filosofia: «il Mediterraneo – scriveva – è un’ardente e perpetua giustificazione della sensualità, dell’apparenza, delle superfici, delle impressioni fugaci che le cose lasciano nei nostri nervi commossi». E nella stessa opera aveva riassunto il principio guida della sua filosofia in una frase divenuta celebre, suscettibile, tra l’altro, di un’interpretazione in chiave ecologista: «io sono io e la mia circostanza, e se non salvo questa non salvo neanche me stesso».
Ma che cos’è il pensiero meridiano? Scrive Marcello Veneziani, riecheggiando, oltre gli autori citati, il pensiero d’un sociologo barese di provenienza marxista come Franco Cassano: «È il pensiero del Mezzogiorno, della terra, del mare e della luce; geofilosofia, cioè pensiero che si lega al genius loci […] opposto al predominio del tempo che è alla base di ogni teoria progressista ed evoluzionista […]. Il pensiero meridiano, invece, è un pensiero calmo, fondato sulla contemplazione e sul legame organico tra l’intelligenza e il paesaggio».
Certamente esiste uno stretto legame tra pensiero e paesaggio. «La luce del pensiero greco», scrive Veneziani, «riflette la luce del paesaggio mediterraneo, i suoi ulivi ondeggianti al vento, la preponderanza del suo mare, il bianco e l’azzurro che s’intarsiano al sole». Ed ancora: «Non capiremmo l’aspirazione al cielo inconoscibile, la romantica invocazione della Notte, il richiamo tedesco al Noumeno e all’invisibile se non conoscessimo i cieli ombrosi e cupi della Germania».
Sennonché con l’orgogliosa affermazione dell’Io e del progresso filosoficamente propugnata da Cartesio e da Bacone e scientificamente da Galilei e Newton, comincia quella svolta antropocentrica, che disancora l’uomo dai luoghi naturali. È già nel tardo Rinascimento che si rompe infatti quel mirabile equilibrio tra Dio uomo e mondo, che aveva avuto corso nel Medioevo e di cui il pensiero di Niccolò Cusano può considerarsi per qualche verso il canto del cigno. È in questa svolta antropocentrica del pensiero filosofico e scientifico il seme dell’utopismo e della distruzione della Natura vivente.
Al dincanto del mondo che seguì, alla miseria della civiltà industriale nella quale viviamo come in una ragnatela da cui non riusciamo a districarci, cercò per primo di porre rimedio Federico Nietzsche sostenendo nella sua opera la necessità di un rifidanzamento dell’uomo col mondo. Ma solo nella seconda metà del secolo scorso hanno visto la luce le preziose filosofie dell’ecologia (Arne Naess, Rupert Sheldrake, Hans Jonas, ecc.), che riscoprendo la nozione di limite hanno cercato di recuperare il legame del pensiero con la terra. Lunga e difficile è però la strada per la salvezza!
Sandro Marano