File source: http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Jean_Paul_Sartre_1967.jpg

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In una intervista rilasciata nel 1971 ai curatori delle edizioni Gallimard per la Pleiade il filosofo Jean-Paul Sartre (1905 – 1980) dichiarava di restare fedele a La nausea: «è quanto ho fatto di meglio». Ho così voluto rileggere, a distanza di molti anni, questo romanzo pubblicato nel 1938, che nella storia della letteratura esistenzialista ha senza dubbio un posto di rilievo.

Ricordo che all’epoca trovai esagerate le lodi e la lettura un tantino noiosa. A distanza di tempo posso confermare che il romanzo – o forse sarebbe  meglio parlare di diario filosofico con parti narrative – non è accattivante, non è scorrevole, e questo malgrado la semplicità del lessico. Il fatto è che è troppo descrittivo, troppo verboso, troppo lento e diluito nel ritmo narrativo. Nel leggerlo si ha la sensazione di ricamare più di una volta la stessa tela.

E passi per la staticità della trama che può essere voluta, per sottolineare il progressivo estraniamento dell’uomo dal mondo, ma se prendiamo il famoso passo in cui la nausea si rivela pienamente al protagonista, Antonio Roquentin, quello del castagno con le sue radici e la sua irriducibilità alla coscienza umana, ecco, bisogna arrivarci (il romanzo conta duecentotrenta pagine circa) dopo ben centosettanta pagine! Insomma nulla a che vedere con l’incisiva e poetica asciuttezza di Fuoco fatuo (1931) di Pierre Drieu La Rochelle che lo precede e de Lo straniero (1942) di Albert Camus che lo segue.

Fatta questa premessa, va detto che è senz’altro apprezzabile lo sforzo che Sartre fa di rendere popolari e divulgativi alcuni temi che troveranno la loro più compiuta trattazione nel suo testo filosofico fondamentale che è L’essere e il nulla (1943). Sotto questo profilo possiamo considerare La nausea una trasposizione narrativa dei suoi temi filosofici.

Il clima che si respira nel romanzo è quello tipicamente esistenzialista, con  la scoperta dell’assurdità dell’esistenza, dello smarrimento e della solitudine ontologica dell’uomo: «Tutto è gratuito, questo giardino, questa città, io stesso. E quando vi capita di rendervene conto, vi si rivolta lo stomaco e tutto si mette a fluttuare, come l’altra sera al “Ritrovo dei ferrovieri”: ecco la Nausea».

Da un lato c’è l’opacità, la “spaventosa ed oscena nudità”  delle cose, degli “esistenti”; dall’altro c’è il sentirsi “di troppo” della coscienza: «Di troppo: era il solo rapporto che’io potessi stabilire tra quegli alberi, quelle cancellate, quei ciottoli. (…) Ed io – fiacco, illanguidito, osceno, digerente, pieno di cupi pensieri – anch’io ero di troppo. Fortunatamente non lo sentivo, più che altro lo comprendevo, ma ero a disagio perché avevo paura di sentirlo (…) Pensavo vagamente di sopprimermi, per annientare almeno una di queste esistenze supeflue. Ma la mia stessa morte sarebbe stata di troppo. Di troppo il mio cadavere, il mio sangue su quei ciottoli, tra quelle piante, in fondo a quel giardino  sorridente».

C’è nel protagonista – ma, attenzione, è una condizione costituiva dell’essere umano, secondo Sartre – una scissione drammatica tra la coscienza e il mondo. La coscienza, di fronte alle cose esistenti, appare come qualcosa di vuoto, come un “nulla”, che tuttavia non può far altro che aderire alle cose. Sono qui rappresentati plasticamente, a ben guardare, due dei concetti fondamentali della filosofia di Sartre: l’essere per sé (la coscienza) e l’essere in sé (le cose esistenti).

Gli “esistenti” (l’albero con le sue radici e le sue fronde, il vento, il petto morbido d’una donna, il proprio corpo) «di colpo esistevano, e poi, di colpo non esistevano più: l’esistenza è senza memoria; di ciò che scompare non conserva nulla – nemmeno un ricordo». Nell’episodio del castagno rinveniamo, tra le righe, anche un misurato apprezzamento della filosofia di Kierkegaard: «L’essenziale è la contingenza. Voglio dire che, per definizione, l’esistenza non è la necessità. Esistere è esser lì, semplicemente gli esistenti appaiono, si lasciano incontrare, ma non li si può mai dedurre. C’è qualcuno, credo, che ha compreso questo. Soltanto ha cercato di sormontare questa contingenza inventando un essere necessario e causa di sé». Nessuno sconto fa invece Sartre alla nozione nietzschiana di volontà di potenza: «C’erano imbecilli che venivano a parlarvi di volontà di potenza e di lotta per la vita. (…) Gli alberi ondeggiavano. Uno zampillamento verso il cielo? Era piuttosto un afflosciamento, da un momento all’altro m’aspettavo di vedere i tronchi raggrinzirsi come verghe  stanche, afflosciarsi e cadere al suolo in un mucchio nero pieno di pieghe. Non avevavo voglia di esistere, solo che non potevano esimersene, ecco».

Di fronte all’assurdità dell’esistenza non ci sono vie d’uscita. Illusorio è l’amore per gli uomini coltivato in special modo dall’Autodidatta, uno dei pochi personaggi del romanzo con cui Roquentin scambia delle parole. A lui dirà: «A me pare che gli uomini non si possa né odiarli né amarli». Notazioni decisamente sarcastiche sono dedicate alle varie categorie di “umanitari”: da quello “di sinistra”, che “in generale è un vedovo che ha l’occhio bello e sempre appannato di lacrime: piange agli anniversari. Ama anche il gatto, il cane e tutti i mammiferi superiori»; a quello comunista, che «castiga perché ama»; a quello cattolico, che vede negli uomini degli angeli e «scrive per l’edificazione degli angeli lunghi romanzi tristi e belli».  

Perfino l’amore per Anny, con cui Antonio Roquentin si incontra dopo qualche anno dalla fine della loro storia, si rivela illusorio: «Soltanto ora comprendo quanto contassi su Anny per salvarmi, in mezzo ai miei più forti terrori, alle mie nausee. Il mio passato è morto. Anny è tornata soltanto per togliermi ogni speranza. Sono solo in questa strada bianca fiancheggiata da giardini. Solo e libero. Ma questa libertà assomiglia un poco alla morte».

Tutti i progetti di vita in fondo si equivalgono. Quello dell’Autodidatta che cerca una vana conoscenza nei libri e quello di Roquentin che cerca di scrivere un libro su un gentiluomo vissuto alla fine del’700. L’amare e il non amare. Le parole che Anny rivolge all’ex amante non lasciano dubbi: «So che non incontrerò mai più niente né nessuno che m’ispiri della passione. Lo sai, mettersi ad amare qualcuno, è un’impresa. Bisogna avere un’energia, una generosità, un accecamento… C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette non lo si fa. Io so che non salterò più». Ne L’essere e il nulla Sartre dirà icasticamente che «è la stessa cosa in fondo ubriacarsi in solitudine o guidare i popoli». 

La voce rauca che nel disco canta Some of these days accompagna Roquentin, l’ultima sera che trascorre a Bouville, poco prima di partire per Parigi.

Sandro Marano