La resistenza dei pochi per il ritorno dell’Essere, della Verità e dell’ordine

don-Samuele-Cecotti

Attraverso la ragione, la tecnica e il dominio sulla realtà, l’essere umano ha cercato di affermare nei secoli la propria indipendenza. Oggi si parla di crisi della modernità ed emergono domande profonde sul senso della libertà, della verità e del destino umano. Da Cartesio all’Illuminismo, dalla critica di Nietzsche alle sfide della postmodernità, l’Occidente ha rivoluzionato il modo di concepire l’uomo e il suo rapporto con il mondo. Abbiamo posto alcune domande a don Samuele Cecotti, vicepresidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, che ha organizzato su questo tema una Summer School tenutasi dal 23 al 26 luglio 2026 a Castellammare di Stabia interrogandosi non solo sulla fine di un’epoca, ma anche sulle condizioni di un nuovo inizio.

Don Samuele, nella sua relazione lei parla di “tramonto della modernità”. Quali sono i segni più evidenti della crisi della cultura moderna nel nostro tempo?

Direi che il segno più evidente è la crisi dello Stato, ovvero della modernità politica di cui lo Stato è il prodotto principale e l’idea assiale del sistema. Lo Stato Sovrano – il Leviatano di Hobbes – nasce con la modernità e muore con la morte della modernità. Ovviamente la crisi della modernità politica e tutt’uno con la crisi della modernità filosofica ovvero con il fallimento dei grandi sistemi filosofici – razionalismo, idealismo, positivismo, marxismo, etc. – e ideologici della modernità.

Oggi, ad esempio, si parla sempre più apertamente di fallimento del liberalismo (Why Liberalism Failed è il titolo di un importante scritto del professor Patrick Deneen pubblicato nel 2018), ovvero dell’ideologia figlia dell’illuminismo che ha dominato gli ultimi secoli di modernità occidentale, e anche questo è un segno evidente del tramonto della modernità.

Possiamo dire che la modernità abbia avuto origine da un progressivo spostamento dal primato della realtà al primato del soggetto, a partire da Cartesio? Quali conseguenze ha prodotto questo cambiamento nel modo di concepire l’uomo e la conoscenza?

Esatto. La modernità filosofica è il primato del soggetto sull’oggetto, del soggettivo sull’oggettivo. La Realtà o non esiste o non è conoscibile in se stessa, tutto è ricondotto alla coscienza del soggetto, tutto è assorbito nel soggetto, tutto diviene un prodotto di coscienza del soggetto. Padre Cornelio Fabro nel suo capolavoro Introduzione all’ateismo moderno parla di principio di immanenza e rivela la natura intrinsecamente atea della modernità, di tutta la modernità. Se la Realtà non è attingibile e tutto è “del soggetto” allora l’io si fa Dio perché Dio (e il mondo) altro non sarà che un prodotto della coscienza del soggetto.

La modernità è la morte della metafisica ovvero della conoscenza speculativa dell’essere, la modernità non può concepire un essere oggettivo esterno al pensiero e conoscibile con verità. L’essere (e l’Essere) è il negato dalla modernità, la quale può pensare l’essere solo come idea ovvero come prodotto di pensiero. Dio stesso, l’Essere per Essenza, dalla modernità, quando non esplicitamente negato, è ridotto a “idea di Dio” ovvero a prodotto di coscienza del soggetto.

Diventa, inoltre, impossibile ragionare di ordine naturale, di legge/diritto naturale, di teleologia del creato per la semplice ragione che non è ammessa alcuna Realtà oggettiva conosciuta/conoscibile.

L’Illuminismo ha esaltato la ragione come strumento di emancipazione dell’uomo. Qual è la differenza tra una ragione aperta alla verità e una ragione che pretende di essere l’unica misura della realtà?

L’illuminismo ha esaltato la ragione, l’ha persino deificata (la Dea Ragione dei rivoluzionari) ma, in verità, l’illuminismo, come già prima il razionalismo, ha menomato la ragione, l’ha umiliata e pervertita. La razionalità è differenza specifica nell’uomo ovvero è ciò che fa uomo l’uomo “animale razionale”. Ma la ragione che fa uomo l’uomo è propriamente la ragione speculativa ovvero la capacità intellettiva dell’uomo di conoscere la verità, di attingere all’essere del Reale, di raggiungere conoscitivamente l’Essere trascendente partendo dalla conoscenza degli enti sensibili. Proprio questa ragione speculativa, teoretica, metafisica è negata dall’illuminismo (dal razionalismo prima e da tutta la modernità in genere).

La ragione illuminista è la ragione calcolante, è la ragione che non conosce più la verità dell’essere ma si fa essa stessa verità e criterio. La ragione dell’uomo diviene cieca proprio quando si esalta come illuminata perché la ragione è fatta per conoscere la verità dell’essere che invece la modernità rifiuta.

L’emancipazione di cui l’illuminismo si è fatto promotore è l’emancipazione dell’uomo dalla Realtà, l’emancipazione dell’uomo dalla verità, l’emancipazione dell’uomo dall’essere. Si è trattato di un potente moto nichilistico in cui la prima vittima è stata proprio la ragione ridotta a facoltà calcolante e privata della sua naturale finalità metafisica.

Il pensiero classico riconosce alla ragione un compito essenziale: quello di conoscere l’ordine delle cose, la natura delle cose e di ordinare l’agire secondo la verità conosciuta. La ragione fa uomo l’uomo e deve guidarne la vita, come facoltà conoscitiva ordinata alla verità non come principio soggettivo “creatore” di senso. Il criterio è la verità oggettiva inscritta nell’essere del Reale. La ragione illuminista, invece, si vuole essa stessa come criterio e misura negando con ciò il primato dell’Essere, del Reale, della Verità.

L’illuminismo ha generato la morte della ragione e ha inaugurato l’epoca più irrazionale della storia dell’umanità, proprio mentre esaltava la ragione.

La tradizione filosofica classica, in particolare Aristotele e san Tommaso d’Aquino, considera l’uomo inserito in un ordine della realtà. Che cosa si è perso nella cultura moderna con l’abbandono di questa visione?

Come già accennavo, la perdita del realismo gnoseologico-metafisico classico-cristiano ha comportato la perdita della verità: la verità è adaequatio intellectus ad rem ma se non vi è nessuna Realtà oggettiva conoscibile a cui l’intelletto possa/debba adeguarsi, la verità sarà semplicemente impossibile!

Ha portato l’eclissi dell’essere con la spirale nichilistica caratteristica dell’Occidente moderno. Ha portato alla perdita dell’ordine naturale che, non più riconosciuto, è sostituito dall’ordinamento artificiale della volontà soggettiva, sia essa quella dell’individuo autodeterminantesi o quella dello Stato sovrano.

Il pensiero classico-cristiano considera la Realtà come Ordine ovvero dentro una causalità intelligente e una teleologia data. La natura non è solo condizione fattuale, ma è essenza normativa in quanto espressione di un ordine divino. L’universo è cosmo ordinato e bello perché da Dio creato nel Logos. L’essere umano, dunque, non solo abita un cosmo ordinato ma lui stesso è realtà ordinata, la natura umana è criterio e norma dell’agire dell’uomo.

Tutta la realtà è ordinata e la ragione dell’uomo è fatta per conoscere tale ordine e ricavarne le norme morali-giuridiche-politiche. Da qui il concetto classico di diritto/legge naturale come ordine giuridico inscritto nella Realtà, nella natura che la ragione umana deve conoscere.

La modernità, negando tutto ciò, lascia l’uomo in un mondo senza senso che non è più realtà ordinata ma frutto caotico del caso. L’uomo non ha più nella natura razionalmente indagata e conosciuta il criterio, non esiste più un criterio oggettivo, reale, razionale. L’uomo moderno è in balia della soggettività propria e altrui in un mondo senza senso.

La libertà moderna viene spesso intesa come autonomia assoluta dell’individuo. Come è possibile oggi recuperare un rapporto armonico tra libertà, verità e bene?

La libertà moderna è, come scrive il professor Danilo Castellano, la libertà negativa cioè la libertà con il solo criterio della libertà ovvero senza alcun criterio. Per la modernità la libertà è un assoluto, causa e fine di sé medesima, è autodeterminazione assoluta. Una simile libertà, oltre che generatrice di devastanti conseguenze morali, sociali, giuridiche e politiche, è semplicemente impossibile. È una menzogna!

La libertà umana è libertà creaturale ovvero, per definizione, non-assoluta, limitata e relativa. L’essere umano è libero perché è “padrone dei propri atti”, è compos sui ovvero dispone di sé. È libero di fare o non fare, di fare il bene e di fare il male. Ma non è libero di cambiare il bene in male e viceversa. Così come non è libero di mutare la propria natura, la natura degli atti che compie o delle realtà che lo circondano. La Realtà, la verità dell’essere oggettivo, precede sempre la libertà dell’uomo.

Proprio perché libero, l’uomo è moralmente e giuridicamente responsabile. L’imputabilità penale, ad esempio, presuppone proprio la libertà dell’uomo. Se l’uomo non fosse libero non sarebbe imputabile, non sarebbe responsabile (giuridicamente e moralmente) dei propri atti.

Proprio perché è libero, l’uomo se fa il male può e deve essere punito. Il bene e il male, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto sono oggettivi, non dipendono dalla libertà umana, sono anzi il criterio d’esercizio della libertà umana.

La libertà è modernamente intesa, invece, come potere di decidere soggettivamente cosa sia bene e cosa sia male, cosa sia vero e cosa sia falso, cosa sia giusto e cosa ingiusto. È la follia del soggettivismo moderno!

Come recuperare un rapporto armonico tra libertà, verità e bene? Abbandonando il soggettivismo moderno e ritornando al realismo gnoseologico-metafisico con il suo intrinseco primato dell’oggettivo, del reale, della natura, dell’essere. Recuperare l’antropologia classico-cristiana, la teologia cattolica sul libero arbitrio, la comprensione creaturale della libertà umana.

La filosofia di Nietzsche ha messo in discussione i fondamenti della cultura occidentale annunciando la “morte di Dio”. Quali conseguenze ha avuto questa frattura sul modo contemporaneo di comprendere l’uomo e i valori?

In verità i fondamenti della cultura occidentale (intesa come classico-cristiana) sono stati messi in discussione ben prima di Nietzsche, almeno dal razionalismo di Cartesio in poi ma, a ben vedere, ancor prima, da Lutero e forse già dalla crisi della Scolastica medievale. La civiltà occidentale è da molti secoli che sta morendo, ferita a morte da se stessa!

Nietzsche ha compiuto un’opera di disvelamento, ha indicato il cadavere, ha gridato una morte. Nietzsche in fondo è interessante da leggere proprio per questo, perché dice con folle eccitazione la macabra verità che nessuno aveva avuto il coraggio di vedere.

Se ci si ferma a Nietzsche l’unico esito logico è la pazzia del nichilista assoluto che si suicida o finisce in manicomio. Dal grido nietzscheano “Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come potremmo sentirci a posto, noi assassini di tutti gli assassini?” si può però uscire in tre modi diversissimi : 1) si può riconoscervi l’estremo esito della malattia moderna e, scortone con orrore l’abisso, si può intraprendere l’eroica opera di ricostruzione della civiltà classico-cristiana recuperando il realismo metafisico-gnoseologico, il teleologismo naturale, l’idea di cosmo, la teologia della creazione, il primato dell’essere, etc. Sarà il cammino del post-moderno anti-moderno che ricostruisce e restaura; 2) si può gioire luciferinamente del deicidio e farsi Dio, prendere il posto di Dio. È il superomismo prometeico e/o titanico della modernità trionfante, dei grandi sistemi atei, del regno della tecnica, del mito politico della Sovranità, della pretesa irreale dell’autodeterminazione assoluta, è l’ideologia liberal-radicale, è oggi il transumanesimo. Sarà il cammino del post-moderno ultra-moderno che porta all’estremo la hybris della modernità; 3) si può, infine, fare spallucce, fare come nulla fosse con beota indifferenza e continuare a sopravvivere, a mangiare, a bere, a lavorare, a fare sesso, a ridere e piangere, a sposarsi e a divorziare, a distrarsi in mille modi con sport, viaggi, divertimenti e droghe, a comprare e consumare … per poi inevitabilmente morire. È il cammino senza senso del post-moderno edonista e agnostico: «Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti. Come avvenne anche al tempo di Lot: mangiavano, bevevano, compravano, vendevano, piantavano, costruivano; ma nel giorno in cui Lot uscì da Sodoma piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece perire tutti. Così sarà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si rivelerà» (Lc 17, 26-30).

È indubbio che la quasi totalità degli occidentali odierni si possa riconoscere nel terzo tipo. Il secondo tipo, invece, purtroppo è quello che domina l’Occidente odierno. E il primo tipo? Sono i pochi coraggiosi anti-moderni, sono i tradizionalisti, i controrivoluzionari, coloro che resistono e lottano nella Chiesa e nel secolo per restaurare il primato dell’essere (Essere), dell’ordine, della verità (Verità), del logos (Logos).

La postmodernità ha criticato l’idea di verità universali e di grandi riferimenti comuni. Quali rischi comporta una società nella quale la verità viene considerata solo una costruzione soggettiva?

La post-modernità o modernità debole si segnala per il rifiuto dei grandi sistemi caratteristici della modernità. Già la modernità aveva cancellato la verità avendo negato il Reale. Il rifiuto moderno del realismo gnoseologico-metafisico è rifiuto della verità. La modernità cancella la verità ma la sostituisce con un suo surrogato: la “verità interna al sistema”. Una cosa non è più vera in sé, ma è vera in relazione al sistema entro cui viene affermata; la verità diviene così un prodotto del sistema. Anche la stessa “verità scientifica”, dalla filosofia moderna, non è epistemologicamente intesa in senso forte realista. La forza dei grandi sistemi di pensiero nella modernità ha così dato l’illusione che la verità ci fosse ancora. Con la modernità debole o post-modernità tutti i grandi sistemi di pensiero sono crollati o in crisi e dunque ci si è accorti che la verità non c’è più e non ci sono più riferimenti universali.

La modernità (forte) è vissuta dentro una menzogna, quella dei sistemi. La post-modernità si trova nuda e spaurita innanzi all’abisso che la modernità ha generato. Ora quell’abisso spaventa e turba.

La post-modernità porta in sé il rischio – direi la certezza – della dis-società ovvero della dissoluzione della società umana, del caos sistemico e dell’incomunicabilità. Senza la verità è impossibile riconoscere un senso alla vita umana, è impossibile trovare le ragioni del vivere assieme, è impossibile il dialogo, la cultura e la civiltà. Per un po’ i surrogati, le illusioni, gli artifici suppliscono e fanno sembrare archiviato il problema ma, prima o poi, al primo urto, crolla tutto.

Non si tratta, ovviamente, di riesumare i vecchi e morti sistemi della modernità (forte) ma di riscoprire la Realtà, riattingere all’essere, raggiungere la verità vera che altro non è che adaequatio intellectus ad rem.

Solo il ritorno al Reale ci può salvare dalla dis-società perché solo riedificando sul solido terreno dell’essere sarà possibile ritrovare l’ordine delle cose e la norma naturale del vivere umano.

Oggi la tecnica sembra avere un ruolo sempre più decisivo nel definire ciò che l’uomo può fare. Quali i rischi di una tecnica separata da un fondamento etico e antropologico?

Sul tema della tecnica è stato scritto moltissimo, è forse uno degli argomenti più dibattuti in epoca contemporanea, basti pensare alla lezione di Heidegger sul tema. Non è quindi, a mio avviso, possibile ridurre la questione al solo rapporto della tecnica con l’etica. Nella modernità, come ben illustra Eric Voegelin, la tecno-scienza è concepita dentro una prospettiva gnostica. La tecnica è potere per ri-fare il mondo, per sostituire la creazione di Dio con la creazione dell’homo faber. La tecnica, nell’Occidente moderno, si lega strettissimamente alla deriva nichilista.

Certamente vi sono grandi rischi nell’uso delle tecnologie senza un solido criterio etico, si pensi solamente alle tecnologie belliche o alle tecniche di manipolazione genetica o alla tecno-medicina. Ma, se possibile, la questione è ancor più grave: la tecnica nella modernità non è più arte ma potere, nudo potere nichilisticamente inteso perché concepito in assenza di un cosmo.

L’essere umano è sempre stato un essere “tecnico” ovvero ha sempre posseduto, sviluppato e trasmesso tecniche, saperi relativi alla lavorazione della materia. Ma l’uomo pre-moderno esercita il proprio essere fabbrile dentro un orizzonte ordinato di cui è parte, l’ordine naturale precede e fonda l’azione dell’uomo. Ecco allora che la tecnica è arte. Cristianamente poi questa azione trasformante dell’uomo sulla materia è intesa come partecipazione subordinata dell’uomo all’azione di Dio. L’uomo con il suo sapere tecnico-artistico collabora con Dio al disegno della Creazione.

La modernità, invece, concepisce la tecnica come potere. Non vi è più alcun ordine naturale, non vi è più alcun disegno di Dio, non vi è più arte, vi è solo il potere di fare. Tutto ciò che si ha il potere di fare lo si può fare, è nichilismo assoluto attuato per mezzo del potere dato dalla tecnica.

Superare la modernità significa rifiutare tutto ciò che essa ha prodotto oppure significa recuperare ciò che di positivo contiene, correggendo le sue derive?

Per rispondere a questa sua domanda è previamente necessario distinguere almeno tre modernità: 1) la modernità cronologica che non è buona o cattiva, semplicemente è … giorni, settimane, mesi, anni, decenni, secoli che in se stessi non sono altro che un fatto; 2) la modernità come progresso materiale che di per sé corrisponde alla dinamica naturale della storia umana; è naturale che una generazione erediti ciò che la precedente ha fatto/scoperto/costruito/inventato e vi aggiunga del proprio, quindi il progresso è una dinamica naturale della storia umana. Ciò non significa che non vi siano decadenze, salti, estinzioni di civiltà, etc… ma in linea generale è naturale che le generazioni procedano con un progresso nelle conoscenze, nelle tecniche, nello sviluppo materiale, etc. Dunque, in questo senso, la modernità è positiva. Nessuno di noi rinuncerebbe volentieri alla penicillina o al frigorifero, all’automobile o alla luce elettrica; 3) la modernità assiologica ovvero la modernità come filosofia, ideologie, sistemi politici, visioni del mondo, etc. Questa terza modernità è “la modernità” ed è ciò contro cui combatterono la Chiesa e molte grandi menti anti-moderne.

Queste tre modernità non si identificano affatto anche se sovente si sovrappongono e si intersecano. La modernità assiologica, ad esempio, non coincide affatto con la totalità del pensiero sviluppato nel corso della modernità cronologica, questo è un errore grossolano che molti fanno. Nei secoli della modernità cronologica, non solo continuò a vivere il pensiero classico-cristiano, anche con momenti di grande fioritura (si pensi alla Scolastica ispanica del ‘500 e ‘600 o al Neotomismo dell’800 e ‘900), ma sorsero veri e propri pensatori anti-moderni, scuole di pensiero in opposizione alla modernità assiologica. Papi come san Pio V, Leone XII, Gregorio XVI, Pio IX, san Pio X sono cronologicamente moderni eppure sono l’esempio massimo del Magistero anti-moderno. Guglielmo di Ockham cronologicamente è medievale ma assiologicamente è modernissimo, anzi può forse essere considerato la radice della modernità.

La modernità assiologica è la modernità di Lutero e Cartesio che giunge a Hegel e poi si liquefà nella post-modernità odierna, è la modernità come soggettivismo, come immanentismo, come anti-realismo, come oblio dell’essere, come dubbio sistematico, come radicale secolarizzazione, come nichilismo.

Di questa modernità non è possibile salvare nulla, è avvelenata e avvelenatrice sin dalle radici.

Rispondendo alla sua domanda dunque, ritengo che la modernità assiologica non sia correggibile e che nulla di positivo possa essere recuperato. Ritengo che si debba rifiutare la radice stessa della modernità per non ricadere negli stessi errori che ci hanno portato alla follia odierna.

Si potrà e si dovrà conservare tutto il positivo che c’è nella modernità come progresso, si potrà/dovrà conservare il molto che si è scoperto sul piano scientifico e il molto che si è fatto sul piano dello sviluppo materiale correggendone le storture. Ma sul piano assiologico nulla può essere concesso alla modernità, pena l’introdurre nuovamente un veleno mortale.

Quale contributo può offrire oggi il pensiero cristiano, e in particolare la Dottrina sociale della Chiesa, per affrontare la crisi culturale contemporanea?

Un contributo decisivo. Il pensiero cristiano ha ereditato e trasmesso quello classico. Nella grande riflessione filosofica cristiana vivono Parmenide e Platone, Aristotele e Plotino, la Stoà e il medioplatonismo, Seneca e Cicerone assunti e purificati nella luce di Cristo. E poi questa grande eredità è stata perfezionata dal genio speculativo di san Tommaso d’Aquino (e dagli altri grandi maestri della Scolastica medievale), vertice del pensiero metafisico occidentale.

Millenni di sapienza si condensano nel pensiero cristiano portando a sintesi la Divina Rivelazione con il genio della filosofia classica. Il contributo che il pensiero cristiano può dare all’uomo d’oggi è immenso, decisivo e a 360 gradi. A partire proprio dal realismo gnoseologico-metafisico e dal primato di Dio (dell’Essere) per poi ricostruire con ordine nella verità l’antropologia, l’etica, la politica, il diritto, l’economia.

Bisogna ripartire dai classici (cristiani) e bisogna ripartire dai fondamenti.

Venendo a politica, diritto, economia entriamo nel campo della DSC (Dottrina Sociale della Chiesa),  ovvero di quella morale teologica che ha per oggetto la vita in società dell’uomo. Mai come in questa epoca di crisi (crisi dello Stato, ad es., o del liberalismo) la DSC può ambire a fornire i criteri per una ricostruzione della società. Invito tutti a leggere documenti fondamentali quali le encicliche del corpus leonino (non solo la Rerum novarum) oppure le encicliche di Pio XI Quadragesimo anno e Quas primas.

La DSC non è una mera esortazione morale, è invece una dottrina organica sulla vita in società ovvero sulla famiglia, sui corpi sociali, sulla res publica, sull’autorità, sulla legge e il diritto, sul lavoro, sulla proprietà, sull’educazione e la scuola, sui doveri pubblici verso la vera religione, sulla Regalità sociale di Cristo. Una dottrina con un impianto realista e un solido fondamento metafisico espresso nel giusnaturalismo classico. Diciamo pure che la DSC è profondamente tomista.

La DSC non disegna timide riforme ma una società radicalmente “altra”. La DSC è la ricetta per la ricostruzione della societas christiana.

Lei parla di “oltrepassamento” della modernità: quali sono le condizioni necessarie per ritrovare una visione fondata sulla verità, sulla realtà e sulla trascendenza?

Uscire, come prima cosa, dall’inganno del soggettivismo. Aprire occhi e intelligenza alla Realtà. Provare meraviglia, una meraviglia metafisica, meraviglia per l’essere. Lasciar parlare l’essere delle cose.

E poi dalla meraviglia far sorgere la speculazione, la teoresi. Indagare l’essere con amore, amore per l’essere, amore per il Reale.

La verità è questo, è l’umile adeguazione dell’intelletto alla realtà, all’essere delle cose. Questa umile sottomissione del soggetto pensante all’essere reale è l’inizio della vera filosofia, della metafisica ed è l’inizio della guarigione per l’uomo moderno. Dall’essere all’Essere è un attimo! L’intelligenza teoretica dell’uomo è naturalmente fatta per quest’impresa, per risalire dagli enti all’Essere per Sé sussistente.

Il teocentrismo è inevitabile per il realismo gnoseologico-metafisico.

La guarigione inizia dal ritorno al Reale – faccio volutamente allusione al meraviglioso scritto di Gustave Thibon intitolato proprio Ritorno al Reale – ma si nutre poi del ritrovato ordine morale-giuridico-politico naturale e della fede in Cristo che tutto deve informare.

La modernità sta morendo ma nulla ci assicura che ciò che verrà dopo sarà meglio. Si è aperto uno spazio di opportunità: sta a noi “giocare” la partita. Dopo la modernità potrà esserci qualcosa di peggio oppure la guarigione, il risorgere della civiltà classico-cristiana in forme ancora imprevedibili. Senza Cristo, però, non sarà possibile nessuna rinascita, neppure sul piano umano-naturale. Non ci si illuda di ipotetici umanesimi laici o di nuove classicità post-cristiane. O sarà Cristo a regnare in una nuova Cristianità dopo la modernità, oppure sarà il trionfo del disumano (transumano, postumano).

Quale messaggio vorrebbe lasciare ai giovani che vivono in una società segnata dall’incertezza culturale e dalla crisi dei grandi punti di riferimento?

Ai giovani – e anche ai meno giovani – dico di non sprecare la propria vita. Non siate come quelli del tempo di Noè e di Lot, non siate tra gli indifferenti, abbiate il coraggio di scelte radicali, controcorrente, consapevolmente anti-moderne. Rifiutate il veleno della modernità decadente che muore ma ancora uccide. Leggere autori come Etienne Gilson, Marcel De Corte, Gustave Thibon, Francisco Elis de Tejada, Nicolas Gomez Davila vi sarà di grande ispirazione.

Coltivate la meraviglia metafisica, quella meraviglia che genera filosofi, poeti e spiriti religiosi qualunque sia poi il vostro studio/lavoro; si può essere filosofi o poeti anche se contadini o falegnami, anzi meglio!

E non sentitevi soli anche se sarete tra i pochi a nuotare contro corrente, con voi ci sono millenni di civiltà. Amate quelle nobili radici, fatele vostre, leggete i classici e ancor più i cristiani.

I Padri della Chiesa e i Dottori medievali dovrebbero divenire per voi dei familiari e degli amici con cui confrontarsi e da cui imparare. Coltivate l’amore per la Civiltà Cristiana!

Non lasciatevi conformare dallo Zeitgeist, siate coraggiosamente “all’opposizione”. Ma soprattutto non siate moderati, non cercate il compromesso, non perseguite il quieto vivere, siate invece intransigenti ed esigenti prima di tutto con voi stessi. Cercate sempre il senso delle cose e se una cosa non ha senso non fatela. Cercate l’eccellenza in tutto ciò che fate perché ogni cosa che facciamo deve essere un capolavoro.

Anche se pochi, potete essere l’aurora di una nuova civiltà cristiana, coloro che avranno iniziato a gettare il seme. Non ci deve spaventare l’essere minoranza (anche molto piccola), ci deve terrorizzare, invece, l’essere tiepidi o sale che ha perso sapore, guai a noi!

Se decidete di sposarvi e fare famiglia fatelo con coraggio ed eroismo, sposatevi giovani, siate aperti alla vita e accogliete tutti i figli che il buon Dio vorrà donarvi, educate i vostri figli cristianamente sottraendoli all’indottrinamento della scuola di Stato, edificate il vostro piccolo regno domestico come un’oasi di civiltà cristiana.

Nella scelta degli studi, del lavoro o del luogo dove abitare non ragionate mettendo al primo posto le cose di questo mondo, piuttosto decidete dopo aver risposto a queste semplici domande: Cosa Dio mi chiede di fare? Qual è la mia missione nel mondo? Quali sono le condizioni (lavorative, abitative, etc.) che mi consentiranno di vivere in modo più ordinato e sereno, come Dio comanda, dando un senso a ciò che faccio? Forse il buon Dio vi sta chiedendo di lasciare le comodità della città e una vita borghese d’ufficio … magari per fare i contadini in montagna dove poter vivere con ritmi più umani e scanditi dalla natura… oppure vi sta chiedendo di vivere in città per fare il professore universitario e dedicarvi all’ apostolato intellettuale e alla battaglia culturale.

La Chiesa, lo sappiamo bene, vive oggi una crisi senza precedenti, è la stessa crisi della modernità che l’ha contagiata. Cosa fare dunque per la vita di fede?

Ai giovani – e ai meno giovani – dico: aggrappatevi con le unghie e coi denti, con tutto voi stessi alla Tradizione, non correte dietro alle novità! Nutrite la vostra fede con la Liturgia tradizionale – ad es. andando alla Messa in Rito Romano Antico – e con gli insegnamenti dottrinali e spirituali di sempre: il buon vecchio Catechismo di san Pio X, gli scritti dei Santi e i testi classici della spiritualità. Il canto gregoriano, ad esempio, se vissuto come preghiera può essere una grande palestra di spiritualità. Ma anche, semplicemente, vivere in mezzo alla natura contemplando ogni giorno la bellezza della Creazione.

Fate scelte che vi consentano di vivere da uomini veri rivolti a Dio e non da ingranaggi del sistema.

Se vorrete impegnarvi socialmente-politicamente fatelo, c’è tanto bisogno. Ma fatelo da anti-moderni, da controrivoluzionari, da restauratori della civiltà cristiana. Fatelo avendo come faro la DSC e le migliori scuole politiche cattoliche: il pensiero di Giuseppe Toniolo, il carlismo ispanico, il distributismo inglese.

Fatelo fuori dal coro del politicamente corretto e con coraggio. Siate dei ricostruttori di civiltà!

Cinzia Notaro