Marinetti e “la fragile e deliziosa Italia ferita che non muore”

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«Salite in autocarro aeropoeti e via che si va finalmente a farsi benedire dopo tanti striduli fischi di ruote rondini criticomani lambicchi di ventosi pessimismi […]. Voi pontieristi frenatori del passo calcolato voi becchini cocciuti nello sforzo di seppellire primavere entusiaste di gloria ditemi siete soddisfatti d’aver potuto cacciare in fondo al vostro letamaio ideologico la fragile e deliziosa Italia ferita che non muore»

Questi sono i versi iniziali del Quarto d’ora di poesia della X Mas, l’ultimo poemetto, o meglio aeropoema, che Filippo Tommaso Marinetti (1876 – 1944) scrisse poche ore prima di morire il 2 dicembre 1944 mentre si trovava, gravemente malato di cuore, a Bellagio sulle rive del lago di Como. Il poema, che consta di  378 parole e fu pubblicato postumo sul Corriere della sera del 3 gennaio 1945, cantava il coraggio di quei giovani che accettavano di combattere per una causa ormai perduta e per l’onore dell’Italia. «Reduce dalla campagna di Russia, cui aveva partecipato da volontario nonostante l’età, ormai stanco nel corpo e malato, Marinetti aveva aderito alla Repubblica sociale italiana […]. Nella Repubblica sociale Marinetti vedeva eliminata, secondo i sogni della sua giovinezza, l’odiata monarchia e vedeva riaffiorare quell’elemento socialista che, presente nella concezione politica futurista e nel fascismo delle origini, era stato sotterrato durante il fascismo trionfante. L’ultima composizione di Marinetti è una vibrante testimonianza poetica di questo stato d’animo» (Luciano De Maria). 

Lo scrittore Francesco Grisi nella sua prefazione a I futuristi (Newton, 1990) così tratteggia la personalità del fondatore del Futurismo:

«Giovane e radicale non accetta discussioni. Ama la lotta e l’audacia. Incontra Benito Mussolini per caso. E l’occasione diventa per lui un destino. Lo seguirà nella buona e nella cattiva sorte».

Nel suo poema Marinetti si rivolgeva ai giovani della X Mas, la formazione irregolare costituita nella RSI dal principe Junio Valerio Borghese su cui aleggiava il mito d’una guerra rivoluzionaria. «Sono loro i futuristi del suo ultimo anno di vita», scrive nella sua biografia dedicata al poeta lo storico Giordano Bruno Guerri.

Fedele alla sua giovinezza, e se vogliamo al suo personaggio, il fondatore del Futurismo si ricongiunge idealmente al Manifesto parigino del 1909 e canta ancora una volta «il coraggio, l’audacia, la ribellione», ovvero quelli che del futurismo «erano gli elementi essenziali della loro poesia che si travasavano automaticamente nella lotta politica» (Storia del Fascismo di Pino Rauti e Rutilio Sermonti ). 

Il poeta lancia i suoi strali contro l’arrendevolezza, il passatismo, l’opportunismo, il formalismo. E si  rivolge a quei giovani che, disorientati dagli avvenimenti, recalcitrano a schierarsi ed esclama:

«ma voi voi ventenni siete gli ormai famosi renitenti alla leva dell’Ideale e tengo a dirvi che spesso si tentò assolvervi accusando l’opprimente pedantismo di carta bollata burocrazie divieti censure formalismi meschinerie e passatismi torturatori con cui impantanarono il ritmo bollente adamantino del vostro volontariato sorgivo a mezzo il campo di battaglia […] Io non ho nulla da insegnarvi mondo come sono d’ogni quotidianismo e faro di una aeropoesia fuori tempo spazio I cimiteri dei grandi Italiani slacciano i loro muretti agresti nella viltà dello scirocco». 

Nel Quarto d’ora di poesia della X Mas c’è sicuramente la frustrazione di un uomo e di un poeta per la dissoluzione del suo sogno. Ma si avverte pure un cambiamento: quella che era stata «la concezione erotico-estetica della guerra si tramuta da ultimo in concezione estetico-religiosa» (Luciano De Maria).

Se sulle onde di quel lago, che era stato lo sfondo dell’addio ai monti della Lucia manzoniana, si spegnevano una vita e un’illusione, tuttavia, come nota lo storico Giordano Bruno Guerri, «solo un principio era immortale per Marinetti, e attraversò ogni sua stagione, dall’alba parigina al tramonto sul lago di Como: la patria – anzi la Patria – unico riferimento sublime, totale, stella cometa di ogni azione, il solo elemento salvato dall’assalto portato da Marinetti ai valori ottocenteschi». Solo l’amore per la patria non poteva essere travolto da una guerra perduta.

Sandro Marano