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Nel panorama contemporaneo della letteratura odeporica italiana, sempre più spesso ridotta a memorialismo autobiografico o a consumo estetizzante del paesaggio, Ritorno a Patmos di Francesco Colafemmina si colloca in una tradizione differente, assai più rara e, per certi versi, inattuale: quella del viaggio come dispositivo ermeneutico e come esercizio di effettiva anamnesi spirituale. L’isola egea non costituisce qui un semplice scenario narrativo, bensì un autentico topos simbolico entro il quale convergono memoria individuale, storia delle religioni, antropologia del sacro e riflessione filosofica sulla crisi della modernità.

La struttura del volume rivela fin dalle prime pagine un’ambizione che supera il semplice diario di viaggio. L’itinerario geografico è infatti subordinato a una geografia interiore, nella quale il movimento nello spazio coincide con un progressivo attraversamento di stratificazioni temporali. Patmos diviene un luogo palinsestico, ove il culto di Artemide, la tradizione giovannea dell’Apocalisse, la spiritualità bizantina e il turismo globale convivono senza mai fondersi definitivamente. L’autore sembra suggerire che ogni autentico paesaggio sacro sia sempre il risultato di una sovrapposizione di epoche, simboli e memorie, mai completamente cancellate ma continuamente riemergenti.

Da questo punto di vista, il libro dialoga implicitamente con quella linea di studi che fu cara a Mircea Eliade sul permanere delle strutture archetipiche del sacro nella coscienza moderna, pur evitando qualsiasi sistematicità teorica. L’argomentazione non procede infatti per dimostrazione, ma per immagini, analogie e ritorni continui. Il viaggio assume la forma di una spirale piuttosto che quella di una linea retta: ogni osservazione contemporanea richiama un precedente remoto; ogni rovina cristiana rimanda al santuario pagano che la precedette; ogni esperienza privata diviene occasione per interrogare categorie storiche assai più ampie.

Particolarmente significativo appare il modo in cui Colafemmina costruisce il rapporto fra mito e cristianesimo. Lungi dall’essere presentati come universi reciprocamente esclusivi, essi vengono descritti come differenti modalità di organizzazione simbolica dell’esperienza del sacro. Le pagine dedicate ad Artemide, alla figura di Giovanni e alla riscrittura cristiana dell’immaginario ellenico non indulgono né al sincretismo facile né alla polemica confessionale, ma mostrano piuttosto la persistenza di immagini, luoghi e linguaggi che attraversano le grandi trasformazioni religiose del Mediterraneo orientale.

Accanto alla dimensione storico-religiosa emerge una riflessione non meno incisiva sulla modernità occidentale. Le pagine dedicate al turismo di massa, all’omologazione culturale, alla dissoluzione delle identità e alla riduzione del patrimonio simbolico a merce non costituiscono semplici digressioni sociologiche, ma rappresentano il necessario contrappunto del percorso spirituale dell’autore. L’isola visitata diventa il laboratorio nel quale osservare il progressivo svuotamento dell’esperienza contemporanea, incapace di distinguere il pellegrinaggio dal consumo, la contemplazione dall’intrattenimento, la memoria dalla nostalgia commercializzata.

Sarebbe tuttavia riduttivo leggere Ritorno a Patmos come un pamphlet antimoderno. La cifra dominante dell’opera non è infatti la denuncia, bensì la ricerca. Anche quando il giudizio si fa severo nei confronti del presente, permane sempre una tensione conoscitiva che impedisce al testo di trasformarsi in semplice invettiva. L’autore non propone programmi politici né restaurazioni culturali; tenta piuttosto di ricostruire le condizioni interiori che rendono ancora possibile un rapporto significativo con il passato.

Dal punto di vista stilistico il libro manifesta un’interessante oscillazione fra prosa lirica, saggio storico, diario personale e meditazione filosofica. La scrittura privilegia periodi ampi, ricchi di accumulazioni descrittive e di improvvise aperture simboliche, nei quali il dato paesaggistico viene costantemente trasfigurato in occasione interpretativa. Ne deriva una prosa volutamente non minimalista, che richiede un lettore disposto a seguire un ritmo contemplativo piuttosto che narrativo.

In questa prospettiva, il titolo stesso acquista un valore decisivo. Il “ritorno” non coincide con la ripetizione di un viaggio già compiuto, ma con una categoria antropologica fondamentale. Tornare significa riconoscere che l’identità personale non si costruisce certo nell’accelerazione perenne e permanente, bensì nella capacità di riattraversare luoghi, simboli e memorie, lasciandoli progressivamente rivelare significati prima invisibili. Patmos diventa così molto più di un’isola: è figura della permanenza e del tempo dell’essenziale.

L’opera di Colafemmina si inserisce, pertanto, in quella tradizione europea che concepisce il viaggio come forma della conoscenza piuttosto che dell’evasione. Pur conservando una forte componente autobiografica, essa riesce frequentemente a trascendere il dato individuale per interrogare questioni di ordine antropologico, religioso e civile. Il risultato è un libro difficilmente classificabile secondo le consuete categorie editoriali: diario, saggio, memoir e meditazione convivono in una forma ibrida che costituisce forse la sua qualità più originale.

Ritorno a Patmos chiede dunque un lettore disposto alla lentezza. Non offre risposte immediate né indulge alle convenzioni della narrativa di viaggio contemporanea. Propone invece un esercizio di attenzione, nel quale il paesaggio mediterraneo torna a essere, come nella migliore tradizione classica, occasione di conoscenza di sé e misura critica del presente. È proprio questa fedeltà a un’idea antica del viaggio, inteso come itinerario della coscienza prima ancora che dello spazio, a fare del volume uno degli esperimenti più singolari apparsi recentemente nel panorama letterario-saggistico italiano.

Marino Pagano