Vita contadina e diritti economico-sociali

rustic-country-road

Abbiamo posto alcune domande a Paolo Junior Mancini, giovane giurista proveniente da un’umile famiglia contadina ed autore di “Vita contadina e diritti economico-sociali” con sottotitolo “Noia e riflessioni in un villaggio agricolo (Casa editrice Il filo di Arianna 2023), che è la sua opera prima.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo saggio?

Tutto nasce per caso in un villaggio agricolo dove ho parenti. La noia di una frazione disabitata mi ha condotto a descrivere le abitudini dei suoi abitanti per passare il tempo. Ero circondato da contadini, una mansione che in questo luogo si tramanda di padre in figlio. La mia attenzione si è rivolta all’agricoltura tradizionale, ossia ad una attività fondata sullo sfruttamento naturale del terreno agricolo che oggi è sempre più difficile a seguito della rivoluzione industriale che porta con sé lo spopolamento delle campagne e l’urbanesimo.

Parliamo della struttura narrativa del saggio, che diciamo subito è piuttosto singolare: riflessioni personali e autobiografiche si amalgamano ad osservazioni sociologiche, postille giuridiche e  annotazioni storiche. Nel comporlo hai avuto in mente qualche modello?

Anche se molti lettori hanno trovato similitudini con Giovanni Verga per la descrizione della realtà rurale, non ho avuto in mente un modello particolare se non l’idea di voler collegare il tema dello sfruttamento alla sete di giustizia sociale che avvolge ogni attività lavorativa. In questo senso, potrei riferirmi a Karl Marx. Dal mio saggio emerge infatti un parallelismo tra contadini sfruttati nei campi agricoli e operai sfruttati all’interno delle fabbriche. Lo sfruttamento di entrambi sarebbe generato dalla medesima causa: il capitale.

Nel tuo testo si percepisce un sentimento ambivalente: da un lato la noia inarrestabile di chi vive nei piccoli borghi a prevalenza agricola e dall’altro il rimpianto per un mondo più a dimensione umana, destinato a scomparire soprattutto sotto il giogo delle politiche neoliberiste e dell’espansione dell’agro-industria. «Davanti ai miei occhi – scrivi – vi è costantemente un paesaggio somigliante ad una cartolina: da un lato antichi ruderi abbandonati, dall’altro vecchie case con pareti esterne grigie o scolorite dal tempo. In zona sud spiccano alcune nuove costruzioni in mezzo ad attraenti rustici disabitati e sterminati terreni agricoli». Ci resterà solo una cartolina di quel mondo?

Il rischio è reale. La campagna piace molto, ma il reddito che si percepisce lavorandovi non garantisce un salario equo nonché una re­tribuzione complessiva proporzionata alla quantità e qualità del lavoro svolto. Questa è la prima causa dello spopolamento che favorisce l’urbanesimo e nega il ricambio generazionale in agricoltura. Vi è allo stesso tempo un lento ritorno dei giovani alla terra. È una speranza.

Negli ultimi anni, tra il 2010 e il 2020, secondo i dati dell’ISTAT, si è assistito ad una consistente riduzione del numero di aziende agricole, malgrado una sostanziale stabilità del numero di lavoratori agricoli, di cui quasi il 40% sono stranieri. Si pone per tutti i lavoratori agricoli, e in particolare per gli stagionali, un problema di dignità del lavoro sotto il profilo economico-sociale. È questa la nuova questione agraria cui accenni nel libro?

La nuova questione agraria cui faccio riferimento consiste nel ritorno dell’uomo al lavoro della terra e al ripopolamento delle campagne. Il concetto astratto è favoloso, ma la strada per la realizzazione è lunga e tortuosa ed è molto difficile ottenere risultati favorevoli immediati senza subire perdite. Per questo motivo, nel mio saggio propongo l’idea iniziale del “reddito universale”, quello che molti sindacati chiamano “reddito di resilienza”, ossia un sussidio che consenta agli agricoltori di far fronte da subito alle calamità naturali che danneggiano i raccolti. Solo dopo aver tamponato questo rischio che conduce spesso alla resa, si può parlare di assumere e stabilizzare personale nelle aziende. Sarebbe altresì necessaria l’introduzione per legge di un salario minimo, un trattamento economico complessivo proporzionato alla quantità e qualità del lavoro prestato che non può es­sere inferiore a quello previsto dal Contratto Collet­tivo Nazionale in vigore per quel determinato settore. Tutto ciò è possibile solo con l’intervento di una politica che abbia a cuore l’autenticità dei sapori e dei prodotti locali e che investa sulla tradizione agricola e culinaria, in quanto, come diceva Pier Paolo Pasolini, «il giorno in cui questo Paese perderà contadini e artigiani non avrà più storia».

«La piccola fattoria – scrive Wendell Berry, agricoltore, ecologista e scrittore americano – è uno degli ultimi luoghi, ogni giorno sempre più rari, in cui donne e uomini (e ragazze e ragazzi) possono avvertire quel richiamo a farsi artisti, imparare a porre amore nell’opera delle proprie mani. È uno degli ultimi luoghi in cui colui che fa è responsabile per intero del proprio lavoro, dall’inizio alla fine. Ciò rappresenta certamente un valore spirituale, ma non per questo privo di praticità e di significato economico». Pensi che oggi si dovrebbe andare a scuola dai contadini? E magari riformare la scuola ancorandola in qualche modo alle buone pratiche agricole, posto che la stragrande parte dei giovani studenti non sa niente di agricoltura e di come viene prodotto il cibo di cui si nutrono? 

Sono d’accordo con la tesi di Berry. Ancor prima del lavoro, si tratta di una scuola di vita in quanto nelle comunità rurali si imparano dapprima i veri valori. Inoltre l’attività lavorativa in un contesto agricolo produce benefici per la salute psico-fisica, offre opportunità di inclusione e integrazione a persone in difficoltà. Sul tema scuola, ritengo che si dovrebbe investire maggiormente in indirizzi agrari per favorire l’apprendimento delle pratiche agricole. Quando il mio saggio sottolinea l’importanza dei diritti sociali fa riferimento anche all’istruzione. Sono molti gli istituti che non riescono a sopportare i costi elevati richiesti per un indirizzo di questo tipo. Ci sono scuole che rinunciano sovente a questa possibilità ed è un peccato.

Sandro Marano