I reportage europei di Drieu La Rochelle nel settimanale Marianne

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Il filosofo Henri Bergson sosteneva che l’attenzione e l’elasticità sono le due forze complementari che la vita ci offre, di cui dobbiamo tener conto: la prima ci permette di discernere i contorni delle situazioni, la seconda ci consente di adattarcisi al meglio. E, a ben guardare, l’attenzione e l’elasticità sono le doti di cui dev’essere provvisto un buon giornalista, soprattutto quando è chiamato a fare dei reportage. Queste doti le ritroviamo al massimo grado nei reportage europei che Drieu scrisse tra la fine del 1934 e l’inizio del 1935 visitando l’Ungheria, l’Italia e la Cecoslovacchia per conto del settimanale illustrato “Marianne” diretto dall’amico Emmanuel Berl.

Il 1934 e l’adesione al Fascismo

Dobbiamo allo storico Marco Spada e alla sua passione per lo scrittore francese la traduzione e la curatela di questi testi, che sono preziosi per più d’una ragione. Il 1934, com’egli ricorda nella introduzione, è nella vita di Drieu un anno spartiacque. Risale infatti a quell’anno, dopo i moti antigovernativi di febbraio che avevano visto manifestare insieme schieramenti politici opposti, sia nazionalisti che comunisti, la sua definitiva adesione al fascismo. Il frutto più maturo di quell’esperienza fu quello splendido saggio che è Socialismo fascista.

C’era dunque la necessità di comprendere sia il portato della rivoluzione fascista sia la sua influenza su alcuni Stati dell’Europa centrale nati dalla dissoluzione dell’impero austro-ungarico. Scrive Spada: «La scelta delle destinazioni non fu affatto casuale: l’Ungheria era retta da Miklós Horthy, alleato dei tedeschi dal 1933 e volenteroso revisionista del Trianon [il trattato del 1920 che aveva fissato i confini dell’Ungheria riducendone territorio e popolazione]; la Cecoslovacchia stava attraversando il periodo di transizione tra l’antibolscevico Masaryk e il governo di Benés; mentre l’Italia  aveva già avviato tutti quei processi sociali, politici e ambientali che la resero il faro dell’Europa che stava lentamente abbracciando l’idea fascista».

Drieu giornalista

Drieu nel suo lavoro di giornalista fu scrupoloso, attento, scevro da pregiudizi. Nei reportage illustra tutti i vari aspetti delle nazioni visitate partendo dalla geografia. Infatti, come avrebbe poi precisato in Socialismo fascista: «Marx aveva dimenticato, fra l’altro, che oltre il materialismo delle forze di produzione esiste anche quello della geografia (…); il materialismo del clima che ha foggiato le patrie e che non ha ancora finito di foggiarle». Dunque, geopolitica, economia, aspetti sociali e storici si amalgamano in una prosa colloquiale, scorrevole, a tratti brillante, ricca di dettagli.

L’Ungheria

Visitando Budapest lo scrittore francese esclama: «Ecco la duplice felicità di Budapest: essere attraversata dal Danubio e sulla riva destra del bel fiume, essere anzitutto Buda, dalle belle colline». E subito dopo scrive: «la notte assaporata sui lungofiumi di Pest è il terzo incanto di Budapest, ma che si ricompone con i primi due (…). Passeggio a mezzogiorno come a mezzanotte sul corso. La gente veramente chic non ci va; ma, grazie a Dio, io non vivo con la gente chic. C’è la borghesia, che oggi guida questo paese, mescolata ormai ai resti innumerevoli della gentry, della media e piccola nobiltà – contrariamente al nostro pregiudizio che ci fa immaginare l’Ungheria nelle mani di duecento aristocratici». Né poteva sfuggire a un “tombeur de femmes” come Drieu la bellezza delle ungheresi: «Ci sono donne. Io guardo le donne. Del resto, non farò che guardarle. Lascerò l’Ungheria senza aver conosciuto le ungheresi. D’altronde, sono stanco delle avventure fugaci e poi il viaggio, in generale, non mi inclina all’amore (…). E tuttavia l’ungherese è esattamente il mio tipo».

Il viaggio di Drieu in Ungheria non si ferma a Budapest, prosegue nella immensa pianura magiara e in altre città: «Adoro arrivare in una di quelle città che sono ai confini del mondo. Il confine del mondo può anche non essere lontano. Sono quelle città, grandi o piccole, di cui non si è mai sentito parlare, neppure quando non si è del tutto ignoranti in geografia. Sono quelle città dove si sarebbe potuto non venire mai e di cui si diventa per sempre cittadini sentimentali, solo perché vi si sono trascinate le proprie scarpe per tre giorni».

Spicca nel reportage sull’Ungheria il colloquio riportato tra un nobile ungherese, proprietario di vasti possedimenti e di tendenze liberali e lo stesso Drieu. Qui lo scrittore francese  propone l’idea di una federazione danubiana che raggruppi i piccoli popoli che abitano lungo il fiume per superare l’angustia delle rivendicazioni nazionaliste: «Potete ridiventare grandi partecipando a uno Stato danubiano più sano, più stabile e più forte dello Stato austriaco. Non uno Stato gerarchico, come l’antico, ma federativo».

La Cecoslovacchia

Quanto alla Cecoslovacchia Drieu elogia soprattutto la sua democrazia parlamentare ed autoritaria, che ha avuto la capacità di fare una seria riforma agraria contro i grandi latifondi, riforma di cui descrive per sommicapi i punti salienti. E, pur prendendo atto che sussiste un problema di minoranze tedesche che porterà di lì a poco alla crisi dei Sudeti, nonché una separazione di fatto tra la popolazione ceca e quella slovacca, non manca di fare una velata critica alla politica hitleriana: «Questo popolo slavo di Cecoslovacchia ha raggiunto d’un balzo la “saggezza” politica di quei popoli d’essenza germanica che, negli angoli d’Europa, dimostrano – contro l’affermazione hitleriana – che il germanesimo può accordarsi con il sistema parlamentare».

La Boemia e la Moravia gli appaiono regioni ridenti, piene d’acqua e di foreste, che lo dilettano. E poi a dilettarlo ci sono le piccole città: «Ecco la prima visione di quelle piccole città ceche o morave che, a somiglianza delle città tedesche, offrono sempre una deliziosa piazza centrale. Queste piazze sono fiancheggiate da case a uno o due piani, strette, poggiate su arcate modeste e un po’ arcigne (…) che mostrano sempre qualche delizioso ornamento del Rinascimento o della Controriforma gesuitica, due epoche ridenti che si fronteggiano ai margini del buco nero della guerra dei Trent’anni». Nel confrontare poi Praga con Budapest non manca di osservare che se a Budapest la natura è più vasta e generosa, a Praga il passato artistico è infinitamente più forte. Quel che lo sorprende positivamente è comunque «l’incontro, nel cuore dell’Europa, tra la vitalità slava, la volontà germanica e l’intelligenza latina ed ebraica».

L’Italia

All’Italia fascista Drieu dedica tre reportage datati rispettivamente 26 dicembre 1934, 2 e 9 gennaio 1935. Lo scrittore francese coglie subito il carattere fondamentale della rivoluzione fascista che è quello di essere una rivoluzione in marcia, graduale, che «aveva davanti a sé un compito immenso: far passare un paese che si attardava nelle grazie nocive o viziose di un’infanzia ritrovata dal XVII secolo alla rude disciplina d’una nazione maturata che si esprime in uno Stato moderno». E per questo si sofferma con ricchezza di dettagli sulla forma sociale del nuovo Stato che si esprimeva nel controllo esercitato sulle banche, nella lotta alla tubercolosi e in diversi istituti sociali: dalle assicurazioni contro gli infortuni alla previdenza sociale, dall’ONMI (Opera Nazionale per la Maternità e l’Infanzia) «che assiste la madre durante la gravidanza, il parto e il periodo successivo al parto» alla magistratura del lavoro e ai contratti collettivi di lavoro che sono un tassello di quella costruzione corporativa che ha il punto di partenza nella Carta del Lavoro del 1926. Drieu visita l’università di Roma dalla “geometria viva, elegante” e assiste al fervore costruttivo dell’Italia fascista, in particolare alle opere per la bonifica della palude pontina e alla nascita di Littoria (oggi Latina) e ci informa ammirato della valorizzazione dell’agricoltura operata dal regime: «Alla fine del 1933 lo Stato fascista lavorava alla bonifica di oltre quattro milioni di ettari su sedici milioni di terre coltivabili e vi aveva speso tre miliardi e mezzo di lire. Si sono prosciugati e drenati i fondi; scavati canali; consolidati e terrazzati i colli; rimboschite le montagne. Si è ingaggiata e rapidamente vinta la battaglia del grano». Peraltro, non manca di osservare lo sforzo del regime di ridurre le grandi proprietà agricole: «Così procede un regime che non attacca il sistema capitalistico se non indirettamente e che deve occuparsi tanto di fasciare le ferite che questo provoca quanto di colpirlo con prudenza».

Nell’apprezzare “l’intelligenza realistica” di Mussolini e “la potenza poetica” del nuovo Stato, Drieu conclude che «Ciò che è bello è che il genio di un’epoca e di un uomo sollevi un popolo al di sopra di se stesso; ciò che è ancora più bello, di una bellezza fatale, è che un popolo, nel momento in cui è al di sopra di se stesso, resti ancora se stesso».

Sandro Marano