Il caso Tortora: quando la giustizia si affidò ai “collaboratori”
Lo scorso 4 agosto la Camera dei Deputati ha approvato la proposta di legge attinente la «Istituzione della Giornata nazionale “Enzo Tortora” in memoria delle vittime di errori giudiziari».
Il provvedimento licenziato dalla Camera – trasmesso all’esame del Senato – è stato sostenuto dal Centrodestra, Italia Viva ed Azione; astenuti Partito Democratico, 5 Stelle, Alleanza Verdi Sinistra. Nel caso il Senato approvi senza modifiche il testo della Camera, il 17 giugno di ogni anno si dovranno ricordare Enzo Tortora e tutte le vittime degli errori giudiziari. Ma perché proprio il 17 giugno avremo l’ennesima giornata del ricordo stabilita per legge?
Correva l’anno 1983, allorquando il 17 giugno, un venerdì, nel pieno di una campagna elettorale per le elezioni politiche per la quarta volta anticipate dal 1972, l’Italia veniva messa a soqquadro dall’arresto improvviso ed incredibile, avvenuto a Roma, di Enzo Tortora, noto presentatore televisivo, ideatore della trasmissione di successo Portobello.
Neanche fosse uno dei peggiori criminali più ricercati al mondo, le immagini dell’arresto mostrarono un Tortora ammanettato, confuso, incredulo, circondato da una miriade di persone fra carabinieri, giornalisti, fotografi, operatori radio-tv, curiosi.
In una mega inchiesta giudiziaria sulla camorra, Tortora veniva accusato, in base alle dichiarazioni di camorristi “pentiti”, di traffico di stupefacenti ed associazione a delinquere di stampo camorristico.
Accuse «deliranti e demenziali» ebbe a definirle il noto presentatore. Tortora, che di lì a poco ebbe anche un malore, altro non fu che “il mostro” da sbattere sulla prima pagina dei giornali.
In pochi furono a credere nell’innocenza di Tortora; fra questi il giornalista Vittorio Feltri. Il Movimento Federativo Radicale criticò la magistratura responsabile di un «macroscopico errore e di un colossale abbaglio».
All’epoca i “pentiti”, accusando qualcuno confidavano nei benefici previsti dalla “legge sui pentiti”, legislazione premiale in auge da pochi mesi, escogitata alla luce della incapacità della classe politica dirigente di rispondere adeguatamente alla sfida terroristica, nonostante la sublime opera di contrasto delle Forze dell’Ordine e della Magistratura.
Era accaduto che, nel maggio 1982, incapaci di fronteggiare la imperversante sfida terroristica, DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI, avevano approvato una legge denominata «Misure per la difesa dell’ordinamento costituzionale», contenente una norma che, di lì a poco, avrebbe provocato la fine dello Stato con tutte le nefaste conseguenze che oggi constatiamo. Ci riferiamo alla “legge sui pentiti”, un vero e proprio armistizio sottoscritto all’epoca fra le citate deboli classi dirigenti ed i terroristi che, a loro volta, non credendo nei loro folli progetti, nonostante gli eccidi commessi, ebbero lauti sconti di pena perché, una volta arrestati, “pentendosi”, facendo i nomi dei loro solidali, “aiutavano” lo Stato a smantellare le organizzazioni criminali. Uno Stato che nella lotta al crimine, per legge, chiede la collaborazione dei criminali non è tale.
Nell’approvare il provvedimento che fece inorridire perfino quei campioni di garantismo quali erano i radicali di Marco Pannella, DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI, non si posero alcun problema riguardo le vittime ed i familiari delle vittime, le prime uccise una seconda volta, i secondi offesi ed oltraggiati, da una norma che, violando i principi fondamentali del Diritto, consentì a criminali ed assassini di farla franca. Si trattò di un imbarbarimento del nostro sistema giuridico fatto passare per vittoria dello Stato sul terrorismo – propaganda ancora oggi in auge – che, però, tralasciò e tralascia un altro aspetto essenziale della questione: il fenomeno terroristico non colpi solo l’Italia per oltre un decennio, ma anche altre Nazioni europee e, in quanto tale, venne meno per autoconsunzione. Con ciò non si vuole sminuire l’azione di contrasto che magistrati e Forze dell’Ordine portarono avanti in modo encomiabile.
Sta di fatto che il “pentitismo”, la cercata e ricercata corsa al “pentitismo” provocarono la fine dello Stato facendo venir meno, di conseguenza, lo Stato di Diritto con i risultati nefasti che oggi constatiamo a cominciare dalla certezza della impunità che ha soppiantato la certezza della pena.
Quando Tortora venne arrestato, con Pippo Baudo conduceva sulla tv commerciale Rete 4, Italia domanda, un faccia a faccia televisivo tra cittadini elettori ed i segretari di partito che si teneva in un teatro romano in vista delle elezioni politiche in programma il 26 e 27 giugno 1983. Fino al giorno prima, giovedì 16 giugno, Tortora aveva regolarmente lavorato alla trasmissione registrando una puntata con il leader comunista Pietro Ingrao andata in onda proprio la sera 17 giugno. Il giorno dopo, sabato 18, a misurarsi con il pubblico di Italia domanda – Tortora era assente perché arrestato – sarebbe stato il segretario missino Giorgio Almirante che, per la cronaca, avendo strenuamente combattuto la “legge sui pentiti”, l’aveva definita «criminale, immorale ed aberrante».
Il calvario di Tortora durò quattro lunghi anni. Nel 1985 fu condannato a 10 anni di reclusione con 50 milioni di multa e, alla luce della sentenza, a comprova della sua innocenza dette una lezione di Moralità e di Libertà dimettendosi da parlamentare europeo per rinunciare alla immunità parlamentare; era stato eletto nel 1984 con il Partito Radicale.
Nel 1986, in appello Tortora venne assolto, sentenza confermata dalla Cassazione nel 1987. In pratica, i “pentiti”, avevano calunniato Enzo Tortora che, minato da un male incurabile, si spense nel 1988 all’età di 59 anni.
«Dove eravamo rimasti», fu il suo ultimo anelito alla ripresa di Portobello nel febbraio 1987.
Ad oltre quarant’anni dall’arresto di Tortora, la figlia Gaia, che all’epoca dei fatti aveva 14 anni ed oggi è un’affermata giornalista, ha espresso soddisfazione a metà per il provvedimento approvato il 4 agosto scorso dalla Camera dei Deputati teso alla «Istituzione della Giornata nazionale “Enzo Tortora” in memoria delle vittime di errori giudiziari». Ha infatti stigmatizzato l’astensione delle sinistre riguardo il citato provvedimento.
Parlare però solo di “malagiustizia” nel dramma di Enzo Tortora ci pare alquanto riduttivo in quanto, il noto presentatore televisivo fu vittima in primo luogo della “legge sui pentiti”, ancora oggi viva e vegeta. Si parla sempre dei successi del “pentitismo”, mai però delle persone perbene vittime del “pentitismo”.
Se è doveroso ricordare i tanti innocenti assassinati, è d’obbligo non dimenticare il dolore eterno dei familiari che hanno visto i propri cari assassinati da criminali che, una volta arrestati, si sono “pentiti” per beneficiare di lauti sconti di pena e guadagnare la libertà. Ci auguriamo che la Giornata nazionale Enzo Tortora, qualora istituita, non rifletta solo sulle vittime degli errori giudiziari, ma rappresenti l’occasione per discutere e perché no, mettere in discussione non solo la “legge sui pentiti”, ma tutte quelle legislazioni premiali dalle quali sono scaturite mancata certezza della pena, insicurezza diffusa, lassismo e caos generalizzati. Nutriamo ovviamente dei seri dubbi che ciò possa avvenire viste la profonde incrostazioni che affliggono il nostro paese, difficili da rimuovere.
Michele Salomone