Ambiente ed economicismo
ecologia
Gent.mo direttore, leggo sul Secolo d’Italia del 21 ottobre 2025 un articolo a firma di Gabriele Caramelli intitolato La famiglia è il fulcro del modello italiano, Roccella: “In Ue si preoccupano dell’ambientalismo, noi della natalità”, nel quale si dà conto di un convegno tenuto a Palazzo Grazioli organizzato dal progetto editoriale Formiche sul tema della demografia.
I recenti dati forniti dall’ISTAT confermano il calo della natalità in Italia ed è dunque opportuno interrogarsi sulle cause di questo fenomeno, posto comunque che sia un male e non un riequilibrio necessario rispetto ad un eccesso di popolazione. Ma qui viene il bello. Secondo la ministra per la famiglia Eugenia Roccella la vera causa del calo demografico è che in UE ci si preoccupa più dell’ambiente che della natalità. In Ue, dice testualmente, «non si parla abbastanza di transizione demografica, noi abbiamo aperto un caso, perché gli argomenti principali riguardano l’ecologia e la tecnologia».
E qui apro una parentesi, notando come una certa destra, dimentica evidentemente della lezione di Drieu e di Pound, di Soffici e di Sermonti, ha da qualche tempo posto nel suo mirino l’ambientalismo. Termine quanto mai generico, una sorta di calderone nel quale mettere l’ecologia profonda e l’ecologia superficiale, l’economia circolare e il falso verde (il cosiddetto greenwashing), il sì alle rinnovabili e il no a talune grandi opere. L’unico ambientalismo che trova ancora grazia presso questi severi censori è “l’ambientalismo sostenibile”(!). Sostenibile? Diamine! E per chi? Per la grande industria? Per la produzione di energia dalle fonti fossili o dal nucleare? Per la grande distribuzione? Per i mercati globali? Tanto vale negare la crisi ambientale e vanificare ogni legittima istanza di tutela della natura.
Ma torno all’articolo. Gli interventi nel convegno si sono presto concentrati sulle misure per contrastare il calo delle nascite. E qui l’ottica dominante è ancora una volta quella antropocentrica, anzi economicistica: servizi, assegni, rimborsi, e così via. Possibile che nessuno sospetti che, al di là delle misure economiche e sociali di sostegno, manca una semplicissima cosa? Quale? L’esperienza di quello che il filosofo Arne Naess chiamava “Sé ecologico”. O, detto in altri termini, la gioia di vivere, che dipende dalla qualità della vita, dal ritorno ad una vita più naturale, più semplice, più connessa col mondo naturale. Vi è infatti un nesso strettissimo fra gioia e fattori ambientali. Non si tratta di pensieri astratti. L’esperienza del Sé ecologico la possiamo fare tutti, quando ci sentiamo meglio dopo una passeggiata nei boschi o una nuotata in acque pulite.
C’è una profonda e innegabile identificazione degli individui con la Natura vivente (che comprende non solo gli animali, le piante, ma anche gli ecosistemi). Scrive Naess: «È specificamente umano sia vedere che formulare dei limiti al ruolo dell’essere umano nell’ecosfera e fare esperienza della propria identificazione con il tutto». Soltanto la realizzazione del Sé ecologico conduce alla gioia, che è la condizione indispensabile perché ogni altra misura sociale, economica, culturale abbia successo.
In ogni caso la palma del peggior intervento spetta all’ex ministro Sacconi, fautore della “cultura della crescita”. Ha infatti dichiarato che «l’Italia ha avuto l’età dell’oro dal 1947 al 1964, quando ci fu il boom demografico e delle imprese senza debito pubblico». E ha proseguito in un crescendo patetico nostalgico affermando che «il nostro sistema capitalista ha una forte connotazione popolare e familiare. Dagli anni ’90 abbiamo perso la nostra innovazione nazionale, con il trauma di Tangentopoli e la distruzione di un’intera classe dirigente». Il che equivale a dire che la cura è nella malattia. Forse all’ex ministro gioverebbe rivedere un film come Deserto rosso di Antonioni dove l’altra faccia dello sviluppo industriale fa da penoso e tremendo sfondo alla storia narrata.
Sandro Marano*
*consigliere garante di Fare Verde