Commento alle Beatitudini

Grandi folle seguivano Gesù, racconta Matteo, dalla Galilea, dalla Decapoli, da Gerusalemme, dalla Giudea e da oltre il Giordano. Tutti speravano in un miracolo, una guarigione, una parola di conforto. Di fronte a questa moltitudine carica di ansie, di sofferenze e di speranze Gesù non fugge, non è una fuga il suo salire sul monte, non nasce dal desiderio di solitudine, come in altri casi, ma dall’esigenza di insegnare, ancora una volta di indicare una via, che potesse essere percorsa, dai suoi discepoli, quando Lui sarebbe tornato al Padre.

I Padri della Chiesa insegnano che Gesù parlava alle folle stando in piedi, ma ai discepoli, già avanzati nel cammino di fede parlava restando seduto, come tra amici. Matteo, quindi, sottolinea il gesto del mettersi a sedere del maestro creando una sorta di contrapposizione tra le folle e suoi più intimi, quasi per dirci che quel discorso non è per tutti, ma per coloro che intraprendono un cammino di perfezione.

Se questo fosse vero, perché allora Matteo l’avrebbe scritto in un libro diretto alla sua comunità e quindi a tutti i cristiani? Gesù si siede e parla al nostro cuore, quello che dice non è facile da capire e ancor meno da mettere in pratica e Lui lo sa, per questo si siede, ci vuole pazienza e Lui sa averne, il cammino è difficile, ma Lui sa donare la forza necessaria, vuole rassicurarci, il Maestro si è seduto, depone la verga, non è tra i discepoli con tono inquisitorio, non sta scrutando le loro coscienze, le conosce bene, ci conosce bene, sa di che pasta siamo fatti, sa che sta indicando una via difficile, ma anche che è l’unica via per la salvezza, per vivere meglio, per vivere da uomini nuovi. Egli inizia il suo discorso senza inutili preamboli, entrando direttamente nel cuore della questione: cosa devo fare per essere felice, per avere la vita eterna? Domanda non posta esplicitamente da alcuno, in quella precisa circostanza, ma presente sempre nel cuore e nella mente di quanti avevano scelto di seguirlo.

Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli.

Qualcuno ha intravisto in questo elenco di beatitudini, i gradini di una scala, tema caro ai Padri del deserto, si pensi a Gregorio di Nissa, ma anche ad Ambrogio e agli altri Padri della Chiesa in Oriente e in Occidente. Una scala al cui primo gradino c’è lo spogliarsi di sé: “Chi è pieno di sé non ha posto per Dio” dicevano i maestri della Torah. Ma cosa vuol dire “povero in spirito”? Spesso, nei discorsi, la povertà di spirito prende un accento negativo, diventa addirittura sinonimo di miseria morale, a quale povertà si riferisce Gesù?

In Luca, poi, si parla di povertà semplicemente e anch’essa crea molti problemi all’interprete. Possibile che Gesù voglia creare un binomio povero-santo, ricco-cattivo? E’ sufficiente essere povero per essere buono? Sotto gli occhi dei discepoli di ogni tempo ci sono le storie di miseria morale di tanti poveri, come conciliarle con quest’affermazione? Gli stessi Padri della Chiesa si affannano a spiegare che non della povertà semplicemente subita si parla qui, ma di quella scelta volontariamente come sequela Christi.

Se si solleva lo sguardo dal proprio quartiere, dalla propria città, dal proprio Paese si vedono, nel mondo folle di diseredati, folle che affamate, si spostano dalle campagne sempre più desertiche alle città, nelle “bidonville”, in casupole di fango o di lamiera. Milioni di persone soffrendo interrogano il nostro benessere. Poi, se si guarda un po’ più da vicino si scoprono, in queste, storie di figli venduti, di bambini torturati, come i piccoli stregoni del Congo, o abbandonati per strada a rubare e uccidere per pochi spiccioli, come i bambini di strada del Brasile, bambine vendute come prostitute, rese schiave a uso dei turisti del sesso, in quelli che chiamiamo, con un eufemismo “Paesi in via di sviluppo”, infanzia violata, venduta ai ricchi per pochi spiccioli, da uomini e donne che vivono nella miseria e nella miseria perdono il senso del valore della vita stessa. Si comprende il ritegno dei Padri a considerare i poveri come i destinatari della prima beatitudine. Quanta ferocia si annida a volte nella povertà, ma mai quanta se ne annida in chi, si “arricchisce”, in senso lato, sulla povertà, sull’ignoranza, sull’essere allo sbando di tanti, in chi sfutta il disperato bisogno dell’altro, la necessità di sopravvivere. Se ci sono genitori che abbandonano i figli per le strade delle grandi città del terzo mondo, ci sono i mercanti di bimbi, i medici che si prestano ad usarli come ammassi d’organi da espiantare, in favore dei ricchi, ci sono cliniche pronte a mettere a disposizione le proprie strutture, chirurghi di fama disposti a far tacere ogni scrupolo a suon di centinaia di migliaia di dollari o di euro. Questa massa di diseredati che abbandona i suoi figli al loro destino molto piccoli, incurante dei rischi e delle sofferenze a cui vanno incontro, quest’incosciente, malata, umanità che si carica di male e di sofferenza possiamo dirla dannata? Che spazi di libertà ci sono per un uomo o una donna che hanno conosciuto, nella loro vita, solo fame, botte, miseria, aridità? E alla fine solo fame, miseria e aridità sanno dare, solo quello è il linguaggio che conoscono. Possiamo dire, con gli gnostici, che sono solo ilici, che non sono veramente uomini, che non hanno un’anima? O, al contrario, che la loro responsabilità non è annullata dal peso delle loro esperienze, quindi il male è da imputare a questi per intero, con tutte le sue conseguenze? Così un’adolescente violata, costretta prostituirsi, picchiata, venduta, se abbandona il suo bambino, sarà anche una crudele aguzzina, insomma un’anima destinata all’Inferno. E di questa situazione non sarà anche colpa nostra? Andremo noi alla dannazione con lei, noi che abbiamo seguito con amore i nostri figli, nel loro sviluppo con mille attenzioni? Potevamo fare qualcosa che non abbiamo fatto, qualcosa per porre fine a queste situazioni? E’ innegabile il senso di frustrazione e d’impotenza che deriva da queste riflessioni, ma se non siamo capaci di lottare, se non abbiamo le capacità per scrivere, denunciare, lanciare appelli, smuovere le coscienze, almeno non dimentichiamoci di quella ragazzina, delle mille ragazzine, dei bambini di strada, delle loro sciagurate famiglie, di questo mondo sciagurato, nelle nostre preghiere. Non sottovalutiamo la potenza della preghiera, che almeno la giustizia di Dio non sia cieca come quella degli uomini. E’ l’ultima spiaggia, a qualcuno sembrerà inutile, ma quanti di noi, tra coloro che ancora pregano, in questo Occidente sazio e annoiato, si ricordano di questi poveri, di questa mostruosa povertà che crea mostri? No, nessuno è senz’anima, nessuno è ilico e il Signore conosce la vita e l’anima di tutti, il Suo giudizio non è il nostro giudizio, la Sua misericordia è grande, ma non è per tutti, è per i miseri, non per i ricchi egoisti, i cinici, per coloro che lucrano sulla disperazione, che usano gli uomini come fossero degli oggetti senza valore, pensiamo fra tutte alla parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, senza almeno un reale pentimento, come potrà esserci perdono per una così grande quantità di dolore?

Chi sono i poveri in spirito? Sono coloro che si sanno calare in questa povertà, sentirne tutta la sofferenza, che prendono coscienza di non avere alcun merito per essere stati preservati da quel male, ma che se lo caricano sulle spalle, come Cristo e piangono per esso, come fosse il loro, che si sentono responsabili per ogni singolo atto malvagio commesso nel mondo e ne chiedono continuamente perdono a Dio e agli uomini. Poveri e partecipi della croce di Cristo, nella sua autentica essenza, non la croce della fatica del vivere i propri giorni, ma la croce del male e della miseria del mondo intero, che dentro di noi solo può essere trasformata in offerta e in preghiera.

“Di essi è il Regno dei cieli”, di questi poveri che portano la croce di Cristo, capaci di prendere sulle loro spalle il male del mondo e sentirlo loro e soffrirne e chiederne perdono al Padre, è il Regno dei Cieli, di quelli che non si sentiranno migliori degli altri, che non si ergeranno a giudicare gli altri, ma giudicheranno loro stessi, meritevoli di castigo, inadempienti di fronte alle grandi richieste della vita, del mondo, impotenti, come il Dio crocifisso che adorano, nudi, poveri di fronte al grande bisogno di amore e giustizia.

Il Signore promette un Regno, nei cieli, non in questa dimensione terrena, dove la povertà, la cattiveria, lo sfruttamento sono radicate, ma nei cieli. Luogo teologico, oggi sottovalutato. Tutto ciò implica l’immortalità dell’anima, la vita dopo la morte, scomparse quasi dalla teologia contemporanea, in una parola l’escatologia, le “ultime cose”.

Io non morirò in eterno! La mia anima vivrà in attesa di ricongiungersi al corpo risorto, in un regno di giustizia e di pace, dove sarà asciugata ogni lacrima! Questa è la speranza cristiana, questo è il senso della nostra vita, questa è la verità che, la vicenda umana del Cristo, ci ha consegnata, generazione dopo generazione.

Ma è solo in un’altra vita il Regno dei cieli? Appartiene esclusivamente ad una dimensione non terrena? Il Regno dei cieli è già qui, in mezzo a noi, in noi, nella nostra capacità di donarci agli altri, nella possibilità di caricare sulle nostre spalle il peso del destino dell’umanità, partendo dai più vicini fino ai più lontani. Sta alla nostra responsabilità rendere il Regno dei cieli accessibile a tutti. E’ da qui che parte la spinta missionaria del cristiano, di ogni cristiano, l’impegno ad evangelizzare tutti i popoli della terra, a migliorare la qualità della vita in ogni angolo della terra, in modo che siano asciugate, se non tutte le lacrime, cosa irrealizzabile, se non altro perché non si può qui non sperimentare la morte, ma almeno più lacrime possibile.

Beati gli afflitti perché saranno consolati

I Padri dicono che non di tutti gli afflitti si tratta, ma di coloro che piangono sui propri peccati e su quelli del mondo. Sicuramente è così. Il dono delle lacrime, di cui parlano i Padri del deserto, è la consapevolezza delle proprie colpe, delle proprie miserie, dell’incapacità di riportare al Signore quella veste bianca che Egli ci diede nel giorno del Battesimo, di posarla ai Suoi piedi immacolata. E quella veste sciupata, macchiata, in alcuni punti lacera, ci fa vergognare, come andremo alla festa in questo arnese? Saremo buttati fuori, ché nonostante le nostre apparenze di benessere mondano, siamo laceri come straccioni da teatro. Il pianto è frutto della consapevolezza, della capacità di guardare lucidamente a quello che siamo, non attraverso il filtro di quello che vorremmo essere. Guardarci dentro e vedere i nostri difetti, ripensare ai nostri errori, avere il coraggio di non dimenticare le cose di cui ci vergogniamo, ma riportarle alla mente continuamente, perché la coscienza della nostra miseria c’impedisca d’ingannarci, questo è il dono delle lacrime. Ingannarsi su se stessi, questo è la vera cecità, non c’è nulla di più rovinoso. Quando il Signore si chiede se può un cieco far da guida a un altro cieco, a questo si riferisce. Sentirsi a posto: gli altri sono peccatori, incoerenti, ipocriti, noi abbiamo dedicato tutto il nostro tempo al Signore, le nostre energie a portare la Sua Parola al mondo, noi siamo bravi, abbiamo pagato il prezzo della sincerità, dell’essere cristiani e così via. Quante volte risuonano, nelle nostre assemblee, discorsi che questo sottintendono, quando non hanno la mancanza di pudore di esplicitarlo. Come c’inganniamo, come siamo lontani dalla verità su di noi, come assomigliamo al fariseo che in piedi dinanzi al suo Signore pregava ringraziandolo di non essere come quel pubblicano. Mettiamoci in ginocchio, come il pubblicano e piangiamo sulla nostra miserevole condizione di peccatori, perché solo questo ci salverà. Questo atteggiamento del cuore farà di noi uomini e donne umili, di quella vera umiltà che si traduce in disponibilità, in compassione per tutti, in amabilità dei modi, in capacità di donarsi, di amare senza fermarsi a giudicare, senza aspettarsi in cambio gratitudine, favori, affetto e altro, ma veramente gratuitamente.

Ma forse non dovremmo mettere i paletti alla Parola del Signore. Coloro che piangono sono anche quegli che subiscono ingiustizie, fame, guerre, prigione e torture, i tanti martiri di tutte le epoche, i bambini sfruttati, costretti a lavorare ore e ore, per un pugno di riso e che non hanno il tempo né più la forza nemmeno di piangere, le vittime degli attentati e i loro cari, gli anziani abbandonati, soli, senza un volto familiare ad alleviare gli inevitabili tormenti della vecchiaia. Quanta parte di questa umanità non ha che nel pianto il proprio sfogo! Anche per questi il Signore dice: Beati coloro che piangono, perché saranno consolati.

Una parola di speranza, in un mondo d’ingiustizia e di cattiveria, in cui c’è chi si arricchisce sulla disperazione, c’è chi arma la mano dei fanciulli, perché sparino sui loro vicini, su altri fanciulli, in una lotta tribale senza speranza, senza senso, in un’ancestrale scatenarsi di odio. Terre dimenticate da tutti, tranne che dai mercanti di morte, dove si consumano eccidi efferati, ma i riflettori sono spenti e quindi, per noi,  è come se nulla accada.

     “Beati coloro che piangono”, sembra un’assurdità, non è certo beato chi piange, piuttosto lo è chi ride, chi è contento, chi vive nel lusso e nell’abbondanza, chi intorno non ha distruzione e morte, ma luci e musica. Gesù stravolge le nostre logiche, dichiara beati quelli che soffrono, perché Lui ha davanti una realtà che noi non sappiamo ancora vedere, la realtà del Regno dei cieli. Saranno consolati! Qualcuno ha detto che tutto ciò deve succedere in questa realtà terrena, qui e ora, magari con la forza delle armi, con la rivoluzione; e per quelli che muoiono nel frattempo, in attesa che questa rivoluzione avvenga, che con la forza e con la violenza il mondo cambi? Le loro lacrime come e quando saranno asciugate? O sono vissuti inutilmente, hanno sofferto inutilmente e sono spariti dalla scena di questo mondo, come comparse in un film senza colori? “Saranno consolati”. Ma se io, e mi si perdoni la prima persona, non avessi la certezza che saranno consolati, penso che deporrei la mia vita qui e ora, perché non potrei reggere la sofferenza di pensare che non saranno consolati, che tutti coloro che piangono per i mille turpi motivi che questo mondo distribuisce, per la fatalità di un destino di morte, per la natura che si scatena, per l’incuria del mondo, non saranno consolati, no, non lo reggerei, è questa promessa che mi permette di vivere. Certo, devono essere consolati qui ora, devono essere liberati da un destino così crudele e ingiusto, occorre restituire loro la dignità, se non altro la speranza, ma la nostra impotenza, il nostro arrivare tardi trovano conforto nella certezza che il Signore non mente quando afferma: “Beati coloro che piangono”. Contro ogni logica il Signore Gesù annuncia con forza questa verità, che non è augurio di disgrazie, ma invito ad una presa di coscienza, seria e attiva, ad un’assunzione di responsabilità, perché, se non è con la violenza che si asciugheranno le lacrime, nessuno si senta estraneo alla sofferenza ingiusta, all’afflizione, al bisogno degli altri, ma cerchi di lottare con tutte le sue energie affinché nessuno si senta solo e abbandonato nel dolore.

Beati i miti perché erediteranno la terra.

Beati i miti, essi erediteranno la terra. Gesù sancisce con questa affermazione il fallimento di ogni violenza, di ogni cruenta rivoluzione. Non con la spada si conquista la terra promessa, non con lo spargimento di sangue si ottiene la pace, si affermano i propri diritti, ma con la mitezza, con la forza della ragione, con l’equilibrio, la generosità e la giustizia.

Assistiamo, nel nostro mondo, oggi come ieri, al ricorso terribile alla violenza, alla guerra, per appianare controversie tra Stati, tra popoli. Alla base dei conflitti ci sono sempre situazioni più o meno acclarate d’ingiustizia. La terra si fa sempre più piccola, il mondo si stringe, quello che accade oltre gli oceani è come se accadesse qui.

Siamo usciti da una logica di contrapposizione tra ideologie, tra blocchi di potere, con grande gioia ed un sospiro di sollievo abbiamo visto smantellare muri di cemento e di pensiero, per ripiombare nella stessa logica di contrapposizione, questa volta ancora più grave, Occidente e Oriente non lottano più per l’affermazione di contrapposte ideologie, ma nuovi e antichi interessi di potere si scontrano dietro il paravento di visioni del mondo, di religioni diverse. Popoli sfruttati per secoli, colonizzati, spesso affamati, cacciati dalle loro terre, hanno intinto le loro “frecce” nell’odio e l’Occidente si scopre con orrore odiato più che temuto. Ha puntato tutto sul timore per i suoi armamenti insieme all’esportazione di modelli di sviluppo e di costume estranei agli altri popoli, ha tirato la sua corda fino allo spasimo, ha tramato, affamato e ora si scopre odiato, forse avremmo dovuto pensarci prima: “Chi semina vento raccoglie tempesta”. Possiamo risolvere tutto con le alte tecnologie, e quando saranno tutti ad averle, queste tecnologie? Ci stracciamo le vesti per l’uranio arricchito dell’IRAN, perché anche questo paese vuole, come noi, avere centrali nucleari e con questa scusa forse prepara le terribili armi che noi possediamo, e quando anche gli altri Paesi vorranno l’uranoi arricchito, quando vorranno poter costrure anche loro le loro centrali? Che diritto abbiamo noi di negarglielo? E dove finirà la nostra superiorità, cosa ci garantirà una vita sicura e comoda? Verso cosa stiamo andando? Ci sarà un nuovo bagno di sangue come nel ’39, nasceranno nuovi equilibri, nuove civiltà? Il futuro ha sempre più l’aspetto di un salto nel buio, dove ci porterà?

Solo i miti, però erediteranno la terra, le guerre falliranno, come hanno fallito nel passato, gli imperi crolleranno e forse crollerà anche il nostro, ma solo i miti erediteranno la terra, le guerre distruggono, i violenti s’impossessano di ciò che gli altri non sanno difendere, ma il loro possesso sarà effimero, torneranno i conflitti, in nuovi scenari, ma di nessuno sarà la terra bagnata di sangue, nessuno potrà godersela a lungo.

La terra di cui parla Gesù non appartiene a questo scenario, perché “passa la scena di questo mondo”, essa è nuova, come i cieli nuovi, essa è proprietà perenne dei miti, nessuno la toglierà loro ed essi non la toglieranno a nessuno, ma sarà loro donata non da loro conquistata con le armi. La terra promessa d’Israele richiese guerre e stragi, e ancora oggi si bagna di sangue, la Nuova Israele è stata conquistata dal sangue dell’Agnello, una volta per tutte. È questa terra eterna che il Signore promette ai miti. In un mondo in cui la vittoria nella vita sembra destinata a chi sa alzare la voce, a chi sa comandare, schiacciando gli altri, imponendo i propri schemi, scavalcando i meriti altrui, sgomitando e facendosi strada con mille astuzie e ipocrisie, “beati i miti”, che sembrano destinati ad essere perdenti, a soccombere, invece sono i più forti. La fortezza è la virtù dei miti, dice San Tommaso (S. T., I-II, q. 69, a. 3), occorre fortezza infatti per frenare l’ira, per vincere il desiderio di vendetta, la reattività, per non vendicarsi delle offese, per non desiderare di combattere con le armi dell’odio, (anche se per motivi che sembrano più che legittimi) chi opera tanto male e distribuisce tanta miseria e sofferenza.

La mitezza renderebbe più facili tutti i nostri rapporti, si pensi nelle nostre famiglie, quanto la mitezza vincerebbe i problemi, avvicinerebbe i coniugi, i genitori con i figli, faciliterebbe i rapporti con i vicini, i colleghi di lavoro. Mitezza e insieme fermezza, perché essere miti non vuol dire tollerare il male, sarebbe un nonsenso, ma vincere il male col bene.

Si è detto che la fonte della mitezza è la fortezza, quindi questa non può essere scissa dalla fermezza, fortiter et suaviter. Essere mite non significa chiudere gli occhi di fronte all’ingiustizia, né tantomeno rinunciare a lottare contro il male, in tutte le sue forme, essere miti significa non indietreggiare di fronte alle minacce, la mitezza non è viltà, non è dabbenaggine, la mitezza nasce dalla grande fiducia nella forza della verità e dell’amore, in una parola dalla fede. “Cosa mai potrà farmi l’uomo?” Si domanda il salmista [Sal. 56(55), 12b]. Se con lo sguardo fisso nel Signore affronteremo il mondo con le sue tenebre e le sue ingiustizie, non avremo bisogno di odiare, di uccidere, di sopraffare e vinceremo in ogni modo, proprio con la mitezza.

Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati.

Non semplicemente quelli che amano, che perseguono la giustizia, che la invocano, ma quelli che ne hanno fame e sete, sono chiamati beati. Avere fame e sete è considerato il bisogno primario per eccellenza, senza acqua e senza cibo nessun essere vivente può sopravvivere. Occorre quindi sentire il desiderio di giustizia come un bisogno primario, con la stessa intensità, con lo stesso dolore. La fame morde le viscere dell’uomo, la sete secca la sua gola, brucia, spacca le labbra, senza acqua e nutrimento tutto ciò in cui vi è un soffio vitale si spegne. La fame e la sete spingono l’uomo alla ricerca spasmodica di cibo e acqua. Così deve essere desiderata la giustizia, con la stessa intensità, con la stessa sofferenza. La giustizia è una virtù e come tale è un fine, ma è nello stesso tempo un mezzo, anzi il mezzo attraverso il quale si realizza la pace, la concordia, il vero benessere, la serenità nei rapporti tra singoli come tra popoli. “Non c’è pace senza giustizia”, risuona ancora l’accorato appello del papa Giovanni Paolo II alle nazioni, ai popoli e ai singoli uomini e donne del nostro tempo, come d’ogni tempo. Non può esserci pace senza giustizia.

Ma cos’è la giustizia? Tante e valide le definizioni di giustizia: remunerativa, distributiva,  uniquique suum tribuere, dicevano i Romani, come modello di giustizia corrispondente al sentire comune. Un’equa distribuzione delle risorse, la garanzia di avere ciò che è necessario alla vita, di poter vivere nella propria terra senza esserne cacciati, senza esserne espropriati con la violenza, poter vivere secondo la propria coscienza, le proprie convinzioni, senza doversi nascondere. Giustizia è non essere discriminati, oltraggiati, perseguitati a causa di un’appartenenza etnica, religiosa, a causa del sesso, del colore della pelle, giustizia è poter parlare senza essere sopraffatti, insultati, in nome di un pensiero unico “politicamente corretto”. Giustizia è anche questo.

Ma amare la giustizia è anche chiedere a se stessi di essere giusti.

Gesù spiega molto bene, nel prosieguo del suo discorso, cosa è la giustizia per un cristiano:

“Perciò io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei cieli. Avete inteso dagli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello sarà sottoposto a giudizio…(Mt 5, 20-22)…và prima a riconciliarti col tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono…(Mt 5, 24) Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori…(Mt 5, 44). Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti (Mt 7, 12).

Di questa giustizia bisogna avere fame e sete, bisogna desiderare con tutte le forze d’essere giusti, perché solo se saremo giusti noi per primi, il mondo intorno a noi potrà cambiare. È troppo facile lottare per la giustizia politica, sociale, nel proprio paese, nel mondo, senza sforzarsi però di praticarla in casa propria, tra i propri familiari, tra i propri amici, i colleghi di lavoro, i propri sottoposti, i propri figli, gli alunni, i collaboratori. In quante situazioni della nostra vita siamo chiamati ad agire con giustizia, non negando l’aiuto, non sfruttando gli altri, non inseguendo il nostro egoismo!

Quanto siamo veramente affamati e assetati di giustizia?

Quanto siamo disporsi a rischiare per amore della giustizia?

Amare la giustizia è amare la verità, perché non può esserci giustizia nella menzogna.

Troppe volte i popoli sono stati ingannati, si è fatto credere loro di dover lottare, soffrire per il bene comune, invece si aveva di mira il tornaconto di pochi. Milioni di persone hanno pagato con la fame, la guerra, le sofferenze e la morte le smanie di potere di pochi. Troppe volte la storia è stata storia d’ingiustizia e di menzogna e gli ultimi eventi lo testimoniano in modo evidente. Si fa credere ai giovani che il loro sacrificio rende gloria a Dio, che servirà a riportare la giustizia nel mondo, ma si perseguono in realtà biechi fini di potere personale.

“Nulla di nuovo sotto il sole”, recita l’Ecclesiaste, ma quando verrà il Signore a portare la giustizia sulla terra? Maranatà!

Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia

Cos’è la misericordia? Chi sono i misericordiosi? Nel discorso che il Signore ci fa, tutti siamo bisognosi di misericordia, senza di essa nessuno di noi potrebbe salvarsi. Per la sua infinita misericordia Dio non abbandonò Adamo ribelle, ma diede a lui e alla sua compagna “tuniche di pelli” (Gen 3, 21), non troncò il suo rapporto con l’umanità, stipulò un’alleanza con Noè, con Abramo dopo di lui, con la sua discendenza e, attraverso di essa, con tutti i popoli della terra. Per la sua infinita misericordia Dio Padre donò all’umanità suo Figlio, l’Unigenito, perché la riscattasse dal potere di Satana, con il suo sacrificio, perché sulla croce vincesse la morte, conseguenza del peccato. Per la sua infinita misericordia Dio Padre mandò lo Spirito Santo affinché si aprisse la mente dell’uomo e questi fosse in grado di comprendere i misteri rivelati dal Figlio. Per la sua infinita misericordia Dio lasciò alla sua Chiesa, come strumenti di salvezza, i Sacramenti, i Vangeli, gli scritti dei Padri, l’esempio dei Santi. Per la sua infinita misericordia Dio Padre ci dona l’adozione a figli, nel Figlio. Cosa abbiamo fatto noi per meritare un amore così grande? Abbiamo tradito, con Adamo, la sua amicizia, preferito dar credito alle parole del nemico, piuttosto che alle grandi dimostrazioni d’amore del Creatore, abbiamo ucciso, con Caino, mille volte il nostro fratello, se non con i fatti con le parole, ché la parola ferisce più della spada, abbiamo mentito, rubato, sfruttato il prossimo, insultato, ingannato, siamo stati indifferenti a guardare mentre le più atroci ingiustizie venivano perpetrate. Questo abbiamo fatto, per meritare un tanto grande amore!

Alla fine, abbiamo cancellato Dio stesso dall’orizzonte della nostra esistenza, siamo diventati dio a noi stessi, misura e regola di tutte le cose.

Abbiamo bisogno della misericordia di Dio per vivere, per non essere schiacciati sotto il peso del nostro ego smisurato, per non piombare in un disperato senso di insoddisfazione, nel cupio dissolvi dei nostri tempi, dove droghe, alcool, sesso sfrenato cercano di colmare il vuoto generato dall’avere ucciso Dio dentro di noi.

Abbiamo un disperato bisogno della sua misericordia, molto prima che della misericordia degli altri uomini. Finché si è giovani, pieni di salute e di vitalità, sazi, ben nutriti e ben vestiti, pieni di oggetti lussuosi, pieni di speranze per il proprio futuro, non si sente certo bisogno della misericordia, non si ha bisogno degli altri, ma si ride della compassione, si pensa con orrore al bisogno di compassione, ma poi arriva la sera della vita, arrivano prima o poi il dolore, la sofferenza, la morte. Che ne è di quel giovane dio, misura di tutte le cose? Come il giovane Gilgamesh non può salvare il suo amico Enchidu dalla morte, l’umanità dalla vecchiaia e dalla sofferenza, così noi, ancora oggi, con i nostri grandi progressi, alla fine dobbiamo constatare che la vittoria, nella vita, è sempre della morte. Che ne è della nostra baldanza? Della nostra autosufficienza? L’uomo “viene la sera e come l’erba dissecca”[1], oggi come allora, come domani. Se aboliamo dal nostro orizzonte la misericordia di Dio, la speranza, la fiducia che la morte non è l’ultima parola sulla vita dell’uomo, ma che è solo un passaggio ad una realtà più piena, cosa resta di noi? Solo disperazione!

Abbiamo tutti bisogno di misericordia, abbiamo bisogno che questa misericordia di Dio ci sia annunciata anche dalla misericordia dei nostri fratelli, abbiamo bisogno che Dio ci renda capaci di misericordia.

Molto è stato perdonato a tutti noi, se non faremo lo stesso come potremo pensare di perseverare nella misericordia di Dio? Molto è stato donato a tutti noi, se saremo egoisti e chiuderemo il nostro cuore agli altri come potremo pensare di essere accolti nel Regno dei cieli, nella casa del Padre? I misericordiosi troveranno misericordia, impariamo da Colui che ci ha amati per primo, riconosciamo che il nostro stesso esistere è frutto di un gesto di misericordia e che solo disponendoci ad essere a nostra volta misericordiosi potremo avere la vita eterna e il centuplo quaggiù.

Il centuplo quaggiù, perché troveremo fratelli là dove pensavamo di essere soli, i sorrisi ricevuti durante la nostra vita ci scalderanno nella vecchiaia, non resterà solo chi è amabile, chi è generoso, chi lascia un esempio di bontà e abnegazione, perché porta sempre con sé i volti delle persone amate, nel suo cuore il calore del bene fatto e se anche fosse solo fisicamente, nell’apparenza di questo mondo, scenderebbero gli angeli vicino a lui per fargli compagnia.

Beati i puri di cuore perché vedranno Dio.

“Crea in me, o Dio, un cuore puro,

rinnova in me uno spirito saldo”

Nel salmo 51 (50), denominato proprio Miserere dalle prime parole della versione latina: Miserere me, Domine, secundum misericordiam tuam, il re Davide riconosce il suo peccato e supplica il perdono dal Signore.

Solo Dio può donare a Davide un cuore puro, rendergli uno spirito saldo. L’entusiasmo e la semplicità del rapporto con Dio, propri della sua giovinezza, che lo avevano portato a prevalere sul mostruoso nemico Golia, erano perduti, il potere, la lotta per conquistarlo e quella per conservarlo lo avevano allontanato dalla Fonte d’ogni bene e lo avevano condotto per le vie solitarie dell’autosufficienza, a considerarsi Rex legibus solutus, capace di disporre della vita dei suoi sudditi per il proprio piacere, fino all’adulterio e all’omicidio.

Ma Dio può rendere a Davide un cuore puro, il cuore che egli non è riuscito a conservare, far sì che l’esperienza di Davide possa essere d’insegnamento per gli altri. “Insegnerò agli erranti le Tue vie” continua il salmo, la sua esperienza sarà di speranza per noi, se Dio ha restituito a lui un cuore puro, non lo negherà a noi.

Come Davide, tutti noi sperimentiamo l’infrangersi degli entusiasmi, della fresca generosità della giovinezza, contro la durezza della realtà della vita, contro le tentazioni del potere, della ricchezza, o anche solo contro la noia della rutine, contro il peso dell’esistenza quotidiana, contro la difficoltà delle relazioni con il prossimo, dalla famiglia ai rapporti di lavoro. Sperimentiamo la nostra incoerenza, l’inadeguatezza, l’incapacità d’essere generosi, di amare gli altri, di donarci, la prevalenza in noi dell’egoismo, della paura del futuro che ci porta ad attaccarci alle piccole, meschine certezze del presente. In questo panorama deludente, in cui stentiamo a riconoscere la bellezza dei pensieri della nostra prima esperienza di fede, della nostra prima conversione, del nostro primo incontro con la Parola di salvezza, Dio interviene ridonando a noi, laceri e doloranti, noi che con le vesti stracciate, affamati, dopo il lungo peregrinare lontano, come il figliolo della parabola, ancora una volta un cuore puro.

Chi, altrimenti, potrebbe dire di avere un cuore puro? Chi potrebbe ritenersi immune dal peccato, dai pensieri cattivi, da parole rabbiose, da azioni di cui vergognarsi?

“Vedranno Dio”, l’uso del futuro ci fa pensare ad una visione nell’aldilà, quando sarà stracciato il velo di questa esistenza e “contempleremo Dio faccia a faccia” come scrive San Paolo, ma si può concepire una visione di Dio in questa vita, in questa esperienza terrena? Posto che nel Paradiso è a noi promessa la visione di Dio, “il già” di questa speranza è concepibile?

Gregorio di Nissa scrive, nel commentare le Beatitudini (Mt 5), che la natura di Dio è inaccessibile all’uomo, la sua essenza supera ogni comprensione, non è possibile quindi per l’uomo avere una visione di Dio[2] e questo è confermato dalla Sacra Scrittura, Mosè vedrà solo le spalle di Dio, così Elia, sentirà la presenza di Dio nella brezza sottile, ma non vedrà il suo volto.

Per Gregorio l’uomo può conoscere Dio solo attraverso le Sue energie, le energie divine increate, di cui parla la Teologia Orientale, l’essenza rimane inconoscibile, ma le energie sono accessibili al mistico e lo sono già in questa vita. Qualcuno parlerà di luce taborica increata, visibile al mistico attraverso gli occhi dell’anima, ma anche attraverso gli occhi della carne.

Quanti sono gli uomini che hanno visto questa luce durante la loro esistenza terrena? Noi dobbiamo accontentarci di vedere Dio nella bellezza del creato, negli occhi puri di un fanciullo, in un gesto d’amore e di pietà, in chi soffre, nei malati, nei vecchi, nei molti poveri di diverse povertà, che ci circondano, nelle lacrime di questa umanità; vedere Cristo sofferente e solo, sulla croce del mondo. Invece di alzare chilometri di muri per contenere la spinta della disperazione, dobbiamo aprire finestre sul mondo, sul bisogno di tanti e sulla solitudine dei nostri più vicini fratelli. Perché nel mondo c’è fame e miseria, in alcune zone, ma c’è fame d’amore e miseria d’attenzione anche qui vicino a noi. Nella nostra stessa casa, c’è una persona che chiede solo un po’ del nostro tempo, della nostra attenzione, del nostro affetto. Può essere importante anche solo una parola gentile, una telefonata, fatta soltanto per chiedere come stai? per dire:  ho pensato a te, la tua vita è importante per me, tu sei importante per me.

Noi dobbiamo veder Dio nel prossimo e così vedremo Dio faccia a faccia e vedremo in Lui asciugata ogni lacrima di questa umanità sbandata, dolente, disperata, perché ha scelto una via sbagliata, che dal Paradiso terrestre l’ha portata nell’agone di questo mondo e stenta a vedere la luce, anche se questa splende nelle tenebre.

“Le tenebre non l’hanno accolta”, grida Giovanni nel prologo del suo Vangelo, e tanti sono rimasti nell’oscurità, ma questo non vuol dire che la luce non sia venuta nel mondo e che non sia lì, ben visibile, sul monte più elevato e non certo nascosta sotto il moggio.

Un cuore puro è un cuore che ama senza secondi fini, che non inganna, che non simula, che non crede di essere ciò che non è, ma sa che tutto riceve dall’alto, anche e soprattutto la sua purezza, la sua sincerità, la sua capacità di amare.

I puri di cuore sono poveri di spirito, miti, misericordiosi, hanno fame e sete di giustizia, ognuna delle beatitudini esiste se ci sono anche le altre, ogni virtù in esse richiamata richiede le altre e tutte sono dono di Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

“Gli operatori di pace saranno chiamati figli di Dio”; Gesù parte dalla promessa del Regno dei Cieli, del possesso della terra per giungere attraverso la visione di Dio, fino all’adozione a figli di Dio. Non solo quindi, nel Regno dei Cieli, si vedrà Dio, si contemplerà la radice d’ogni essere, d’ogni felicità, la fonte d’ogni amore, ma si sarà chiamati, quindi considerati, figli di Dio, nella posizione di privilegio, di condivisione della gioia divina, che spetta ai figli, non ai sudditi, non ai servi.

Ed è agli operatori di pace che viene promesso dal Signore il titolo di figli di Dio. Chi sono quindi gli operatori di pace? Si può essere operatori di pace ed essere pieni di sé? Si può costruire una pace vera senza partire da un cuore puro? Ha possibilità di esistere la pace senza la giustizia? E la giustizia senza la misericordia?

Non è pensabile quindi questa beatitudine senza le altre, non si può accedere alla pace, né operare per essa, senza il dono della misericordia, del perdono.

Il perdono apre la porta alla pace. Se si conserva rancore per i torti subiti o anche, a volte solo immaginati, se si rimugina sulle offese, vere o presunte, se si conserva nel cuore il desiderio di vendetta, di ottenere soddisfazione, si coltiva il proprio orgoglio, non la pace. Certo perdonare chi ci ha ucciso un figlio, chi ha torturato, imprigionato, mutilato i nostri cari, non è facile. Se usciamo dalla sfera del nostro privato occidentale, benestante e alziamo lo sguardo al resto del mondo, ai popoli oppressi, sfruttati, alle mille ingiustizie, alla fame, alle terre espropriate, alle bombe che dilaniano uomini, donne, bambini, ragazzi in fila per un pezzo di pane, ci rendiamo conto di quanto sia impegnativo quest’invito: perdonare, essere operatori di pace, non pensare a vendicarsi, a vendicare i propri figli morti di fame, o strappati dalla guerra, dalle aggressioni, dai mercanti di schiavi, dai mercanti di morte. Eppure: “beati gli operatori di pace”. E’ un grido che risuona nei secoli, secoli di guerre, di violenze, di miseria, secoli d’ingiustizie che sembrano gridare vendetta. “Beati gli operatori di pace”. Com’è sempre contro corrente, impegnativo il messaggio di Gesù. 

Se nella nostra tranquilla vita, nelle città indaffarate, nelle case riscaldate, con tutti i conforti della tecnologia, fatichiamo tanto a perdonare un’offesa, una parola di troppo, uno sgarbo, un tradimento, pensiamo quanto è difficile, in un mondo che brucia, perdonare la violenza, l’ingiustizia, il sopruso, eppure è questo che Gesù chiede. Ma chi si fa operatore di pace, sarà chiamato figlio di Dio. Più difficile è il cammino, più grandioso è il premio, più faticoso è accettare di forzare l’istinto, più dura è la lotta contro sé stessi e più grande è l’onore che Gesù riserva a chi lotta.

Dei violenti è il Regno dei Cieli (Mt 11, 12), chi fa violenza ai suoi istinti, alla sua ira, al suo desiderio di vendetta, questi sarà chiamato Figlio di Dio, sarà capace di pace, di lavorare per la pace.

Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli.

Il cerchio delle beatitudini si chiude, con la promessa del Regno dei Cieli si era aperto e con la stessa promessa si conclude. I poveri in spirito e i perseguitati per la giustizia entreranno nel Regno. Quasi in un abbraccio, il Signore circonda, con la forza delle parole, i suoi veri discepoli. “Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21). Così il Signore vuole i suoi discepoli, in ogni tempo, ad ogni latitudine, in ogni situazione. E il risultato dell’essere così, su questa terra è la persecuzione, perché questi atteggiamenti, così lontani dal senso comune, dalla comune visione delle cose, sono di giudizio per il mondo.

Il mondo vive nelle tenebre dell’orgoglio, della presunzione, della superbia, della prepotenza, come ciechi gli uomini cercano la felicità a tentoni, nelle cose sbagliate e trovano forse momenti di soddisfazione, ma un intenso senso di solitudine, di amarezza. La ricchezza, la bellezza a tutti i costi, il potere generano fantasmi, paura, diffidenza, tolgono la gioia della semplicità. L’uomo che cova i suoi rancori, che soggioga gli altri, che dispone della loro esistenza, che mortifica i suoi simili, è un uomo morto dentro, è un morto che cammina, sembra parlare, ridere, godersi la vita, ma nel suo cuore è disperato molto più delle persone a cui fa del male e si stordisce con la sua stessa violenza, per non sentire le grida di disperazione del suo cuore. L’inferno è già in lui, e qualunque sforzo faccia per soffocarlo, brucia dentro e porta altro odio e altra violenza. La vista della serenità di chi è nelle beatitudini, di chi ha perdonato, di chi non cerca il suo interesse, di chi si affida alla paterna mano del Signore, rende più grande la sua disperazione e di qui nasce l’odio, il desiderio di far scomparire la causa dell’evidenziarsi della propria miseria. Questa è la vera radice della persecuzione, dello scatenarsi della violenza, di molti diversi tipi, sui discepoli del Signore e su Gesù stesso.

Beati voi quando v’insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

Con queste parole Gesù sintetizza il destino dei suoi seguaci. La religione cristiana è attualmente la più perseguitata nel mondo. Moltissimi sono i cristiani uccisi, torturati, imprigionati nel mondo ogni anno, per il solo fatto di essere cristiani e nessuno se ne cura, non fanno neppure notizia, i giornali non ne parlano, se non raramente. Pensiamo al Sudan, a Timor Est, al Vietnam, all’Indocina, al Pachistan, dove basta la calunnia di un vicino di casa per essere processati, sommariamente, per aver parlato male del Profeta ed essere giustiziati. Non è facile essere cristiani neppure nel mondo occidentale, là dove chi afferma i suoi principi con decisione e coraggio è insultato, messo alla berlina dai media, accusato di integrismo, di fondamentalismo, quasi che affermare un principio etico sia da considerarsi un reato, in un mondo senza valori, il cui unico bene è il proprio tornaconto.

I cristiani hanno resistito, attraverso i secoli a tante persecuzioni, a tante calunnie, a tanti attacchi, resisteremo ancora e non ci stancheremo di affermare che noi siamo di Cristo e Cristo è di Dio, senza paura, senza vergogna, senza timidezza, perché altrimenti tradiremmo noi stessi. Il Signore saprà renderci poveri in spirito, misericordiosi, puri di cuore, afflitti per i mali del mondo, affamati e assetati di giustizia, operatori di pace, della persecuzione del mondo non ci curiamo, perché Lui ci darà la forza di sopportarla. Noi abbiamo fede in Lui.

Roberta Simini


[1] Gb 14, 1-2; Is 40, 6-7; Sal 90 (89), 6.

[2] GREGORIO DI NISSA, Commento al Nuovo Testamento, a cura di Anna Penati Bernardini, ed. Colletti, Roma 1992, pp. 103-106.

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