Cosa è rimasto di umano nel calcio del 2026?
Perché, perché la domenica mi lasci sempre sola per andare a vedere la partita… C’era una volta il calcio, quello pulito, quello genuino, quello dove la domenica gli uomini di casa si alzavano presto da tavola per correre allo stadio e prendere posto sugli spalti. Alla radio dominava “Tutto il calcio minuto per minuto” ed era un tam tam di collegamenti da una parte all’altra dell’Italia per i gol in diretta con le voci di Enrico Ameri, Sandro Ciotti, Alfredo Provenzali… Il calcio era un rito che si celebrava contemporaneamente su tutti i campi la domenica e con poche regole, chiare. Era il tempo nel quale i calciatori indossavano solo i colori della propria squadra e sulla maglia non avevano che un numero, né nome, né sponsor. Sugli spalti ai tifosi non era impedito di esprimersi liberamente, anche con turpiloqui e senza che ciò costituisse un problema o un dramma sul quale impegnare interminabili processi mediatici improntati ad uno stucchevole bigottismo del politicamente corretto.
Progressivamente in questi luoghi di svago, di divertimento, di libertà è entrato il mercato a dettare le regole del profitto e con esso la sempre più soffocante tecnologia a disumanizzare quell’attività più libera e naturale che è lo sport. Il business sopra tutto, quello stesso che ha sempre braccato i grandi numeri, ha assediato i campi sportivi, le squadre, i giocatori ed anche i tifosi.
È un declino che viene da lontano e che l’edizione americana dei mondiali ha manifestato in tutta la sua drammatica feroce bramosia. Il VAR (Video Assistant Refree), ultima trovata del giustizialismo sportivo voluto per estirpare la fallace umanità dell’arbitro ora interviene anche per valutare le espulsioni da doppia ammonizione, o quando l’arbitro assegna erroneamente un corner o un rinvio dal fondo, interrompe il gioco e sanziona spinte e scorrettezze in area di rigore, come pure correggere l’ammonizione comminata al giocatore sbagliato. Ci sarebbe da chiedersi, ma lo faremo certamente in altra sede, se l’utilizzo di questi sistemi perfetti alla fine ci educhi tutti ad essere ancora più intransigenti ed intolleranti verso l’uomo, le sue imperfezioni, la sua fallacità.
…e non finisce qui. Per garantire un tempo effettivo sono stati introdotti timer con sanzioni inedite: 5 secondi per rimesse e rinvii, 10 secondi per le sostituzioni. Se un giocatore richiede assistenza medica per un fallo che non ha causato un cartellino, deve rimanere fuori dal terreno di gioco per un minuto intero, impedendo le ben note simulazioni.
Vogliamo parlare poi della gestione tecnologica del campo? Per evitare attese estenuanti o la prosecuzione di azioni inutili, una nuova intelligenza artificiale integrata al sistema di tracciamento ottico avvisa istantaneamente l’assistente via audio non appena un attaccante supera di 10 cm la linea di fuori gioco, il tutto mentre i tablet degli staff tecnici ricevono in tempo reale montagne di dati fisici e predittivi sui calciatori per prevenire infortuni.
Anche il comportamento dei giocatori in campo non è rimasto indenne dal vento dell’innovazione. Da quando la tecnologia ha permesso di decodificare il labiale dei giocatori, è diventata consuetudine per tanti il coprire la bocca quando si parla. Di recente l’abbiamo visto fare anche ai politici in taluni consessi. La FIFA ha dichiarato guerra a questa condotta dichiarandola antisportiva e dunque è fatto divieto di coprirsi la bocca pena l’espulsione diretta di quel giocatore che si copra volontariamente la faccia o la bocca quando si rivolge a un avversario o all’arbitro in modo, diciamo così, non amichevole.
Tutte queste novità sono state testate durante la recente Coppa del Mondo, sono state già recepite ufficialmente dalle federazioni nazionali e sono operative per i campionati ma, anche questo, non è tutto. Da che mondo e mondo, le partite di calcio si sono sempre giocate in due tempi da 45 minuti ciascuno e con un intervallo di 15 minuti. Ebbene, complice la calura estiva che incentiva la sete di denaro, si è inventata la pausa per rinfrescarsi. Questa pausa non viene concessa a discrezione dell’arbitro o delle squadre, ma scatta in automatico in base a criteri “scientifici” calcolando l’indice WBGT (Wet Bulb Globe Temperature), che misura non solo la temperatura dell’aria, ma anche l’umidità, il vento e il livello di irraggiamento solare. Dunque, se l’indice supera la soglia critica dei 32°C, la pausa diventa obbligatoria. La pausa si svolge in due momenti precisi: intorno al 30° minuto del primo tempo e al 75° minuto del secondo tempo. Ciascuna pausa dura esattamente 3 minuti giusto il tempo per qualche spot pubblicitario milionario.
Il futuro di questa pausa è ancora tutto da decidere ma stando all’entusiasmo conseguente al miliardo di dollari incassato per la pubblicità andata in onda durante le due pause, è molto probabile che diventi, anche questa, una regola salvo che non si trovino le giuste motivazioni per opporsi finalmente alla logica del profitto.
Ah, com’era quello slogan utilizzato da taluni in altre circostanze? Ah, sì… restiamo umani! Ma che battaglia!
Paolo Scagliarini