Sarteano, il silenzio toscano che incantò Malaparte
C’è un paese che amo -perdonate l’inelegante prima persona- con naturalezza, come si ama qualcosa che sembra parte di sé da sempre. Si chiama Sarteano, è in provincia di Siena, al margine meridionale della Toscana, tra la Val d’Orcia e la Val di Chiana, in una posizione che pare già scelta da un pittore rinascimentale. Uno di quei posti in cui le colline sembrano cingere il borgo, dove la notte il silenzio è già un pensiero in cui potersi incamminare.
Ci andavo d’estate, al Camping Le Piscine, un piccolo mondo a parte: l’acqua azzurra termale, gelida; il profumo dei pini e dell’erba bagnata; le voci che si confondevano dalle piscine, dalle piazzole, da un qualsiasi spazio di libertà. I giorni erano pieni e vuoti allo stesso tempo, come sanno esserlo solo quelli che non devi riempire di nulla che non sia il caso o, al massimo, le scelte di quella stessa tua giovane, sovrana libertà. La mattina era bellissimo incontrare i campeggiatori in paese, per la spesa: la piazza, la stessa di sempre; il bar; le sedie di plastica; la gente che si saluta come in un film di cui si ignora ancora la trama. Il cinema, toh. Allora non lo sapevo ancora ma quel paragone col cinema non sarebbe poi stato così casuale.
Molti anni dopo scoprii, infatti, che il grande scrittore Curzio Malaparte, nel 1951, aveva girato qui, proprio a Sarteano, il suo unico film: “Il Cristo proibito”. Una notizia, anzi una vera rivelazione per me. Il paese dove avevo passato le estati della leggerezza era stato, per un’altra generazione, il teatro di una storia di colpa, silenzio e redenzione. Scoprire che Malaparte, l’irregolare per eccellenza della nostra letteratura e cultura del primo Novecento, aveva scelto proprio Sarteano come una delle location del film fu come trovare un doppio riflesso: la mia nostalgia semplice e complessa -a tratti ancora oggi ai limiti dello stucchevole- per quei luoghi e la sua nota inquietudine legate dallo stesso paesaggio! Non potevo crederci.
“Il Cristo proibito” racconta la vicenda di Bruno, un reduce dalla campagna di Russia che torna al suo paese in cerca del traditore responsabile della morte del fratello. È un film sulla guerra ma ancora di più sul ritorno: quel momento in cui si scopre che niente è come prima, nemmeno noi (che poi è spesso quel che si prova tornando anche nei luoghi dove sei stato felice, ma questo è un altro discorso ancora).
Il paese del film —che Malaparte volle volutamente anonimo, “un paese toscano qualsiasi”— è in realtà composto da diversi borghi reali: Sarteano, Montepulciano, spazi vari di Val d’Orcia. Gli esterni principali furono girati proprio qui, tra la piazza centrale e alcune abitazioni del borgo, come confermano oggi fonti cinematografiche e testimonianze locali. Non tutto è stato documentato con la precisione di un archivio ma basta guardare certe inquadrature per riconoscere diversi dettagli di Sarteano.
La piazza del film è la stessa dove prendevo il gelato da bambino. In quelle pietre c’è la scena del ritorno, quando Bruno arriva e il paese lo accoglie con un silenzio denso di colpa. In quel sole e in quelle ombre ho giocato, ho riso, ho vissuto la mia spensieratezza. I fatti sono diversi tra la mia vita e la storia del film, gli strati pure, la ‘pellicola’ chissà.
Come scriveva Bruce Chatwin, “ogni viaggio nasce da una nostalgia che non si sa spiegare”. Forse la mia nostalgia, a Sarteano, era ed è proprio questo: un ritorno consapevole del suo mistero in un luogo dove sei semplicemente chiudendo gli occhi o odorando qualcosa.
Sarteano è un paese che si presta naturalmente al racconto. Il castello, arroccato in cima, guarda la valle come un vecchio saggio. Dalla sua sommità lo sguardo abbraccia un paesaggio che sembra non finire mai: il profilo del monte Cetona e del celebre Amiata, la linea dei cipressi, la geometria dei campi. Poi c’è la collegiata di San Martino, con le sue proporzioni misurate, il Museo Civico archeologico, dove le testimonianze etrusche parlano di una vita antichissima. E ancora la ormai famosa e citatissima Tomba della Quadriga Infernale, scoperta negli anni Ottanta: una meraviglia che racconta la profondità temporale e sedimentata di queste terre. Tutto qui vive di equilibrio: il sacro e il quotidiano, la pietra e la luce, la memoria e il presente.
Malaparte, che cercava nel cinema la stessa verità che non trovava più nella parola scritta, trovò in Sarteano e nei paesi intorno il tono giusto per la sua parabola morale. Non la bellezza cartolina della Toscana ma una bellezza severa, antica, essenziale. Il suo sguardo non cercava il paesaggio ma l’anima del paesaggio. E Sarteano, con i suoi silenzi, la sua dignità discreta, gli offrì proprio questo.
Ricordo le estati al Camping Le Piscine. Ci arrivavo per la leggerezza, poi trovo un film dove autore e personaggio protagonista arrivano per la memoria. Scriveva Tiziano Terzani: “Ogni posto è un luogo di passaggio, ma alcuni ci attraversano più a fondo”. E Sarteano, per me, è esattamente questo: un luogo che ti attraversa.
Oggi, quando torno a Sarteano, sento che quel legame è diventato parte della mia storia. Cammino per la piazza, passo davanti alle case di pietra e mi sembra di riconoscere i luoghi di una scena che non ho mai visto girare ma che conosco intimamente. Ogni angolo, ogni scorcio, sembra avere una voce. Ci sono luoghi che scegliamo e altri che ci scelgono. Sarteano ha scelto da tempo chi la ama. Ed io la sento: dietro una luce forte del pomeriggio, in un vicolo silenzioso, tra le voci dell’acqua. Sento, vale a dire, quella pace che vissi e che ora ho, almeno, bisogno di raccontare. Ma Malaparte mi ha aperto un nuovo mondo in uno spazio che, se cerca il viaggio, pure resta interiore.
Marino Pagano