Elogio sconveniente del pesante
Che abbia ragione Jean Cau (1925 – 1993) quando scrive che «l’uomo ha commesso un peccato imperdonabile il giorno in cui è sceso da cavallo»?
Questa battuta un po’ paradossale si trova in Elogio sconveniente del pesante, un breve pamphlet di non più di quaranta pagine che fa tutt’uno con un altro magnifico testo, Il popolo, la decadenza, gli dèi (che personalmente ritengo il suo capolavoro) pubblicato postumo nel 1993 con una prefazione di Alain de Benoist e successivamente tradotto in italiano nel 1996 per le Edizioni Settecolori.
Saggista e scrittore francese tra i più brillanti del dopoguerra, premio Goncourt nel 1961 per il romanzo La pietà di Dio, già segretario di Jean Paul Sartre dal 1947 al 1953, passato poco dopo nell’area della Nouvelle Droite, Jean Cau è innanzitutto un maestro di stile: leggero, arguto, efficace, brioso come una coppa di champagne.
Il titolo del pamphlet può sorprendere chi non ha mai letto i suoi testi. Il fatto è che ci sono due tipi di leggerezza, come ci sono due tipi di pesantezza. C’è la leggerezza della danza e la pesantezza dello spirito, ma c’è anche la leggerezza intesa come frivolezza e la pesantezza intesa come durata, solidità, radici. È in questa seconda accezione che Jean Cau usa il termine pesantezza.
Elogio sconveniente del pesante è una accorata riflessione sul consumismo che domina le nostre vite e su quel filo rosso che lega l’atto dell’usare e gettare al pensare e al sentire: «Chi getta un rasoio Bic senza rimpianti, un giorno getterà a sangue freddo l’auto e presto il padre e la madre. Infine i figli. La patria». E poco più oltre spiega: «Ah! Ma si è mai riflettuto che cosa nasconda l’atto del gettare? Nasconde il disprezzo. E se ti getto, rasoio, non è perché sei vecchio, ma, mettitelo bene in testa, perché non vali più niente (…) Oramai tutto fluttua: amore, amicizia, dovere, Crickett, rasoi, piume, politica e presto inventeremo sacchetti della spazzatura dove, leggeri, getteremo idee e cuori».
Poi Jean Cau si rivolge alle future generazioni: «ragazzi del 2000, che cosa diventerete senza le vecchie fedeltà? Capite, io me la cavo perché ho un passato e ricordi preistorici, ma voi, poveri esseri, leggeri e senza una memoria che pesi sul cuore?». Sono parole amare, ma sorprendentemente attuali.
Nella prefazione Alain de Benoist così riassume il significato di questo piccolo saggio: «Cau reagisce contro le ossessioni del tempo. L’ossessione della prestazione brillante, del più rapido, del più pratico. Contro il desiderio di correre sempre di più per non andare da nessuna parte. Contro la perdita di memoria di un mondo che, consumando tutto, consuma se stesso e non sa più cos’è».
Ci domandiamo a questo punto: c’è ancora una speranza? Una traccia da seguire? Oppure, come dice alla fine Cau con malcelata ironia, dobbiamo passare a riflessioni più serie? Forse tutto ciò che si può fare è acquisire consapevolezza, non alzare bandiera bianca, denunciare un mondo in decadenza e magari ritrovare dentro di sé quel sentire della “prima volta”, come quando si guarda «in autobus, la luce di un volto, a volte brutto, di un uomo o di una donna. Oppure volti di bambini perché c’è sui loro tratti una nascita che non finisce mai».
Sandro Marano