Gaetano Marabello
Il 20 novembre 2020 se ne andava un amico, Gaetano Marabello. Fu giornalista, divulgatore e traduttore di libri di cultura anticonformista, tutti corredati di note esplicative e debitamente introdotti. Innanzitutto, i testi dello storico francese Dominique Venner (che peraltro con Marabello aveva una certa somiglianza fisica): “Cuore ribelle” (Controcorrente, 2019), “Ernst Junger” (L’Arco e la Corte, 2019) e “Storia e tradizione degli europei” (L’Arco e la Corte, 2019). Da ultimo “Il generale Lee” (L’arco e la Corte, 2020) di Blanche Lee Childe. Gaetano Marabello era appassionato di storia, in particolare del periodo a cavallo dell’unificazione d’Italia tra il 1860 e il 1865, cui dedicò libri stimolanti come “Briganti e pellirosse” (Capone, 2011) e vere e proprie scoperte storiografiche come “La legge Pica (1863-1865)” (Controcorrente, 2014) e “Verità e menzogne sul brigantaggio” (Controcorrente, 2018). A questi va aggiunto “Don Liborio Romano e la congiura del frate” (Controcorrente, 2021) uscito postumo per volontà della moglie, signora Chiara. Marabello intendeva la ricerca storica come una sorta di giallo poliziesco: alla maniera di Sherlock Holmes risaliva di deduzione in deduzione, di indizio in indizio, di prova in prova, alla verità storica ribaltando spesso luoghi comuni e grossolane falsificazioni.
Vogliamo ricordarlo con la recensione d’un suo libro uscita su Barbadillo qualche giorno prima che ci lasciasse e che non poté leggere.
In un periodo storico in cui masse incolte, in malafede o in preda ad un furore ideologico senza pari, abbattono e imbrattano statue, monumenti e simboli del passato è più che mai utile leggere una breve biografia della baronessa Blanche Lee Childe dedicata al generale confederato Edward Robert Lee, che fu una delle figure più luminose ed umane della guerra di successione americana (1861-1865).
Tradotto per la prima volta in italiano dall’originale francese da Gaetano Marabello, storico di razza e divulgatore, con note esplicative ed un accurato saggio introduttivo, Il Generale Lee (L’Arco e la Corte) apparve dapprima in cinque puntate nel corso del 1873 sulla prestigiosa Revue des Deux Mondes e successivamente nel 1874 in un volume stampato dalla Libraire Hachette et Cie, a dimostrazione del rilievo assunto dalla baronessa negli ambienti letterari parigini.
L’interesse per la figura del generale Lee le derivò probabilmente dal fatto che aveva sposato nel 1868 Edward Lee Chile, un nipote del generale confederato. Tra l’altro, come ci informa Marabello nella sua introduzione, sempre nel 1874 vide la luce, presso la medesima casa editrice, una biografia scritta dal consorte della baronessa col titolo Le général Lee: sa vie et ses campagnes di quasi quattrocento pagine, assai più corposa rispetto a quello di Blanche Lee Childe, che contava all’incirca cento pagine.
Stilisticamente e letterariamente il testo di Blanche Lee Childe è assai gradevole, scorrevole, efficace, e tratteggia il carattere e la vita di Lee a tutto tondo, soffermandosi con rapide pennellate sulle sue qualità personali, sulla sua generosità, sulla sua umanità, sulla sua religiosità e sulle sue qualità militari. Il generale apparteneva a quella aristocrazia della Virginia «in parte costituita da membri di famiglie patrizie emigrate dall’Inghilterra», «che aveva conservato le tradizioni, i costumi, le abitudini e i gusti della vecchia Europa». «L’insaziabile attività industriale degli Stati del Nord – chiosa Blanche Lee Childe – non era affatto penetrata in quelle belle regioni boscose e montagnose».
La semplicità di costumi, le maniere cortesi e «un poco lente dei tempi passati», il senso dell’onore, il rispetto della donna, un profondo senso religioso, distinguevano gli abitanti della Virginia, come può evincersi d’altronde dal romanzo Via col vento (1936) di Margaret Mitchell da cui fu tratto l’omonimo e magnifico film.
Ma accanto alla figura del generale Lee, nelle pagine della Lee Childe, rifulge l’eroismo dei suoi uomini che lo seguirono fino allo stremo delle forze. Lee condivideva il pasto frugale dei suoi soldati, dormiva all’addiaccio come loro, non indietreggiava di fronte ai rischi e conservava sempre un atteggiamento di trascendentale fiducia di fronte alle avversità, di fermezza e di serenità che sapeva infondere nei suoi uomini. A differenza delle truppe nordiste che spesso infierivano sulle popolazioni del sud e ne devastavano e saccheggiavano i territori, Lee imponeva alle sue truppe della Virginia il rispetto delle proprietà e delle popolazioni. E questo, malgrado la fame e gli stenti, malgrado gli stracci di cui erano vestiti nell’ultima fase del conflitto al punto da definirsi essi stessi, con un gioco di parole ispirato al romanzo di Victor Hugo: Lee’s Miserables.
Amato dai suoi uomini, stimato e rispettato dai nemici, Lee non ha nulla dello “spregevole razzista”, accusa gratuita di chi pretende di riscrivere la storia a suo modo. Marabello, sulla scorta di una dettagliata documentazione, osserva: «In realtà, le degenerazioni comportamentali verso chi aveva la pelle di altro colore erano appannaggio dei paesi industriali, che facevano una farisaica morale agli altri. […] gli abitanti degli Stati secessionisti non si spingevano a disprezzare, al contrario dei colonizzatori del West, i Nativi americani, dei quali non disdegnarono l’alleanza contro gli yankees». A conferma di ciò va rilevato che fu un nativo americano, il generale Stand Watie, capo dei Cheroches, l’ultimo ad ammainare la bandiera confederata.
D’altra parte, pretendere l’abolizione immediata del regime di schiavitù, non certamente più disumano di quello imposto agli operai nelle fabbriche del Nord, ad una società, come quella sudista, che su di esso basava la propria economia agricola, come pretendeva Lincoln, avrebbe significato la dissoluzione di quella società. «Nella quasi totalità i sudisti furono abbastanza tolleranti nella gestione della “peculiare istituzione” della schiavitù», scrive il curatore.
Ed Edward Lee Childe in un capitolo tratto dal suo libro, che molto opportunamente Marabello fa precedere al testo di Blanche Lee Childe a mo’ di capitolo preliminare, scrive: «La schiavitù forniva un campo di battaglia ai contendenti, serviva da linea di demarcazione netta […] Come il cavallo di Troia, offriva un veicolo comodissimo per introdurre la discordia e la distruzione in seno all’edificio della Costituzione».
La vera ragione della lotta non fu la schiavitù. Nel suo capitolo introduttivo Edward Lee Childe offre un compendio sulle cause che portarono al sanguinoso conflitto: rivalità di interessi economici tra il Nord manifatturiero e il Sud agricolo, contrasti politici tra le ragioni del federalismo e del centralismo, fattori climatici e razziali come l’origine sociale delle due popolazioni del Nord e del Sud, differenze profonde di mentalità.
Se a Boston, Filadelfia e New York commercianti e speculatori, industriali e proletari, riassume Marabello, «si dannavano l’anima per emergere in quella frenetica corsa al dollaro […] al Sud invece l’esistenza veniva fatta scorrere pigra e senza affanno». Agli occhi dei sudisti il nordista «pareva che odiasse quasi la gioia di vivere, giacché sfacchinava tutta la settimana e non indulgeva allo svago». Peraltro, le tesi di Edward Lee Childe sono state riprese, ampliate e approfondite dallo storico francese Dominique Venner in quello che è il suo capolavoro: Il bianco sole dei vinti.
Ricordiamo infine ai facili moralisti della storia e a coloro che pretendono come gli uomini debbano pensare, le parole di Benedetto Croce nei suoi Elementi di politica: «la vera storia non nega ma giustifica, non respinge ma spiega, non conosce figli bastardi e degeneri, ma solo figli legittimi». E in ogni caso «se manca l’animo libero nessuna istituzione serve, e se quell’animo c’è, le più varie istituzioni possono secondo tempi e luoghi rendere buon servigio».
Sandro Marano
(pubblicato su Barbadillo del 28 ottobre 2020)