I “Padroni nell’ombra” e “Il grande risveglio” smascherano il potere globale
Tiziana Alterio, giornalista d’inchiesta indipendente, scrittrice e attivista, esperta di politica internazionale con una laurea in Giurisprudenza, ha lavorato per Rai e Mediaset, dove ha intervistato filosofi e pensatori di grande rilievo e ideato e condotto una trasmissione televisiva su Canale 5. Dal 2002 ha scelto il giornalismo indipendente, viaggiando come reporter in Africa, Asia, Sud America e nei Paesi arabi, raccontando le trasformazioni globali da una prospettiva autentica e libera. Fondatrice e direttrice per otto anni della testata giornalistica IlMediterraneo.it. Relatrice in conferenze nazionali e internazionali, è una delle voci più autorevoli del giornalismo indipendente. È autrice di numerosi saggi tra cui il bestseller Il Dio Vaccino (2021), tradotto in altre lingue, La Guerra Silenziosa (2016), Colpo di Stato (2018), I Conquistatori (2019), Putin (2022) e i due volumi di Interviste Rivoluzionarie (2020-2023).
Padroni nell’ombra è un suo libro nel quale prova ad interrogarsi su chi eserciti realmente il potere nelle dinamiche globali e su quanto le decisioni che influenzano la vita dei cittadini siano determinate da attori poco visibili o poco conosciuti dal grande pubblico. Partendo dalla sua esperienza giornalistica, cerca di analizzare le connessioni tra élite economiche, istituzioni internazionali, gruppi di influenza e grandi interessi finanziari. Indaga ciò che spesso rimane fuori dal racconto ufficiale della politica e dell’economia, invitando il lettore a riflettere su quanto i meccanismi del potere siano complessi e stratificati. Si propone anche come stimolo al pensiero critico: capire come funzionano le strutture di potere- secondo l’autrice – è un passo fondamentale per una cittadinanza più consapevole.
Dott.ssa Alterio cosa l’ha spinta a scrivere “I padroni nell’ombra” e quale domanda o intuizione ha dato origine a questo lavoro?
Mi sono chiesta quali fossero i collegamenti più stretti tra Israele e Stati Uniti ed ho iniziato a collegare i grandi eventi che hanno coinvolto la geopolitica internazionale degli ultimi sei anni (Covid, guerra in Ucraina, conflitto a Gaza) scoprendo qualcosa di interessante sul coinvolgimento di una élite ebraica in questi avvenimenti. Già durante il periodo del Covid avevo seguito un’inchiesta che mi aveva portato al cuore del sistema economico-finanziario alla base delle più grandi multinazionali al mondo, ovvero élite finanziarie quali Vanguard, Black Rock e State Street. Era possibile dare un volto a questo sistema? – mi sono interrogata – partendo dall’inchiesta che mi aveva indotto a scrivere il libro “Il Dio vaccino” . Ovviamente sì.
Il libro parla anche di padroni nell’ombra, a chi si riferisce? Individui, organizzazioni o rete di interessi economico – finanziari interconnessi?
Quando si pensa all’élite ebraica il nostro immaginario va subito a nomi come Rothschild, Warburg, Oppenheimer ma sono state in parte sostituite, o affiancate, da una nuova élite ebraica, molto più giovane, composta da quarantenni e cinquantenni che hanno cavalcato l’onda della rivoluzione tecnologica. Oggi ritroviamo questa nuova generazione, strettamente legata al potere politico statunitense, a capo di grandi multinazionali strategiche — molte delle quali operano nello sviluppo tecnologico e nell’intelligenza artificiale —. Per fare nomi concreti: Sam Altman, fondatore di OpenAI, spesso considerato uno dei padri dell’intelligenza artificiale; i fondatori di Google, Larry Page e Sergey Brin; Mark Zuckerberg di Facebook; Alex Karp, amministratore delegato di Palantir, una delle multinazionali più discusse anche negli Stati Uniti. Palantir, in particolare, è presente in molte guerre consumatesi negli ultimi anni, operando a stretto contatto con servizi segreti come la CIA, l’FBI e il Mossad. Questa nuova élite si configura quindi come una vera e propria tecno-oligarchia finanziaria, con un potere enorme nelle proprie mani. Non è un caso che società come Google o la sua società madre Alphabet, fino a pochi anni fa concentrate sull’informazione, sul mercato pubblicitario e sulla comunicazione, negli ultimi 2-3 anni hanno cominciato ad occupare posizioni anche nel mercato della guerra, un business altamente redditizio. Le commissioni finanziarie coinvolte sono enormi. Nel libro parlo anche di Larry Fink, a capo di Black Rock, che controlla gran parte delle multinazionali citate. Quando si parla di interessi economico-finanziari, l’obiettivo non è mai la tutela della collettività o il benessere dei cittadini, ma esclusivamente il profitto.
Un altro tema affrontato riguarda il rapporto tra potere politico ed economico: chi influenza oggi le grandi decisioni globali?
Basta guardare agli ultimi 20-30 anni. Siamo arrivati al punto in cui la politica, intesa come arte di governare e tutelare la collettività, è ormai ostaggio delle grandi multinazionali e delle corporation finanziarie. È talmente evidente che chi decide le sorti dei cittadini e dei popoli sono grandi corporation finanziarie, che hanno nelle loro mani anche una buona parte del debito sovrano e partecipazioni significative in società strategiche nazionali, anche in Italia, come Leonardo S.p.A., la principale azienda italiana nel settore aerospaziale, difesa e sicurezza, che produce velivoli, elicotteri, radar, satelliti e sistemi militari, considerata strategica per la sicurezza nazionale, ed è partecipata da Black Rock.
Di conseguenza, le decisioni politiche vengono fortemente influenzate da grandi interessi economici. Un’immagine significativa è quella del 5 settembre 2025, quando il Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riunito alla Casa Bianca i leader delle grandi multinazionali delle big tech per un pranzo.
Questo incontro pubblico, aveva lo scopo di inviare un messaggio alle altre potenze mondiali — Russia e Cina: il governo federale statunitense ha stretto un forte patto di alleanza con chi conta davvero, i “padroni dell’ombra”, cioè coloro di cui i governi hanno bisogno. Oggi gli Stati Uniti, senza la tecnologia delle grandi big tech e senza il supporto del mondo della finanza, non potrebbero imporre alcuna scelta sul piano della geopolitica internazionale. Siamo in un momento di grande complessità e pericolo, perché il potere e il controllo di queste tecnologie sono concentrati nelle mani di poche persone guidate dalla concorrenza e dal profitto. I governi diventano ostaggio di questi poteri e ne dipendono per la loro strategia geopolitica.
Un ulteriore rischio è rappresentato dal fatto che i governi non riescono a stare al passo con una legislazione adeguata. Al recente vertice sulle tecnologie in India, Sam Altman ha lanciato un appello ai leader mondiali affinché intervengano rapidamente con limiti normativi alla tecnologia che le loro aziende stanno sviluppando, perché la situazione potrebbe sfuggire di mano senza che i governi se ne rendano conto. Inoltre, il potere politico rischia di diventare irrilevante: il controllo del controllato si confonde, e non esiste una terza parte che equilibri questo potere.
I governi hanno bisogno della tecnologia, e la tecnologia ha bisogno dei governi per finanziare e sviluppare i propri progetti, creando un circolo senza equilibrio esterno. E, tutto questo è favorito da una legislazione che sostiene lo sviluppo di queste grandi aziende. Aziende come Amazon e altre multinazionali operano in Italia, ma portano gran parte dei profitti altrove, limitando il beneficio diretto sul territorio. Inoltre, pagano tasse ridotte rispetto alle imprese locali, piccole e medie, che devono competere in un mercato spietato e ingiusto. Negli ultimi 30-40 anni, questa logica della globalizzazione ha favorito solo i più forti, facendo scomparire o indebolire chi è piccolo. Di conseguenza, le grandi multinazionali hanno accumulato un potere enorme, influenzando non solo le decisioni globali, ma anche quelle di ciascun singolo paese. Gli spazi di confronto tra élite politiche ed economiche sono assolutamente influenti. Un esempio recente riguarda la censura durante il periodo del Covid: alcune parti della scienza, dell’informazione e dell’opinione pubblica sono state silenziate dai social media come Facebook e YouTube (Alphabet), facendo passare una narrazione precisa e controllata dall’alto.
Salvo poi che il 24 agosto 2024, Mark Zuckerberg ha inviato una lettera al Presidente della Commissione Giustizia della Camera degli Stati Uniti in cui ammetteva pressioni da parte dell’amministrazione Biden per censurare oltre 20 milioni di post legati al Covid solo nel 2021. Questo dimostra quanto potere abbiano queste corporation, capaci di cambiare completamente la narrazione della realtà. Se pensiamo che Alphabet e Amazon, insieme, controllano circa il 30% del mercato pubblicitario mondiale, comprendiamo che hanno la capacità di influenzare i consumi e le opinioni su scala globale. Siamo all’interno di un vero e proprio “grande fratello”, dove gli algoritmi e i sistemi di intelligenza artificiale determinano consumi, opinione pubblica e perfino la percezione di conflitti e guerre. Inoltre, queste corporation hanno il controllo della sorveglianza e della gestione dei dati personali, il vero “oro” di questo secolo, oltre a possedere tecnologie militari avanzate e strumenti legati all’intelligenza artificiale, rendendole poteri di enorme condizionamento a livello globale.
La menzogna ha sempre regnato, c’è sempre stata una narrativa ufficiale da rispettare categoricamente, vero?
La storia è sempre stata raccontata dai vincitori, ma rispetto a pochi decenni fa, oggi ci troviamo in una situazione ancora più complessa. Gli strumenti tecnologici sofisticati hanno la capacità di direzionare la storia e la realtà in modi nuovi, creando confusione tra ciò che è reale e ciò che è virtuale. Siamo arrivati a un punto in cui decifrare immagini di guerra, capire se un presidente parla realmente o se è l’intelligenza artificiale a generare il suo discorso, diventa sempre più difficile. Per questo credo che il nostro compito sia radicarci nell’aspetto umano: nell’emotività, nella spiritualità, nell’intuizione, in tutto ciò che non è artificiale e che definisce veramente l’essere umano. Questo è particolarmente importante in una fase storica di transizione. Dico “fase di transizione” perché ci sono tutti i segnali della fine di un impero: il crollo dell’Impero Anglo-Americano. La storia insegna che quando un impero sta crollando, diventa più aggressivo, come un animale ferito. Le numerose guerre, quanto accaduto in Palestina e ora in Iran, così come lo sconvolgimento in Medio Oriente, ne sono simboli evidenti.
Ma la crisi riguarda anche i valori: costumi, etica, umanesimo e spiritualità stanno cedendo il passo a una visione in cui la macchina sostituisce l’uomo, e l’uomo tenta di sostituirsi a Dio e alla natura, perdendo il suo orizzonte spirituale. Siamo quindi in una fase complessa, in cui un sistema di valori sta crollando perché non più sostenibile, anche dal punto di vista economico, e qualcosa di nuovo sta lentamente emergendo. Un esempio recente riguarda la gestione della pandemia da Covid-19. Durante questo periodo si è sperimentata una nuova tecnologia medica, come i vaccini a mRNA, e molte grandi aziende farmaceutiche hanno operato a livello globale, spesso senza un consenso pienamente informato, come già documentato nel mio libro. Nei decenni passati, le sperimentazioni venivano condotte in paesi in via di sviluppo, come Africa e India; durante la pandemia, lo stesso modello è stato applicato anche nei paesi occidentali.
Abbiamo imparato che le grandi organizzazioni mondiali della sanità, come l’OMS, non sono più completamente autonome, ma sempre più pilotate da interessi economici privati. Fino agli anni ’90, queste organizzazioni erano finanziate principalmente da fondi pubblici dei governi, proporzionati al PIL. Da allora, con l’avvento del neoliberalismo, il finanziamento privato ha cominciato a crescere, fino al punto in cui oggi l’OMS è gestita quasi esclusivamente da privati, tra cui figure come Bill Gates, con evidenti conflitti di interesse. E’ impossibile sostenere un organismo che dovrebbe essere super partes, ma che al tempo stesso ha interessi economici nelle aziende che producono e commercializzano vaccini. Questo fenomeno non riguarda solo l’OMS, ma molte grandi organizzazioni internazionali, diventate soggetti privati con enormi poteri e risorse. Non sono più strumenti neutri per la collettività, ma entità influenzate da interessi economici privati, spesso in conflitto con la loro missione originaria.
La magistratura che ruolo avrebbe dovuto svolgere in questo scenario?
Quello che posso dire è che negli ultimi anni la magistratura è stata molto latente anche in momenti storici particolarmente difficili. Molti medici hanno curato in scienza e coscienza, eppure sono stati sospesi. Ci sono stati numerosi fatti documentati su cui la magistratura avrebbe potuto indagare molto, ma non c’è stata un’inchiesta seria. Questo, secondo me, è anche sintomatico: la magistratura riflette l’immagine di un periodo complesso e difficile della storia , come quello che stiamo vivendo.
Il film “Il grande Risveglio” (guarda il trailer sul sito www.ilgranderesveglio.it ) che uscirà a settembre in Italia, racconta il periodo di transizione che stiamo attraversando ?
Rappresenta un tentativo di comprendere e raccontare questa transizione. Il film, che sto portando avanti insieme al regista Paolo Cassina racconta, attraverso storie italiane e straniere, come una minoranza di persone stia indicando una possibile via d’uscita dal caos attuale. La parola chiave è risveglio. Bisogna veramente trasformare questa crisi, questa catastrofe, in una direzione positiva, trasformare la resistenza in una visione in cui l’idea principale è la rilocalizzazione: ritornare ad essere umani e recuperare il senso di comunità che abbiamo perduto. Gli individui sono più manipolabili rispetto alla comunità, quindi dobbiamo ricostruire una comunità forte. Inoltre, bisogna trovare soluzioni alternative già esistenti. Nel film ne parliamo: riguardano imprese, finanza, agricoltura e cibo. Per esempio: come fare per non andare più nei supermercati, dove si trova cibo industriale, ultraprocessato che nuoce alla salute e si sostiene un sistema di grandi corporation. Un’alternativa concreta è creare supermercati autogestiti dai cittadini. Un cittadino – ingegnere, medico o chiunque – presta due ore al mese per far funzionare il supermercato, occupandosi di attività come la cassa o lo scarico delle merci. E’ un esempio di come si possa andare oltre il sistema, superare le scelte imposte dall’alto, e dare spazio ad una vera visione alternativa.
Rapporto tra informazione e potere: i media raccontano queste dinamiche o esistono limiti nel farlo?
I media, così come i canali televisivi e i giornali, sono ormai sotto il controllo di soggetti privati. È chiaro anche a un bambino di sei anni che, in queste condizioni, la libertà di informazione è praticamente impossibile, perché le testate e le emittenti seguono interessi economici specifici. La vera informazione dovrebbe essere fatta al di fuori di questi circuiti. Non è facile, ma è possibile creare spazi alternativi. Per farlo, spesso si ricorre a piattaforme come YouTube e i social media, anche se non tutto può essere detto o raccontato, perché la censura esiste. In ogni caso, anche gli spazi fisici di confronto — incontri di persona, conferenze, convegni — hanno un ruolo fondamentale. Durante il periodo del Covid, per esempio, questi eventi sono stati strumenti estremamente utili per informare la popolazione in modo diretto e indipendente.
Qual è stata la fonte o la ricerca che l’ha più coinvolta nel libro?
Devo dire che fare una ricerca giornalistica è come costruire un grande puzzle. Ci sono tanti pezzi e la sfida è riuscire a metterli insieme per vedere il quadro nella sua complessità. Non esiste un unico elemento interessante: è l’insieme della ricostruzione che permette di capire le dinamiche, scoprire ciò che è nascosto e collegare i vari pezzi per farsi un’idea complessiva della realtà. Oggi, più che mai, la vera arma dei cittadini è la conoscenza. Per questo dobbiamo continuare a esplorare, conoscere, imparare, sviluppare fiuto e capacità critica. Questa capacità critica si costruisce solo se siamo centrati, se abbiamo un “centro” dentro di noi. Per essere centrati serve un lavoro interiore: rallentare, prendere distanza dal tritacarne della vita quotidiana, osservare in silenzio e riflettere. La forza interiore è fondamentale, e va mantenuta insieme alla forza dell’unità. Non voglio dare l’impressione di impossibilità o di sconfitta di fronte ai grandi poteri: al contrario, esiste una grande possibilità. Dal disastro e dalla catastrofe può nascere una rinascita, una rivoluzione gentile e positiva, non una rivoluzione violenta o di contrapposizione diretta. Non possiamo scendere in piazza contro questi poteri, perché saremo totalmente perdenti, come dimostrato in passato da chi ha cercato di sfidare direttamente le multinazionali.
La vera rivoluzione parte dall’interno. Da lì, possiamo iniziare a connetterci con gli altri, costruire comunità, liberare l’immaginazione e trovare soluzioni creative e alternative per superare il sistema, non per combatterlo direttamente, ma per andare oltre. Oggi molte persone sono sopraffatte dai media e dai social, che offrono spesso contenuti di distrazione. Questa overdose di informazioni rende difficile discernere la realtà: quando sei in sovraccarico, la prima reazione è ritirarsi e cercare tranquillità.
Per affrontare questa complessità è necessario prendere distanza, osservare la realtà con lucidità e sviluppare la capacità di sintesi. La critica si costruisce dentro di noi, attraverso l’intuito e l’osservazione, non accettando passivamente ciò che ci viene detto dai media. Senza questo lavoro interiore, rischiamo di essere come una bandiera al vento, sopraffatti da tutto ciò che ci circonda. Anche per me, come giornalista, non è facile gestire la quantità enorme di informazioni che ricevo ogni giorno. Ma cerco di decifrare, intuire le fonti più affidabili e farmi un’idea chiara. Questo diventa ancora più importante con l’avvento dell’intelligenza artificiale, perché la distinzione tra realtà e virtuale sarà sempre più sfumata. La sfida è grande, ma è anche un’opportunità per sviluppare discernimento e consapevolezza.
Parlare di élite globali o di poteri poco visibili espone spesso l’accusa di complottismo, come distinguere tra indagine giornalistica e narrazione complottista?
Ho una formazione giuridica, essendo laureata in giurisprudenza, e questo mi ha reso estremamente rigorosa. Nei libri che scrivo, non c’è mai un’opinione personale. Se qualche opinione emerge, come nel caso delle due pagine di prefazione, lo dichiaro chiaramente: “questo è quello che penso”. Per il resto, tutti i miei libri non sono mai stati smontati o confutati. Questo perché un giornalista serio si attiene esclusivamente alle fonti. Non c’è spazio per il complottismo: raccontare fatti documentati, come ad esempio che Alphabet abbia chiuso un accordo con Netanyahu per 1,2 miliardi di dollari nell’ambito del progetto Ninbus per sostenere con la sua tecnologia un conflitto, non è un’opinione, è un fatto. E i fatti non possono essere accusati di complottismo. Bisogna fare attenzione ai giornalisti: chi racconta senza documentare non è un giornalista serio. La verifica delle fonti e la corretta documentazione dei fatti sono criteri fondamentali per stabilire l’affidabilità di un giornalista. Questo è ciò che garantisce la solidità del lavoro giornalistico.
Ha ricevuto critiche dopo aver pubblicato questo libro?
Ovviamente sì, perché quando si affronta un argomento delicato come l’élite ebraica, ci si muove in un terreno particolarmente sensibile. Sul libro in particolare devo dire di no, ma sull’argomento in generale sì, perché è facile essere accusati di antisemitismo. Ho profondo rispetto per tutto ciò che il popolo ebraico ha vissuto durante l’Olocausto e le persecuzioni. Questo, però, non toglie che si possa osservare la realtà: esiste un’élite ebraica che ha avuto e continua ad avere un coinvolgimento significativo in eventi contemporanei, come nelle ultime guerre.
Questa élite appoggia il governo di Netanyahu e pur non dichiarandosi sionista, ne sostiene di fatto la politica, offrendo tecnologia per conflitti bellici. Perciò ritengo corretto parlarne, così come ho sempre affrontato temi legati al globalismo in modo documentato e rigoroso.
Molte decisioni sembrano essere lontane dal controllo democratico. La democrazia oggi è in crisi? E quali strumenti hanno i cittadini per comprendere e influenzare queste dinamiche di potere?
Sì, la democrazia è in grande crisi. Non è una mia opinione personale: lo dicono i dati. Ad esempio, l’astensione elettorale è un indicatore evidente di un malessere politico diffuso. In realtà, questo può anche essere strategico per i grandi poteri, che dall’alto riescono ad orientare l’opinione pubblica. Chi va a votare fornisce comunque una percentuale di consenso pubblico, ma il vero potere non è esercitato né dalla destra né dalla sinistra: chi prende le decisioni è “a monte”. L’Italia è sempre stata, dalla Seconda Guerra Mondiale, in una condizione di dipendenza dagli Stati Uniti, e oggi ci troviamo in una fase di crisi globale. Anche l’Unione Europea è un grande carrozzone che, nella gestione dell’ultima guerra in Medio Oriente, cerca di assumere una posizione unica, seppur diversa rispetto agli Stati Uniti. Negli ultimi decenni non è stata la politica interna a decidere sulle nostre vite: le decisioni sono venute dal potere economico e finanziario, dalle grandi multinazionali.
Cinzia Notaro