Il paradosso dell’attimino

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Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo la prefazione di Sandro Marano al volumetto di Vito Santamato “Il paradosso dell’attimino” (La matrice edizioni, pp.38)

Quante volte abbiamo sentito dire dalla donna che amiamo, e che magari stiamo aspettando sotto casa: “un attimino e sono pronta”. Sappiamo che quell’attimino può dilatarsi, nel migliore dei casi, in una selva di minuti e, qualche volta, in buone mezz’ore. Con tanti saluti alla sua etimologia derivante dal latino “atomo”, a sua volta ricalcata dal greco antico, che vuol indicare uno spazio brevissimo di tempo, un istante. Attimino, è per l’appunto un diminutivo, grammaticalmente corretto, che suscita però qualche perplessità in ordine al suo significato semantico e forse per questo è aborrito dai puristi. L’attimo è già un intervallo di tempo brevissimo e, di regola, non può ammetterne di più piccoli. Ma l’attimino, probabilmente, ha una sfumatura qualitativa e non quantitativa, che spiega la sua diffusione nel parlato. Con l’attimino si vuole fare generalmente un appello alla nostra pazienza, alla nostra cortesia, alla nostra benevolenza.

Questa piccola premessa ci è sembrata doverosa per cercare di inquadrare Il paradosso dell’attimino di Vito Santamato, un testo stravagante ed enigmatico, dove al lettore è richiesta una certa abilità nel mettere insieme le tessere di quello che appare a tutta prima un vero e proprio puzzle letterario.

Non sappiamo se Santamato, che fin da giovane ha coltivato la passione per le materie letterarie e si è dedicato a comporre poesie e racconti che, come lui stesso dice, sono frutto di “lunghe ed elaborate decantazioni”, abbia voluto celare dietro la forma racconto alcune riflessioni filosofiche sul tempo che va, o se, piuttosto, abbia voluto fare il verso all’umorismo inglese.

C’è sicuramente nel testo un protagonista che viene indicato come “l’uomo che non sapeva amare”, che è poi, se non andiamo errati, il Gianni dell’introduzione, protagonista pure di un’esilarante scena che si svolge al bancone del bar. Qui l’attimino invocato dal ragazzo che col suo: “permette un attimino?”, sopravanza quattro o cinque avventori, compreso lo stesso Gianni, ha indubbiamente qualcosa di dolente, oltre che di umoristico. Come dolenti sono gli attimini in cui Gianni attende un mezzo pubblico alla fermata per recarsi al lavoro, mentre ormai sta albeggiando.

Agli “attimini” sembrano contrapporsi i ricordi dell’infanzia e tutti quegli attimi fuggenti, che si vorrebbero eterni, come quelli d’un amore passato, che baluginano in Gianni (e in ciascun uomo) grazie all’intervento di due figure mitiche: il fanciullino perduto (per l’infanzia) e l’elargitore di sogni (per la vita matura).

Qui l’attimo fuggente, richiamato dal ricordo, sembra sottrarsi, appunto per un attimo (scusate il gioco di parole), a quella che è la sperimentata slealtà del tempo.

Ma al di là della sottile distinzione tra attimo e attimino si profila ineluttabile la nostra umana caducità, cui non si sottrae nemmeno l’amore per la persona amata. E come scrisse superbamente il poeta delle grandi stagioni della vita, Vincenzo Cardarelli:

“dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo”.

Sandro Marano