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Mancavano ormai pochi giorni al natale. Nel corridoio del reparto oculistico le infermiere si davano da fare per addobbare le pareti con scritte e ghirigori augurali e allestire in un angolo un albero e un piccolo presepio. C’era, malgrado tutto, un’aria di festa, un’impazienza febbrile, una gaiezza mal dissimulata, accresciute dall’andirivieni più fitto e più cerimonioso di parenti ed amici.

Soltanto i ricoverati sembravano parteciparvi poco o punto. C’erano quelli rattristati o affranti per l’esito della malattia, quelli rassegnati alla sofferenza, quelli lieti e distesi per l’imminente guarigione. Ma di quella festa, in fondo, cosa importava loro? Non sarebbe stato, alla fin fine, un giorno come un altro? Anche per quelli di loro che, dimessi temporaneamente dall’ospedale, avrebbero passato due o tre giorni in famiglia, dopo, non sarebbe ricominciato tutto daccapo? E quelli in via di guarigione non sarebbero stati troppo presi dalle cento accortezze della convalescenza e da quella meravigliosa sensazione di ripresa, di crescente vigoria e salute che segue una malattia, per poter gustare la festa?

Ma un giorno particolare doveva pur esserlo, giacché il calendario lo segnava in rosso. Non foss’altro che per le sue suggestioni religiose. La notte incantata, i pastori, le greggi, i taglialegna, gli artigiani, il coro degli angeli, il «tu scendi dalle stelle», l’attesa fervida e smisurata di un qualcosa di cui non sappiamo dire nulla. Forse, a contare, in fondo sono i ricordi felici e lontani dell’infanzia. Ma l’incessante procedere delle cose travolge le nostre speranze e i nostri timori. E licenzia tutti i personaggi del presepio, che allo sguardo disincantato o incredulo si rivelano come l’incarnazione dei nostri desideri di pace e di giustizia.

I santini, posti ben in vista sul comodino a capo d’ogni letto, nonostante le preghiere e le invocazioni, rimangono impassibili. Niente li turba, nemmeno il pianto silenzioso del mio compagno di stanza, Tonio, un giovane di trent’anni con moglie e figli, colpito da un glaucoma maligno, che perdeva con la vista anche il suo mestiere di cuoco.

Nel frattempo Nicola, canuto e affabile, ricorda malinconicamente la sua infanzia.

– L’aria di Natale è inconfondibile… Al mio paese, sai, mia madre, dopo avermi imbacuccato ben bene, mi portava alle dieci di sera sul terrazzino, mi faceva aspirare a pieni polmoni l’aria e diceva con tono carezzevole: «Nicò, dimmi, non la senti l’aria di Natale?» E in quell’aria pungente e fredda della notte c’era davvero un aroma speciale, si sentivano le arance sbucciate, la legna arsa, le caldarroste… ormai la si avverte assai di rado… in città, adesso, non ci sono che macchine!

Io andavo su e giù per il reparto. Avevo saputo che a mezzogiorno mi avrebbero dimesso. Mi rassettai  e mi apprestai a salutare tutti coloro con i quali avevo scambiato quattro chiacchiere durante le interminabili ore di degenza in ospedale. Mi avvicinai a Pasquale, che aveva subito un delicato intervento e se ne stava tranquillo steso a letto.

– Non ti dispiace passare qui il Natale?

– No – mi risponde pacatamente – per me Natale verrà quando riavrò la vista, allora ci sarà la luce del Natale!

Sandro Marano