La nomofobia. Un’epidemia silenziosa
Viviamo in un’epoca dominata dal digitale. La tecnologia, progettata per semplificarci la vita, è ormai parte integrante della nostra quotidianità ma, come in ogni grande rivoluzione, esiste anche un lato nascosto: l’eccessiva dipendenza dagli strumenti tecnologici che utilizziamo ogni giorno.
La nomofobia non è solo un semplice attaccamento al telefono, ma può trasformarsi in un vero e proprio problema di salute mentale e sociale. Essa influisce negativamente sulla qualità della vita, dando origine a fenomeni come la dipendenza psicologica, uno stato di allerta continuo causato dal controllo ossessivo del dispositivo, l’isolamento sociale, difficoltà di concentrazione nello studio e nel lavoro, nonché una riduzione dell’attività fisica. L’avvocato Gianfranco Amato, presidente dell’Associazione Giuristi per la Vita, ci parlerà della paura di restare senza smartphone e di come questa condizione stia cambiando il nostro modo di vivere, di relazionarci e persino di pensare.
Quando si è reso conto che questo fenomeno stava diventando sempre più diffuso?
Qualche anno fa, prima del Covid, proprio qui in Puglia. Un caro amico, a Trinitapoli, mi aveva fatto notare che c’era un problema di contaminazione da onde elettromagnetiche, legato anche alla questione dei cellulari ed ho valutato quanto fosse grave l’impatto di questo inquinamento elettromagnetico sui cellulari. Mi è stato chiesto di analizzare, con il solito sistema un po’ divulgativo, questo aspetto particolare, che mi ha portato ad approfondire la questione della nomofobia , termine coniato nel 2008, a seguito di uno studio fatto da una società, commissionato dall’allora direttore del settore mobile della telefonia inglese, che se ne era accorto. Ho cominciato a leggerlo e mi si è aperto tutto un mondo, fino a tenere conferenze che mi hanno consentito negli anni, di girare quasi tutte le scuole in Italia, dalla Val d’Aosta fino alla Sicilia, e rendermi conto della tragicità del problema, soprattutto tra gli adolescenti, ma anche tra gli adulti.
Perché oggi si parla così tanto di dipendenza digitale? Quali provvedimenti dovrebbero essere presi?
I provvedimenti li dovrebbero prendere innanzitutto i genitori, perché questo è una questione educativa. Ci sono persino genitori che si vantano di certe cose. Per questo è importante organizzare momenti informativi e formativi spiegando loro le conseguenze dal punto di vista psicologico, mentale, sociale e fisico di questa dipendenza. Devo dire che la grande maggioranza dei genitori che partecipano alle mie conferenze prende atto del problema e molti adottano delle misure, perché la prima cosa da fare è dare consapevolezza. Molti di essi non si rendono conto che il proprio figlio, già a 4 o 5 anni, riesce a cercare un video su YouTube dallo smartphone e pensano sia particolarmente intelligente. Purtroppo non è così.
Quindi si potrebbe paragonare ad una forma di assuefazione simile a quella della droga?
Esattamente. C’è un documento redatto dalla 7ª Commissione permanente del Senato della Repubblica Italiana del 9 giugno 2021, conclusivo di un’indagine sull’impatto del digitale sugli studenti e sui giovani, che evidenzia una dipendenza chimica e psicologica, con relative conseguenze dal punto di vista anche mentale e sociale. È una dipendenza a tutti gli effetti, equiparata a quella da cocaina per certi aspetti e, per chi utilizza alcune piattaforme social, anche alla ludopatia. Tecnicamente si chiama “compenso variabile intermittente”.
In che modo la nomofobia si manifesta nella vita quotidiana?
Non esiste una ricetta universale: ognuno deve fare appello alla propria intelligenza e alla propria esperienza. Per esempio, molti di coloro che hanno inventato queste tecnologie, Steve Jobs, Yvonne Williams, Sandra Pesati, Google, Chris Anderson ,Bill Gates e altri, non fanno usare lo smartphone ai propri figli fino ai 14 anni. Dopo lo permettono imponendo regole precise; mentre per alcuni social devono attendere la maggiore età. Non sono ipocriti: lo dicono chiaramente. Il problema è che i genitori spesso non ascoltano. Il modo migliore per cambiare un comportamento è sostituirlo con uno incompatibile, cioè trovare un’alternativa più gratificante. Per esempio, alcune famiglie dopo cena fanno giochi da tavolo: stanno insieme e si divertono. Altre, quando vanno al ristorante o in pizzeria, mettono a loro disposizione carta e colori invece del cellulare. Ci sono anche attività come il burraco o il gioco del pigliato, che sviluppano concentrazione, memoria, ragionamento e coordinazione: l’ opposto di ciò che fa lo smartphone. Anche teatro, musica e sport sono alternative efficaci, perché sviluppano concentrazione, memoria ed empatia.
L’uso del cellulare a tavola compromette il dialogo familiare?
Sì. I bambini lamentano soprattutto la mancanza dello sguardo: cercano quello dei genitori e non lo trovano. Dicono che è proprio lo sguardo a farli sentire persone. È una scena terribile: genitori che mangiano guardando il cellulare e figli che cercano uno sguardo che non arriva.
Chi è più a rischio?
Gli adulti. Un test semplice: se non riesci a lasciare il cellulare da venerdì a lunedì, hai un problema. Esistono anche applicazioni come “Benessere Digitale” che mostrano quanto tempo si passa al telefono e come lo si usa. Quando si fa scrolling continuo, cioè una ricerca distratta di contenuti, si entra in una dinamica di dipendenza. In Italia la media è di circa 5 ore e 40 minuti al giorno, di cui e la maggior parte non è per lavoro. Lo scrolling è spesso pura distrazione e alimenta il bisogno di dopamina, come una droga digitale.
Quali sono le conseguenze psicologiche e relazionali?
Molti ragazzi non sanno più comunicare dal vivo e non riescono a leggere il linguaggio non verbale. Il rischio è quello di avere individui isolati, senza relazioni sociali, fragili e facilmente manipolabili.
È ancora possibile recuperare un rapporto equilibrato con il cellulare?
Sì, ma serve uno sforzo: una sorta di digital detox. Bisogna poi costruire un uso più consapevole e riempire il tempo libero con alternative più gratificanti. Questo è fondamentale.
Lo smartphone sta sostituendo genitori e insegnanti?
Sì, soprattutto con l’Intelligenza Artificiale. I ragazzi fanno domande esistenziali ad una macchina invece che alle persone. Questo è molto pericoloso.
La nomofobia è legata al transumanesimo?
Sì, può essere vista come un primo passo verso una prospettiva transumanista, cioè il superamento dei limiti biologici dell’uomo attraverso Tecnologia, Intelligenza Artificiale e Bioingegneria.
Cinzia Notaro