Trump contro Papa Leone XIV: l’ultimo atto di una sfida millenaria tra Cesare e Pietro

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Dinanzi ai recenti, scomposti ed incomprensibili attacchi del Presidente USA Trump al Sommo Pontefice Leone XIV, pur nella drammaticità del momento, ci hanno fatto alquanto sorridere le improvvisate difese d’ufficio di chi, schierandosi dalla parte di Sua Santità, è portatore di ideologie mai state benevole nei confronti della Chiesa e dei vari successori di Pietro. Per carità, non che altri “credi” politici siano ben disposti, occorre però precisare che in qualsiasi parte del mondo, tutte le ideologie sono state e sono sideralmente lontane dal Vangelo di Cristo. È noto e risaputo che ogni leader politico vorrebbe imporre i propri principi anche alla Chiesa e udire, dal Pontefice di turno, quanto farebbe comodo per il proprio tornaconto politico. Ovviamente è un discorso che vale anche per l’Italia, che non tralascia alcuna epoca, ivi compresa quella in cui era in auge la maggioritaria non cristiana Democrazia Cristiana.

Quanto alle prese di posizione anti-Trump della sinistra del campo largo, è un copione già visto ieri ed avantieri da quelli che sono stati i progenitori dell’attuale campo largo.

Ricordiamo infatti, molto bene, gli attacchi o gli osanna a Giovanni Paolo II a seconda di dove si recava in visita apostolica o, a seconda di chi incontrava o riceveva. Se si recava infatti nella terra comunista di Sandino, ovvero il Nicaragua di Ortega (4 marzo 1983) con tanto di teologia della liberazione imperversante erano osanna e lodi se, invece, meta del viaggio apostolico era il Cile di Pinochet (1-6 aprile 1987), un fiume di polemiche travolgeva il Pontefice reo di incontrare il generale golpista che non andava legittimato dalla presenza del successore di Pietro.

Giovanni Paolo II, in un clima di polemiche infuocate, è giunto ieri sera in Cile”, scriveva l’organo di stampa del PCI, “l’Unità” il 2 aprile 1987. Calcava la penna il giornale comunista il successivo 4 aprile con Mario Gozzini: “Viviamo nella civiltà dell’immagine E l’altra aera un’immagine è corsa per il mondo, e ha ferito molte coscienze il Papa al balcone di quel palazzo dove la libertà e il diritto furono cancellati nel sangue, accanto all’oppressore – le cui mani seguitano a grondare sangue innocente – che appare, a ragione, gongolante di orgoglio. Un’immagine che è una contraddizione stridente, una smentita bruciante di quelle solenni pronunce del magistero cattolico Un’immagine che colpisce a fondo credenti e non credenti perché, fornendo all’oppressore un riconoscimento pubblico negatogli fin qui da tutti i rappresentanti della comunità internazionale, inquina l’autorità morale della Chiesa e sequestra le speranze degli oppressi” (M. Gozzini, “Siamo feriti da quell’immagine”, “l’Unità” del 4 aprile 1987).

A chi ha una concezione ideologica del magistero della Chiesa, sarebbe stato interessante chiedere: ma Gaspare del Bufalo – canonizzato da Pio XII il 12 giugno 1954 – che armato di Crocifisso si incuneava nelle impervie regioni dello Stato Pontificio dominate dal brigantaggio, si recava in quei luoghi per portare la parola del Signore o per legittimare il malaffare trovandosi davanti anche chi aveva le mani grondanti di “sangue innocente”?

La visita in Nicaragua ebbe il culmine il 4 gennaio 1983 allorquando, a Managua, durante la Santa Messa, Giovanni Paolo II fu vivacemente contestato per aver stigmatizzato il concepimento di una Chiesa nuova ed alternativa alla Chiesa tradizionale la cui unità è essenziale per annunciare il messaggio del Vangelo.

Per quanto si trattò di una protesta orchestrata dal regime che annoverava non pochi sacerdoti sandinisti, il 6 marzo 1983 «l’Unità» dava la versione comunista dei fatti intitolando come segue un articolo dell’inviato Alceste Santini: “Contestato dal popolo di Managua il Papa non ha retto alla sfida”.

Il 10 aprile 1985, al termine della udienza generale del mercoledì in piazza San Pietro, Papa Giovanni Paolo II incontrava una delegazione dell’Eurodestra capeggiata da Jean Marie Le Pen, leader francese del Fronte Nazionale di cui facevano parte, tra gli altri, Giorgio Almirante segretario del MSI-DN, il Capo della Destra greca Chrýsanthos Dimitriádis ed altri parlamentari europei.

Il giorno dopo l’organo di stampa del PCI, “l’Unità”, attaccava il Papa scrivendo: “Il leader del ‘Front National’ francese, il segretario del Msi e gli altri parlamentari di Strasburgo si trovavano nelle prime file davanti al sagrato della basilica vaticana, vestiti in completo blu scuro. Il pontefice ha stretto la mano a ciascuno dì loro, molti dei quali si sono genuflessi al passaggio di Giovanni Paolo II. L’incontro era dunque chiaramente preordinato: ed è un fatto che non può non suscitare sconcerto […] Una forte protesta per il fatto che il papa ‘abbia ricevuto e dialogato con chi incoraggia idee e atti criminali’, è stata espressa dalla Fgci (Federazione giovanile comunista italiana, ndc) di Roma” (“Nella piazza il papa stringe la mano a Le Pen e Almirante”, “l’Unità” 11 aprile 1985).

Nuove lodi furono tributate a Giovanni Paolo II quando si recò nella Cuba comunista di Fidel Castro (21-26 gennaio 1998). Per quanto si trattasse di una dittatura, il 22 gennaio, un gongolante Gianni Minà, in un articolo dal titolo significativo, “Da oggi i cubani si sentono meno soli”, esaltava su “l’Unità” la visita papale scrivendo tra l’altro: “Ma le parole del Papa non arriveranno solo al 30% di praticanti cattolici o evangelici, bensì alla sensibilità di un popolo che è stato educato al marxismo e alla santeria, ma ascolterà le sue omelie come il contributo di un uomo di pace, al suo bisogno di farsi sentire, di non farsi più raccontare per stereotipi, di essere giudicato con onestà intellettuale”.

Giunse il 16 dicembre 2000 e poco ci mancò che l’estrema sinistra giungesse violentemente in Piazza San Pietro per impedire a Papa Giovanni Paolo II l’accensione dell’Albero di Natale donato al Vaticano dalla regione austriaca della Carinzia il cui governatore, Jorg Haider, regolarmente eletto per via popolare, ma tacciato nazista, era presente al fianco del Pontefice.

Che dire, infine, del “dono” offerto a Papa Francesco dal Presidente boliviano Evo Morales, in occasione del viaggio apostolico del Pontefice in Bolivia nel luglio 2015? Un Cristo non sulla Croce, ma sulla falce e martello.

Michele Salomone