Mattei e Cefis. Gli architetti dell’Italia occulta.

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Dopo il successo ottenuto con il libro “Enrico Mattei Politico e manager” (edizioni Pagine i libri del Borghese), Pietro Giuseppe Parisi si fa nuovamente vivo con un volume fresco di stampa “Mattei e Cefis. Gli architetti dell’Italia occulta” (Casa Editrice Pagine; https://www.ibs.it/mattei-cefis-architetti-dell-italia-libro-pietro-giuseppe-parisi/e/9791282232883).

Quando abbiamo constatato che la ennesima fatica culturale di Parisi trattava unitamente a Mattei (Presidente ENI 1953-1962) la figura di Eugenio Cefis (Presidente ENI 1967-71; Presidente Montedison1971-1977), siamo sinceramente sobbalzati sulla sedia perché, da una vita, il nome di Cefis è stato calunniato e vituperato, beffeggiato e chiacchierato, da una certa stampa e da una certa politica dedite più che alla ricerca ed all’approfondimento, al killeraggio reportistico e giornalistico. L’autore del libro non ha nulla che fare con siffatte paccottiglie, perché quando esamina e sviluppa un argomento lo fa confrontando più tesi, pensieri ed opinioni al fine di fornire vari strumenti di lettura anche in chiave critica.

In merito al nuovo libro pubblicato, abbiamo rivolto alcune domande al dottor Parisi, che ringraziamo per la disponibilità.

Dottor Parisi, perché ha sottotitolato il suo nuovo libro su Mattei e Cefis “architetti dell’Italia occulta”? Non le pare un pochino spinto come titolo?

Più che una provocazione, il titolo vuole essere una precisa chiave di lettura storica e riflette una visione critica ben presente nel dibattito pubblico e in autorevoli ambienti intellettuali. Ho voluto sintetizzare l’idea che entrambe le figure abbiano svolto un ruolo profondo e, per certi versi, opaco nell’assetto del potere economico e politico italiano. Intorno a Mattei e Cefis si è sviluppata una fitta rete di trame e dinamiche sotterranee, sebbene – è bene ricordarlo – con modalità, fini e responsabilità storiche profondamente diverse tra loro.

Per le intuizioni e la lungimiranza che ha avuto, potremmo definire Mattei uno statista pur non essendo stato un uomo di governo?

Certamente sì. Mattei è stato anzitutto un grande manager strategico che ha saputo fare alta politica pur senza ricoprire cariche istituzionali. Molti biografi concordano sul fatto che, per peso specifico, carisma e visione geopolitica, avrebbe potuto tranquillamente aspirare alle più alte cariche dello Stato, compresa la Presidenza della Repubblica. È proprio questa sua enorme influenza, unita alle congetture sulle sue possibili ambizioni politiche, ad aver alimentato il forte sospetto che la sua fine tragica sia stata l’effetto di un sabotaggio mirato a fermarne l’ascesa.

Poco loquace e per nulla ciarliero, Cefis è stato accusato del tutto e del contrario di tutto e, nonostante provenisse come Mattei dalla Resistenza, fu perfino sospettato di golpe. Sicuramente, restando silenzioso e non controbattendo alle contumelie dei sui detrattori, Cefis sa attirò ancor di più accuse e critiche. I silenzi di Cefis, a suo parere, erano di natura caratteriale o erano tesi a logorare i suoi detrattori non curandosi di loro?

A differenza di Mattei, che rispondeva colpo su colpo a ogni attacco mediatico e politico, Cefis preferiva lasciare che le accuse gli scivolassero addosso, fedele a uno stile radicalmente riservato. Questo distacco, tuttavia, non significava affatto passività: Cefis operava attivamente e con grande efficacia nell’ombra. I suoi celebri silenzi erano in parte figli di un tratto caratteriale rigoroso, ma rispondevano soprattutto a una precisa strategia: non alimentare le polemiche per logorare i detrattori e privarli di argomenti. Scegliendo di non replicare, finiva inevitabilmente per catalizzare ulteriori sospetti nell’opinione pubblica, ma nel contempo guadagnava tempo prezioso e un enorme spazio di manovra nei palazzi del potere.

Riguardo la concezione economica, che differenze vi furono fra Mattei e Cefis?

I principali contrasti si consumarono proprio sulla filosofia di management dell’Ente Nazionale Idrocarburi. Mentre Mattei agiva in totale autonomia, spesso costretto a muoversi da solo perché isolato o non compreso dalla politica, Cefis – pur non essendo un subalterno – godeva di solide sponde nei partiti di governo. In sintesi, Mattei gestiva l’ENI come uno strumento geopolitico al servizio dell’interesse nazionale, muovendo guerra aperta alle grandi lobby internazionali e accettando il rischio di perdite di bilancio se queste servivano al bene del Paese. Cefis, al contrario, applicava un rigido pragmatismo industriale: l’ENI doveva essere prima di tutto economicamente sana e integrata nel sistema economico esistente, poiché solo un’azienda in utile avrebbe potuto fare reale politica industriale. Mattei voleva scardinare le regole del gioco; Cefis voleva vincere la partita applicando le regole già scritte.

Premesso che sarà la Storia a giudicare, è innegabile che Mattei e Cefis siano stati due tecnici di primordine. Basti pensare che furono loro, per primi a parlare di centrali nucleari di tecnologie nucleari. Una lezione che il nostro paese ha rifiutato. Perché?

Enrico Mattei fu un anticipatore straordinario anche nel campo dell’energia nucleare. Avendo intuito che il metano e il petrolio non sarebbero bastati a coprire il boom economico italiano, pianificò inizialmente la costruzione di una decina di centrali, progetto poi ridimensionato. L’unica a vedere la luce in quel primo ciclo fu la centrale di Latina, costruita in tempi record ed entrata in funzione nei primi mesi del 1963, poco dopo la scomparsa del manager.

Anche Cefis era favorevole all’atomo, ma con una visione puramente industriale e prudente: vedeva il nucleare come una frontiera tecnologica e avanzata, manifestando scetticismo sui costi complessivi e rifiutando una “corsa all’oro” energetica senza precisi calcoli di ritorno economico. Il successivo rifiuto degli italiani, sancito dal referendum del 1987, maturò a causa di tre fattori concomitanti: il forte impatto emotivo del disastro di Chernobyl (avvenuto soli 14 mesi prima del voto), la progressiva perdita di fiducia dei cittadini verso lo Stato e l’ENEL a causa dei forti ritardi e della lievitazione dei costi dei quattro impianti nazionali (Latina, Garigliano, Trino e Caorso), e infine una massiccia campagna antinucleare che spaccò il quadro politico, dove solo il Partito Repubblicano e i Liberali sostennero la causa nucleare in modo convinto.

Andranno in porto, secondo lei, il Piano Mattei ed il Ponte sullo Stretto voluti fortemente dal Governo Meloni? Oppure uno o nessuno dei due progetti?

È opportuno ricordare che la ‘Formula Mattei’ degli anni ’50 e ’60 era un modello cooperativo rivoluzionario, basato su accordi paritari con i paesi produttori, la cui completa realizzazione fu stroncata proprio dall’attentato di Bascapè. L’attuale iniziativa del governo italiano si richiama esplicitamente a quella filosofia, promuovendo lo sviluppo sostenibile e la cooperazione economica con le nazioni africane attraverso investimenti mirati nelle rinnovabili, nelle infrastrutture digitali e nell’agribusiness. Il progetto ha ottenuto riscontri positivi sia dalla Commissione Europea sia da diversi partner africani, anche se l’instabilità geopolitica legata ai conflitti in corso ne sta rallentando l’iter, a cui si aggiungono le critiche interne per una governance giudicata troppo accentrata.

Per quanto riguarda il Ponte sullo Stretto, da siciliano auspico vivamente che quest’opera possa finalmente vedere la luce. Il governo ha già impegnato coperture finanziarie significative per entrambi i progetti, ma gli ostacoli tecnici, burocratici e politici rimangono complessi. In ultima analisi, la stabilità dell’attuale esecutivo e la prospettiva di una continuità politica con una maggioranza solida saranno i fattori decisivi per trasformare questi ambiziosi piani in realtà concrete.

Michele Salomone