Trasparenza e sicurezza dei vaccini.

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Abbiamo  il piacere d’ intervistare il dott. Stefano Montanari nanopatologo specializzato in microscopia e nanotecnologie, sulla trasparenza, sicurezza dei vaccini e gestione della crisi sanitaria globale. Discuteremo inoltre circa le  sue posizioni riguardo l’origine del COVID-19, le sfide legate all’uso di nanoparticelle nei vaccini , il silenzio delle istituzioni e della  magistratura, nonché della Commissione Parlamentare d’inchiesta COVID-19.

Dott. Montanari, ha sostenuto che il COVID-19 sia stato elaborato artificialmente utilizzando sequenze genetiche esistenti. Può spiegare su cosa si basa questa certezza e quali sono gli argomenti scientifici a suo favore?

Premesso che  non sono un virologo ma, del resto, non lo sono nemmeno diversi personaggi etichettati come tali, non mi pare di aver detto nulla di nuovo. Dell’argomento mi era capitato di parlare con Luc Montagnier, il quale era stato piuttosto chiaro, e  mi sono limitato a riferire molto succintamente quanto mi aveva detto. Comunque, modificare in laboratorio sequenze come quelle virali è relativamente semplice e lo si può fare in vari modi, per esempio introducendo spezzoni di altre sequenze.

Ha affermato che la sequenza artificiale del virus è “inaccettabile dalla natura”. Quali effetti specifici questa incompatibilità avrebbe sulla capacità di isolamento e identificazione del virus?

La Natura tende a difendere e conservare la propria integrità, e in quella difesa rientrano in parecchie occasioni, ad esempio, gli aborti spontanei (oggi sempre più diffusi) e, nel caso in questione, le difese consistono nel rifiuto naturale di accettare sequenze come accade spesso in quelle create artificialmente. Per questo, le sequenze virali fatte in laboratorio mutano velocissimamente, e lo fanno nel tentativo di trovare una situazione compatibile con la Natura. Queste mutazioni rendono di fatto impossibile effettuare l’isolamento di una situazione definitiva, situazione che può non arrivare mai ad esistere. Insomma, non riusciamo ad acchiappare qualcosa che corre molto più velocemente di quanto sappiano fare le nostre capacità d’inseguimento.

Quali  le implicazioni per la salute umana se il virus fosse stato creato in laboratorio rispetto all’ipotesi di una zoonosi naturale?

Dobbiamo chiarire cosa siano le zoonosi. Si tratta di malattie infettive trasmesse da una specie ad un’altra, per esempio quelle che colpiscono l’uomo provenendo in qualunque modo da altri esseri viventi. Esempi ce ne sono parecchi, e tra questi la malaria, la salmonellosi, la rabbia, la toxoplasmosi… Occorre, poi, ricordare che il patogeno – batterio, fungo o virus che sia – non ha alcun interesse a combattere contro chi lo ospita ma, anzi, ha tutto l’interesse a stabilire una situazione di convivenza pacifica. Questo implica un processo temporale lungo di adattamento, processo che può essere anche piuttosto burrascoso, specie nelle fasi iniziali. Se arriva un patogeno nuovo, un patogeno con cui non ci siamo mai incontrati, la burrasca è assicurata. Il fenomeno è notissimo e spiega come mai gl’indigeni sudamericani morivano quando entravano in contatto con gli spagnoli invasori nella prima metà del ‘500. In poche parole, ma la materia è quanto mai complessa e articolata, occorre tenere presente come, per motivi che molto hanno a che fare con la geografia, gli spagnoli erano stati in contatto per migliaia di anni con una serie di animali resi domestici: equini, bovini, suini, ovini e caprini fra loro, tutti animali sconosciuti in Sudamerica dove la fauna locale consentiva solo la domesticazione di pochissimi animali, di fatto poco più del lama e della cavia allevata per scopi alimentari. Solo da questi avevano ricevuto batteri e virus con cui erano arrivati ad un adattamento reciproco. Dunque, nei millenni gli spagnoli erano diventati resistenti a quanto era stato loro trasmesso dagli animali euroasiatici, mentre i nativi sudamericani, isolati dall’Eurasia, non lo erano, e quelle che per noi europei erano malattie lievi o, comunque, guaribili, erano invece letali per le popolazioni invase, con una mortalità che superò in certe zone il 90%. Fu così che bastarono pochissimi spagnoli per conquistare il Sudamerica, una conquista ottenuta con le malattie molto più di quanto non sia stato con le armi. Noi tutti, oggi, siamo nella situazione in cui si trovarono i sudamericani del XVI secolo, dovendoci confrontare con patogeni che ci sono biologicamente sconosciuti e nei confronti dei quali non abbiamo armi per difenderci al di là di una resistenza generica. Se, poi, il patogeno muta continuamente e, peggio ancora, rapidamente come è per quelle che chiamiamo varianti, le cose peggiorano. Non si creda, comunque, che l’adattamento possa avvenire in tempi rapidi: di regola sono necessarie non poche generazioni, e l’adattamento potrebbe anche non essere mai raggiunto, cosa che è accaduta in più di una circostanza.

Esistono pericoli biologici legati alla manipolazione genetica di virus come il COVID-19? Se sì, quali sarebbero?

Il pericolo è ovvio: l’organismo umano non ha sviluppato alcuna difesa e reagisce in modo violentissimo all’invasione di forme di vita come batteri e funghi o di “quasi vita” come è per i virus, una reazione tanto violenta da poterci uccidere. Il fatto è ampiamente noto da parecchio tempo, e chi ha letto il romanzo La Guerra dei Mondi pubblicato da H.G. Wells nel 1897 ne ha testimonianza. In conclusione, giocare con le sequenze virali può essere in qualche modo divertente e anche appagante per qualcuno, ma è quanto mai pericoloso.

Molti esperti sostengono che l’adozione dei vaccini mRNA rappresenti una “rivoluzione” nel trattamento delle malattie infettive. In realtà rappresentano la terapia genica del futuro con diverse incognite?

Già chiamare quei prodotti vaccini significa ingannare il popolo. I vaccini, per essere tali, devono contenere il patogeno, qualunque ne sia la condizione. Nel caso dei farmaci cui lei  fa riferimento, il  patogeno non c’è e, quindi  si tratta di altro. Cambiare goffamente la definizione di vaccino è, a dir poco, vergognosamente ridicolo. Di fatto si tratta di farmaci che vanno ad alterare il patrimonio genetico, qualcosa di cui non abbiamo esperienza e di cui, perciò, ignoriamo le conseguenze a breve, medio e lungo termine, comprese le influenze che questi possono comportare sulle generazioni future. Fare gli apprendisti stregoni usando tecnologie delle cui conseguenze non possiamo avere idea è un salto nel buio. Deve essere chiaro: per tutta la mia vita ho fatto ricerca e sono sempre stato un sostenitore del progresso tecnologico, ma il progresso, per essere davvero progresso, deve avanzare in tutta sicurezza, e qui di sicurezza non c’è davvero nulla, mentre i rischi sono potenzialmente enormi oltre ad essere in gran parte sconosciuti. L’mRNA ha la funzione di modificare certe istruzioni scritte nel DNA, istruzioni di cui noi abbiamo una conoscenza molto modesta, a dispetto dei proclami, e pretendere di interferire in quel modo con la Natura è un atto ingenuo di presunzione. Se si vuole intraprendere quella strada, una strada di certo interessante, non c’è che cominciare davvero a sperimentare nei modi e nei tempi necessari, e questo al di fuori di interessi troppo noti ed evidenti perché non si perda tempo a parlarne.

Asserisce che siano presenti  “veleni” nei vaccini. Quali componenti ritiene siano pericolosi e perché?

Noi analizziamo i vaccini da quasi 20 anni, e nelle centinaia di campioni esaminati abbiamo trovato sempre inquinanti sotto forma di particelle inorganiche micro- e nanodimensionate, corpi estranei sulla cui patogenicità non esistono dubbi. Altri laboratori specializzati in settori differenti dal nostro trovano inquinanti diversi, ma di questi non voglio parlare perché non sono risultati del nostro lavoro e non ne posso rispondere. Quello che è certo, almeno per quanto ci riguarda, è che ciò che noi troviamo costantemente è incompatibile con l’organismo.

Ci può spiegare cosa intende per ricetrasmittenti” in relazione ai vaccini? Quale sarebbe il loro ruolo nella vaccinazione?

Non ho fatto accenno particolare ai vaccini. Io ho detto che è ampiamente possibile introdurre nel corpo dei piccoli corpuscoli artificiali capaci di ricevere e trasmettere informazioni. Nulla di nuovo in tutto questo. Basta ricordare i cosiddetti chip, oggi realizzabili anche in dimensioni micrometriche e impiantabili nei tessuti.

Come risponde a chi dice che le sue posizioni potrebbero alimentare la disinformazione e minare la fiducia della popolazione nella scienza e nella medicina?

Credo che qui si superi ogni confine del ridicolo. Noi abbiamo sempre presentato la documentazione di quanto abbiamo trovato, e nessuno è mai stato in grado di contestarlo al di là di chiacchiere senza contenuto reale. La scienza, quella vera e non quella contrabbandata per tale, ha poche regole, ma tutte sono chiare e ineludibili. Nel nostro caso, si presentano i risultati di osservazioni e misure, e chiunque ha piena libertà di discuterli. Per farlo, però, si ripetono le indagini e si confrontano i risultati o, meglio ancora, si eseguono le indagini insieme. È innegabile che si è cercato e si cerca, spesso con successo, d’impedire l’esecuzione delle indagini, e questo da solo dovrebbe dimostrare come quelle critiche siano prive di qualunque fondamento. Sempre restando nell’ambito della scienza, tutti i risultati devono poter essere liberamente discussi, cosa, peraltro, garantita dalla morale e dalla Costituzione all’art. 33, e chi, in qualunque modo, ne impedisce o anche solo ne ostacola l’applicazione è tecnicamente un delinquente. Come è evidente, qualunque tipo di confronto è negato perché si deve ritenere vero tutto ciò che viene affermato da chi detiene il potere, e questo senza che esista una dimostrazione. Dal punto di vista scientifico il valore di quelle affermazioni è zero. Quindi, la disinformazione è tutta a carico di chi vieta la libertà d’informazione che è garantita dalla Costituzione all’art. 21. Ma ormai – temo – la Costituzione sia stata trasformata in un libricino di cui farsi beffe. Quanto alla sfiducia crescente nella classe medica, la cosa è inevitabile stanti i risultati, ed è la classe medica stessa ad esserselo cercato.

Aprendo una breve parentesi, se dovesse fare una previsione per il futuro della farmacologia e dei vaccini nei prossimi dieci anni, come immagina che evolverà la ricerca su nanoparticelle e nanotecnologie e  quali rischi ci sarebbero nel loro utilizzo?

Sono costretto a dire che, a parte il poco che possiamo fare noi con i mezzi di cui disponiamo, non esiste una ricerca sulle nanoparticelle. Quando si mette in atto una ricerca occorre tanta onestà, e l’onestà non sempre è gradita in certi ambienti che “contano”. Prescindendo da ciò, se davvero si volesse intraprendere una ricerca seria, una ricerca che comprenda onestamente la valutazione dei rischi, credo che si potrebbero ottenere risultati molto interessanti e utili. Sul futuro prossimo della farmacologia non sono ottimista. Penso, invece, che alla lunga le cose possano cambiare.

Lei ha affermato che la magistratura non stia svolgendo un’indagine adeguata su alcuni aspetti legati alla gestione della pandemia. Cosa intende esattamente con questa osservazione?

Non mi pare sia in corso alcuna indagine da parte della magistratura. Mi limito a ricordare che un processo equo prevede l’audizione di tutte le parti, e, se una parte è esclusa o, peggio, è giudicata inattendibile a priori, l’equità non può più esistere. Impedire l’analisi dei cosiddetti vaccini, classificarli come segreto militare, obbligare a iniettarseli, vietare l’accesso alle informazioni dei contratti pubblici di acquisto e di tutta la documentazione al seguito sono atti palesemente illegittimi, su cui la magistratura deve, quanto meno, indagare, e l’indagine, se mai esista, non pare dia risultati. Deve essere chiaro che indagare non significa certo condannare in modo automatico ma, semplicemente, significa conoscere i fatti senza pregiudizi e permettere a chiunque di conoscerli. Poi, con tutti gli elementi in mano, udite serenamente le parti, la magistratura farà il mestiere che ci si aspetta faccia. Se queste ovvietà sono impedite, non posso non farmi qualche domanda. Mi permetta di aggiungere un’altra ovvietà: quel mostro “legale” che è il cosiddetto scudo penale, una stravagante garanzia d’immunità concessa ai medici a fronte dell’atto che compiono vaccinando, rivela senza possibilità di dubbio che i medici sono del tutto consci del fatto che quei prodotti, per di più somministrati con le modalità correnti, sono tutt’altro che sicuri. Anche qui la magistratura tace, quando, addirittura, dichiara quella serie di assurdità, accettabile.

Cosa dire sul silenzio imbarazzante della Commissione Parlamentare COVID-19: nasconde mancanze o omissioni nelle indagini?

Mi pare evidente che una commissione allestita com’è quella del Parlamento non ha alcun valore e, forse, è meglio che non si esprima. Se si volesse veramente affrontare l’argomento con una commissione, i componenti dovrebbero essere anche quelli che dichiarano punti di vista diversi e quelli che possono portare dati tecnici, e dovrebbero essere  messi in condizione di disporre di ogni dato, compresi quelli che si ricaverebbero con analisi di laboratorio che sono vietate.

Conflitti di interesse tra la comunità scientifica, industrie farmaceutiche e  istituzioni governative. In che modo questo potrebbe aver influenzato la gestione della crisi sanitaria globale?

La comunità scientifica è qualcosa che non esiste. Per esistere dovrebbe ospitare liberamente scienziati veri, vale a dire liberi da qualunque condizionamento e da qualunque interesse di denaro, di carriera e di potere o anche solo di vanità. Sui conflitti d’interesse c’è poco da discutere: è sufficiente constatare la posizione di non pochi cosiddetti scienziati nei confronti delle case farmaceutiche. Quello che si sta facendo oggi pare, con tutta evidenza, essere mirato a un bersaglio che non è certamente quello della salute. Fino a che si lascerà che le industrie farmaceutiche agiscano  in piena licenza nel loro esclusivo interesse, per di più forti di margini di guadagno immensi e di “amicizie” particolari, non avremo via d’uscita. Basti pensare a come vengono svolte le “sperimentazioni” di fatto inesistenti perché estranee ad ogni regola di farmacologia e di tecnica farmaceutica, e a come si controllano i prodotti, controlli che sorvolano su contenuti tanto evidenti quanto incompatibili con l’organismo. Evidentemente, nel mondo che ci siamo lasciati crescere addosso, salute e morale non vanno d’accordo. La domanda che mi faccio io è “che mondo consegneremo alla generazione futura?”

Cinzia Notaro