Donne, fede e potere: riforma protestante e riforma cattolica furono anche al femminile
Per molto tempo la storia della riforma protestante e della riforma cattolica è stata raccontata soprattutto attraverso uomini, istituzioni, guerre religiose, concili, teologi e sovrani. In questa narrazione le donne sono spesso rimaste sullo sfondo, confinate alla dimensione domestica o presentate come figure eccezionali: regine, sante, mistiche. Merry Wiesner-Hanks, storica emerita della University of Wisconsin-Milwaukee e studiosa della storia delle donne e del genere, affronta questa prospettiva in Donne e fede in età moderna. Una storia globale (Carocci, 2026, collana «Frecce», 352 pp., 33 euro), un volume che parte da una domanda semplice solo in apparenza: che cosa succede alla storia delle Riforme se al centro del racconto vengono messe le donne?
La risposta è ambiziosa e modifica in profondità la prospettiva. Non si tratta soltanto di aggiungere qualche protagonista femminile a una vicenda già conosciuta. L’operazione di Wiesner-Hanks consiste piuttosto nel mostrare quanto la religione, tra Cinquecento e Seicento, sia stata anche uno spazio nel quale le donne agirono, negoziarono, resistettero, insegnarono, migrarono, fondarono comunità e, in alcuni casi, pagarono con la vita le proprie convinzioni.
È una differenza importante. La donna non appare qui come semplice destinataria dei cambiamenti religiosi, ma come una delle forze che contribuirono a produrli.
La struttura del libro rende evidente questa scelta. I sei capitoli sono organizzati attorno ad altrettante condizioni o esperienze: monarche, madri, migranti, martiri, mistiche e missionarie. È un modo efficace per evitare una storia rigidamente cronologica e per costruire invece una serie di percorsi umani che attraversano territori, confessioni e continenti.
Il primo capitolo, dedicato alle monarche, porta immediatamente la questione sul terreno del potere. Le donne delle dinastie europee non furono soltanto mogli, madri o figlie attraverso cui passavano alleanze matrimoniali. Alcune ebbero responsabilità politiche dirette e dovettero confrontarsi con le trasformazioni confessionali che stavano dividendo l’Europa. La fede, in questi casi, non era una questione esclusivamente privata: poteva determinare alleanze, successioni, conflitti e rapporti diplomatici. Il riferimento alla regina di Castiglia e alle intricate dinastie dell’Europa settentrionale e orientale suggerisce così quanto la storia religiosa fosse intrecciata con quella politica.
Ma è soprattutto nei capitoli dedicati alle madri e alle migranti che il libro si allontana dalla storia tradizionale delle grandi figure per entrare nella dimensione quotidiana. La famiglia diventa un luogo decisivo della trasmissione della fede. Madri e donne di casa non sono soltanto spettatrici delle decisioni prese dalle autorità religiose: insegnano, difendono convinzioni, prendono posizione e cercano di trasmettere ai figli una determinata identità confessionale.
È un aspetto che permette di comprendere meglio anche una delle grandi questioni dell’età moderna: come una riforma religiosa diventi realmente una trasformazione sociale. Le idee dei teologi, da sole, non bastano. Devono entrare nelle case, nelle scuole, nelle comunità, nelle pratiche quotidiane. E in questo passaggio le donne ebbero un ruolo tutt’altro che marginale.
Il capitolo sulle migrazioni amplia ulteriormente il quadro. E qui emerge con particolare chiarezza la promessa contenuta nel sottotitolo: una storia globale. Gli ebrei costretti a lasciare la Spagna, i musulmani, gli anabattisti, gli ugonotti in fuga dalla Francia e le suore che attraversano gli oceani mostrano una cristianità in movimento, attraversata da espulsioni, persecuzioni, conversioni e tentativi di costruire nuove comunità.
La migrazione, in questa prospettiva, non è soltanto uno spostamento geografico. È anche uno spostamento di identità, memorie e pratiche religiose. Le donne che migrano portano con sé conoscenze, rituali e forme di appartenenza e contribuiscono a ricostruirli nei luoghi di arrivo. Il passaggio dall’Europa al resto del mondo diventa quindi parte integrante della storia delle Riforme, non un capitolo successivo o periferico.
È forse questo uno degli elementi più interessanti del volume: l’Europa non viene cancellata dal racconto, ma perde il monopolio del racconto. Accanto alle vicende di Teresa d’Ávila, Elisabetta I e Anna Hutchinson compaiono convertite in Giappone, suore spagnole nelle Filippine, cristiane africane, missionarie e comunità dell’America settentrionale e dell’America Latina. Il cristianesimo dell’età moderna appare così come una realtà in espansione e trasformazione, nella quale le donne non furono semplicemente trasportatrici passive di una fede europea.
Il capitolo sulle martiri porta questa partecipazione al suo limite estremo: la morte. Qui la storia religiosa si intreccia con la violenza, la propaganda e la memoria. Le donne che muoiono per la propria fede vengono raccontate negli inni e nelle storie, diventano esempi da celebrare e strumenti attraverso cui le diverse confessioni costruiscono la propria identità. Ma Wiesner-Hanks sembra interessata anche a ciò che accade oltre il martirio: alla paura, alla sopravvivenza, alla persecuzione e alla misoginia.
Particolarmente significativo, in questo senso, è il riferimento alla stregoneria. La stessa società che poteva riconoscere in una donna una santa o una martire poteva anche considerarla una minaccia, un’eretica o una strega. Il confine tra devozione, sospetto e condanna non era sempre netto. È un punto che restituisce alla storia religiosa tutta la sua complessità e impedisce di costruire un’immagine idealizzata della partecipazione femminile.
Ancora più delicata è la materia delle mistiche. Teresa d’Ávila è una delle figure più note, ma il libro allarga lo sguardo alle visionarie spagnole, alle contemplative francesi e alle sante africane. Le esperienze mistiche consentivano ad alcune donne di acquisire un’autorità che normalmente era loro negata, ma potevano anche provocare diffidenza e ostilità. Una donna che affermava di ricevere direttamente un messaggio divino metteva inevitabilmente in discussione le gerarchie religiose e la distribuzione tradizionale dell’autorità.
Il riferimento alle «nuove identità sessuali e di genere» inserisce inoltre nel discorso una questione che rende il libro particolarmente contemporaneo, senza per questo trasformarlo in un libro sul presente. L’età moderna viene osservata anche come un periodo nel quale le identità non erano necessariamente rigide e immutabili come talvolta si immagina. Le esperienze religiose potevano produrre comportamenti, ruoli e forme di vita difficili da collocare nelle categorie convenzionali.
Con le missionarie, infine, la dimensione globale diventa centrale. Carcere, assistenza, evangelizzazione, resistenza e adattamento accompagnano l’espansione del cristianesimo in America e in Asia. Ma anche qui il racconto evita la semplice storia della diffusione di una religione dall’Europa verso altri continenti. Le comunità locali non sono semplici recipienti: reagiscono, selezionano, modificano e talvolta resistono. Il cristianesimo che nasce dall’incontro tra culture differenti è quindi il risultato di un processo molto più complesso della semplice esportazione di un modello europeo.
Il merito principale del libro sta proprio in questa capacità di allargare contemporaneamente il campo geografico e quello umano. Wiesner-Hanks non sostituisce una storia dominata dagli uomini con una storia composta esclusivamente da donne. Piuttosto, mostra che inserire seriamente le donne nella narrazione modifica la comprensione dell’intero periodo.
La prospettiva globale è altrettanto decisiva. Parlare di riforma protestante e riforma cattolica significa spesso pensare immediatamente all’Europa del Cinquecento. Qui, invece, la storia prosegue attraverso oceani, migrazioni e missioni. Giappone, Africa, Filippine, America Latina e Nord America entrano nello stesso quadro storico. Il risultato è una rappresentazione del cristianesimo moderno meno compatta e più movimentata, fatta di incontri e conflitti, adattamenti e resistenze.
Il libro non cerca però l’effetto facile della «riscoperta delle donne dimenticate». Il suo interesse sta soprattutto nel mettere in discussione il modo stesso in cui scegliamo i protagonisti della storia. Una regina e una madre, una martire e una migrante, una mistica e una missionaria possono occupare posizioni sociali completamente diverse, ma possono tutte contribuire a illuminare lo stesso processo storico: il rapporto tra fede, potere, identità e società.
Anche la copertina va nella stessa direzione. Il rosso dominante, insieme all’immagine delle mani femminili che stringono un rosario, richiama immediatamente la dimensione della devozione, ma senza costruire un’immagine puramente rassicurante o devozionale. Le mani, gli anelli, il tessuto e il contrasto cromatico restituiscono una presenza concreta, quasi fisica. È un’immagine che porta la fede fuori dall’astrazione e la riconduce a un corpo, a una persona, a una scelta. Una scelta che, nelle pagine del libro, può significare preghiera ma anche conflitto, viaggio, autorità, resistenza e perfino morte.
Donne e fede in età moderna è, in questo senso, un libro sulla religione ma anche molto più di un libro sulla religione. Parla di potere, famiglia, migrazione, violenza, identità, educazione e costruzione delle comunità. E soprattutto mostra come la storia delle idee e quella delle persone siano inseparabili.
Il suo contributo più significativo è forse proprio questo: ricordare che le grandi trasformazioni storiche non avvengono soltanto nelle aule dei concili, nelle corti dei sovrani o negli scritti dei teologi. Avvengono anche nelle case, nei conventi, durante una fuga, davanti a un tribunale, in una comunità appena fondata o nel silenzio di una pratica religiosa quotidiana.
Rimettere le donne dentro la storia delle Riforme significa allora non soltanto correggere un’omissione. Significa raccontare una storia diversa, più larga e più difficile da semplificare. Ed è proprio questa la scommessa di Wiesner-Hanks: trasformare una vicenda che siamo abituati a leggere come europea e prevalentemente maschile in una storia fatta di molte voci, molti luoghi e molte forme di esperienza della fede.
Marino Pagano