Giovanni Romey e l’assedio di Missolungi
Ci sono libri che non hanno bisogno di inventare un racconto restituiscano da sole una voce che il tempo stava per ingollare.
Memorie storiche dello assedio di Mesolongi, testo originale di Giovanni Romey e curato da Alessandro Ferranti — dal 2025 Ambasciatore d’Italia a Jerevan —, appartiene a questa rara categoria. Non si tratta di un romanzo storico né di una ricostruzione formulata con la comoda distanza di due secoli. È, innanzitutto, una testimonianza diretta: lo sguardo di un uomo che visse uno degli episodi più drammatici della guerra d’indipendenza greca — che vide nel Kapodistrias — il più fulgido eroe, da una posizione profondamente contraddittoria.
Tra il 1825 e il 1826, l’assedio di Missolungi divenne il simbolo del filellenismo europeo. La resistenza della città, le sofferenze e la disperata sortita finale entrarono subito nella memoria collettiva del continente. La vicenda di Romey invita tuttavia a guardare quegli eventi da un’altra prospettiva: oltre le mura, tra le file dell’esercito assediante.
Nato a Trapani nel 1770, ufficiale del genio militare, Romey espresse il proprio cimento nelle rivoluzioni che attraversarono il Mediterraneo tra Sette e Ottocento. Arrestato nel 1795 per sospetta cospirazione giacobina, partecipò al movimento napoletano al fianco di figure come Guglielmo Pepe. Poi i moti del 1821, l’esilio in Francia e, nel 1824, l’approdo ad Alessandria d’Egitto al servizio di Mehmet Ali Pascià. Infine la Grecia, nel cuore del conflitto.
Filelleno per profonda convinzione morale, ingeneratagli in primis dalla lettura dei classici, Romey si trovò ad arruolarsi nelle forze ottomano-egiziane di Ibrahim Pascià. In questo cortocircuito risiede il fulcro della sua storia. Mantenne contatti con i patrioti italiani accorsi a sostegno degli insorti, passando loro informazioni sui piani militari e ostacolando, per quanto possibile, le operazioni. Definirlo una spia sarebbe riduttivo e forse ingiusto: fu paladino dei doveri superiori tra l’etica e il necessario, tra rigore professionale e afflato politico. preconizzando nei fatti il più maturo ’48 dei popoli.
Nel 1826, a eventi ancora caldi, fissò queste memorie sulla carta (in seguito avrebbe documentato anche la battaglia di Navarino del 1827). Il valore del suo scritto risiede nella doppia natura dell’autore: la competenza tecnica di ufficiale geniere — attenta a fortificazioni, strategie e manovre — si fonde con la tensione emotiva di chi sapeva che gli assediati combattevano per la sua stessa causa. Non è la prosa levigata di uno scrittore di mestiere, ma il resoconto ruvido di chi osserva e misura il campo di battaglia dovendo stare dal lato opposto a quello che ritiene giusto.
In questo quadro si inserisce il lavoro editoriale di Alessandro Ferranti. Sottrarre il testo di Romey al rischio del dimenticatoio — tra archivi specialistici e raccolte sul fuoriuscitismo risorgimentale — significa rimettere in circolo un documento prezioso. La curatela di Ferranti non si limita al recupero filologico, ma ricuce la biografia frammentaria dell’autore (dall’arresto giacobino al servizio egiziano) in una traiettoria coerente, restituendo la complessità di un uomo che attraversò vari schieramenti per servire un’unica idea superiore, la Libertà.
Grazie a questa fortunata riedizione, Romey smette di essere una nota a margine e diventa uno snodo tra le rivoluzioni napoletane, il Risorgimento italiano e il movimento filellenico. Un’operazione che completa il quadro di un Mediterraneo ottocentesco inteso non come somma di storie nazionali isolate, ma come rete dinamica di esili, cospirazioni e scambi culturali.
La storia guadagna spessore quando si ascoltano le voci scomode, quelle che sfuggono alle rigide ed ergonomiche categorie di eroe e nemico.
Carlo Coppola