Il Governo del “made in Italy” vende la IP (Italiana Petroli) all’Azerbaigian

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C’è una soglia, nella vita pubblica italiana, oltre la quale una notizia smette di essere tale e diventa, semplicemente, sfondo. Qualcosa che accade mentre si guarda altrove — e si guarda altrove con grande, collettiva, disciplinata dedizione.
Così, con la discrezione che si riserva alle cose che non si vuole troppo spiegare, la rete di raffinerie e la rete distributiva IP/API — infrastruttura energetica che qualcuno, in un momento di nostalgia, potrebbe ancora chiamare “strategica” — è passata sotto il controllo di SOCAR, la compagnia petrolifera di Stato della Repubblica dell’Azerbaigian.

Non una società anonima quotata in borsa, non un fondo d’investimento dalle sigle rassicuranti: una compagnia di Stato, con tutto ciò che questo comporta in termini di interessi, indirizzi e dipendenze politiche. Una compagnia che risponde, in ultima istanza, a un governo. A quel governo.

Vale la pena ricordarlo senza indignazione: lo strumento della golden power — il meccanismo che consente allo Stato italiano di esercitare poteri speciali nelle acquisizioni di asset strategici da parte di soggetti extraeuropei — esisteva. Esiste tuttora. Non è stato attivato. Non sarebbe stato necessario nazionalizzare alcunché: sarebbe bastato restare seduti al tavolo, che è esattamente ciò per cui quell’istituto fu concepito.
Invece, raffinerie e rete distributiva hanno cambiato bandiera con la silenziosa efficienza delle cose che si preferisce non annunciare. Occupazione, sicurezza industriale, approvvigionamento energetico: dossier senza fotografia, senza volto, senza il fascino narrativo che cattura i teleschermi.

Il paese, nel frattempo, era giustamente impegnato altrove.

Carlo Coppola