Per il Governo il gas di Aliyev vale più della libertà dell’Artsakh
C’è una domanda sospesa nell’aria di Baku come il fumo acre di un gasdotto: esiste, nella politica estera italiana, una gerarchia dei principi, oppure anche i principi si negoziano, al pari del metano?
La visita di Giorgia Meloni in Azerbaijan per incontrare Ilham Aliyev e stringere accordi energetici ha sollevato reazioni che attraversano l’intero spettro politico italiano, risuonando con un’eco dolorosa fino alle comunità armene disseminate nel mondo. La vicenda ha una duplice dimensione: quella contingente, energetica, dettata dall’urgenza italiana di affrancarsi dalla Russia dopo il 2022; e quella strutturale, morale, che chiama in causa la coerenza di un governo che ha costruito parte della propria narrazione internazionale su un approccio dichiaratamente valoriale alla politica estera.
Se Putin è il tiranno che non si può frequentare, chi è Aliyev? Nel settembre 2023 il suo esercito ha condotto in novantasei ore un’operazione militare che ha determinato la resa dell’Artsakh e l’esodo forzato di centomila armeni dal Nagorno-Karabakh, terra in cui erano storicamente radicati da secoli. Human Rights Watch e Amnesty International hanno documentato distruzione di chiese cristiane, sequestro di prigionieri, depopolamento etnico sistematico. La parola «pulizia etnica» è stata pronunciata da osservatori autorevoli. È con questo interlocutore che Meloni è andata a negoziare il gas.
Nel panorama delle reazioni parlamentari spicca quella dell’onorevole Emanuele Pozzolo (Futuro Nazionale), che già in passato aveva dimostrato di essere solidale con il popolo armeno. Il deputato ha dichiarato all’ANSA che la visita «segna il punto più basso della coerenza nella politica estera ed energetica italiana», aggiungendo: «Dopo aver rinunciato al gas russo in nome della morale, il governo italiano va ora a trattare con un regime autoritario, responsabile di gravi violazioni dei diritti umani e protagonista dell’offensiva militare nel Nagorno-Karabakh contro la popolazione armena». La sua domanda ha il taglio di un bisturi: «Esistono cattivi di serie A e cattivi di serie B?». La sua sentenza è netta: «Questa non è politica estera: è ipocrisia».
Che a compiere questo passo sia proprio l’Italia — Paese con comunità armene storicamente radicate, con città come Venezia e Bari che ne custodiscono la memoria da secoli — aggiunge alla vicenda una sfumatura di amarezza particolare. Il silenzio ufficiale che avvolge la visita, senza un solo riferimento al Karabakh, ai diritti umani o alla popolazione armena espulsa, è forse la sua parte più eloquente. Un’Italia che rinuncia al gas russo invocando i valori democratici, e acquista quello azero ignorando il destino di un intero popolo cristiano, non è un Paese più libero: è un Paese meno credibile. E la credibilità, in diplomazia, è una risorsa non rinnovabile.
Gli armeni ascoltano. E ricordano. E si preparano al voto.
Carlo Coppola