Una petizione popolare per superare l’ “atto dovuto”

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Un’auto della polizia insegue altra auto che non si è fermata all’alt ed anzi ha accelerato la corsa. Ne segue un inseguimento per le strade della città che mette a repentaglio la vita degli inseguitori, quella degli inseguiti e di quei passanti che potrebbero essere investiti. I primi, gli agenti inseguitori, lo fanno perché è loro dovere identificare chi si è sottratto all’alt e capire il motivo per il quale i tipi non si sono presentati; gli altri, gli inseguiti, sfuggono per un qualche motivo alle forze dell’ordine, un motivo che certamente è più importante del rischio di incidente connesso alla corsa frenetica. Ad un certo punto il conducente di quest’ultima auto perde il controllo e finisce contro un muro di recinzione: lui è il compagno muoiono sul colpo. Agli agenti inseguitori giunti sul posto accertando quanto successo chiamano un’ambulanza ed informano il Procuratore della Repubblica il quale, d’ufficio, per “atto dovuto” apre un fascicolo a carico degli agenti che avrebbero provocato ciò che è poi avvenuto. Nel frattempo il fatto diventa di cronaca e viene dato in pasto ai talk show dove l’opinione pubblica è rappresentata da chi difende le forze dell’ordine e da chi invece dice che avrebbero potuto prendere semplicemente il numero della targa lasciandoli andare perché in questo modo si sarebbero salvate due vite. Nel frattempo i superiori dei due agenti della pattuglia per evitare il coinvolgimento dell’Istituzione nella bagarre sollevata, prendono provvedimenti cautelari nei confronti di coloro che, in fin dei conti, hanno messo in pratica ciò per il quale sono stati assunti. Da questo momento in poi gli agenti, per “atto dovuto” sono lasciati soli nelle mani della magistratura che dovrà fare il suo corso per accertare se la loro condotta sia stata lecita o meno.

Questa è una storia di fantasia ma che, a grosse linee, ripercorre ciò che può accadere agli agenti di polizia in circostanze simili ed infatti è di oggi la notizia, vera, di cinque carabinieri indagati dalla Procura di Napoli con l’ipotesi di eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi per aver usato il teaser (strumento non letale che dovrebbe stordire le persone che oppongano una strenua resistenza alle forze dell’ordine, data in dotazione dallo Stato) nei confronti di un 35 poi deceduto in ambulanza.

L’ “atto dovuto” divide l’opinione pubblica ma cosa nel pensano gli addetti ai lavori? Lo abbiamo chiesto a Cataldo Demitri, Segretario Generale Regionale Puglia del Nuovo Sindacato Carabinieri e a Natalino Leobono dirigente del medesimo sindacato.

Segretario Demitri, Cosa si intende esattamente per “atto dovuto” e perché NSC chiede di superarlo?

L’“atto dovuto” è quella procedura per cui, a seguito di una denuncia o di un esposto, o di un fatto criminis il pubblico ministero è “obbligato” a iscrivere il nome dell’operatore di polizia nel registro degli indagati, nel nostro caso, anche quando è evidente che ha solo adempiuto al proprio dovere. Questo automatismo, nato per garantire trasparenza, oggi produce un effetto distorto: espone i servitori dello Stato a gogna mediatica e pregiudizi professionali, prima ancora che venga accertato se vi sia davvero un reato.

Segretario Leobono, in soli cinque giorni a Bari avete raccolto più di 500 firme. Da dove nasce questa straordinaria partecipazione?

Nasce da un sentimento diffuso di stanchezza e di ingiustizia. I colleghi e i cittadini hanno compreso che l’attuale sistema dell’“atto dovuto” non tutela né gli operatori né la verità. Le firme sono il segno di una fiducia che resiste e della voglia di cambiare un meccanismo che spesso trasforma chi serve lo Stato in un imputato ancor prima di esser ascoltato. Questo risultato si deve però anche all’adesione di Indipendenza, che per tramite del suo dirigente Rodolfo Frassanito, dopo aver compreso ed apprezzato la bontà dell’iniziativa si è attivata per diffonderla a istituzioni e ad altre forze di polizia presenti nel nostro territorio.

Demitri, qual è l’obiettivo concreto della proposta del Nuovo Sindacato Carabinieri?

Vogliamo una legge che consenta al magistrato di valutare preliminarmente la fondatezza della denuncia prima di procedere all’iscrizione nel registro degli indagati. Non si tratta di creare zone franche o immunità, ma di introdurre un filtro di razionalità e buon senso, nel rispetto dei principi costituzionali e della dignità di chi opera per la sicurezza del Paese.

Leobono, c’è chi teme che una riforma simile possa ridurre le garanzie per i cittadini. Cosa risponde?

È una preoccupazione legittima, ma infondata. Questa proposta non tocca minimamente i diritti dei cittadini o la libertà della magistratura. Al contrario, punta a rafforzare la credibilità della giustizia, evitando procedimenti inutili e dannosi che distolgono energie dalle indagini realmente fondate. Tutti, cittadini e operatori, hanno diritto a una giustizia equilibrata, non automatica. Inoltre, questa iniziativa si affianca a una proposta legislativa da me e Demitri presentata direttamente a un rappresentante del Governo. Seguiranno un iter legislativo diverso ma speriamo che congiuntamente possano cambiare la procedura attuale per dare serenità all’operatore di polizia durante l’attività delle proprie funzioni

Come proseguirà adesso l’iniziativa dopo il risultato ottenuto a Bari?

Continueremo la raccolta firme in tutta la Puglia e nel resto d’Italia. Ogni sede NSC sta organizzando banchetti e momenti di confronto aperti al pubblico. È una battaglia culturale e di civiltà, non solo sindacale.

Paolo Scagliarini