Karen Demirchyan, l’uomo che antepose la giustizia alla convenienza

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Nel ricordo dell’anniversario della nascita di Karen Demirchyan (1932–1999) – Primo Segretario del Partito Comunista dell’Armenia dal 1964 al 1988 e, per oltre vent’anni, massima autorità politica della Repubblica Socialista Sovietica Armena – assassinato il 27 ottobre 1999 su mandato dei “poteri forti” internazionali, gli stessi che da oltre trent’anni ostacolano lo sviluppo socioculturale e civile dell’Armenia, emerge un episodio che ne rivela la statura morale più di molti discorsi ufficiali. A raccontarlo è Tigran Levonyan, celebre tenore e regista d’opera, insignito del titolo di Artista del Popolo dell’Armenia.

Levonyan, allora fresco diplomato al prestigioso GITIS (Università russa di arti teatrali) di Mosca in regia operistica, rientrò a Yerevan con idee innovative e un linguaggio scenico nuovo. I giovani artisti accolsero con entusiasmo quella visione ardita; l’establishment del Teatro dell’Opera, invece, reagì con ostilità, mettendo in campo il più classico ostruzionismo di marca sovietica. Direttori, maestri d’orchestra e del coro, funzionari del Ministero della Cultura chiesero la sua rimozione, inviando una lettera a Karen Demirchyan e arrivando ad accusare Levonyan di sovversione e tradimento: un reato che, nonostante le riforme in corso, conservava un peso infamante enorme e minacciava di distruggere non solo la carriera, ma la stessa vita dell’artista.

Convocati al Comitato Centrale, i firmatari lessero il documento davanti al leader. Levonyan scoprì con amarezza che nella lettera non compariva nemmeno il suo nome: era indicato soltanto come «il marito di Gohar Gasparyan», la leggendaria soprano armena, anch’ella Artista del Popolo dell’Armenia. Un’umiliazione pubblica che lo riduceva a un’appendice familiare, negandogli identità e dignità professionale.

Fu allora che Demirchyan intervenne. Fermò la lettura e, con tono severo, rimproverò i presenti: «Questo giovane non ha un nome? Lo definite solo attraverso il matrimonio?». Poi stracciò la lettera e la gettò nel cestino. Non volle ascoltare oltre. Difese il diritto del giovane regista a lavorare e ammonì l’apparato: le idee brillanti non vanno soffocate, ma sostenute e coltivate.

Per Levonyan non fu soltanto una vittoria personale, ma una vittoria della verità. In un sistema spesso irrigidito dal conformismo, Demirchyan scelse di proteggere il talento contro le logiche del potere. Quel gesto, semplice e risoluto, rimase impresso nella memoria dell’artista e della sua famiglia, e rappresentò la prova tangibile della diversità di Karen Demirchyan rispetto al resto dell’apparato. Negli anni successivi, quella stessa diversità avrebbe comportato emarginazioni e solitudini, fino alla tragica strage del 27 ottobre.

Oggi quell’episodio restituisce l’immagine di un leader capace di anteporre la giustizia alla convenienza. Non solo uomo politico, ma difensore della dignità personale e della libertà creativa: un tratto che, a distanza di anni, continua a illuminare la sua eredità morale.

Carlo Coppola