Libertà riformattata: il diritto nell’era degli algoritmi

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“La fine del Diritto. La grande sostituzione tecnologica nell’era nuova” , un libro del prof. Ugo Mattei, docente di Diritto civile all’Università di Torino e di Diritto internazionale e comparato al San Francisco College of the Law dell’Università della California, che abbiamo avuto l’onore d’intervistare per comprendere cosa realmente sta accadendo intorno a noi.

Prof. Mattei, andiamo verso un regime dominato da piattaforme, algoritmi, intelligenza artificiale. Eravamo preparati a questo ?

Mai la civiltà umana è davvero pronta alle rivoluzioni tecnologiche e men che meno il diritto, che ha tempi dilatati, mentre la trasformazione tecnologica è rapidissima. Tuttavia, una volta che la novità si manifesta, occorre essere pronti a reagire.

In che modo siamo stati catapultati in una realtà che non ci appartiene, ma che siamo costretti ad accettare?

L’intelligenza artificiale, esito attuale della rivoluzione informatica, è spinta da immensi investimenti di capitale. È il capitalismo che, in Occidente, impone i propri ritmi senza curarsi del nostro consenso.

Scrive nel suo libro: “Quando la legge diventa algoritmo, la libertà è solo un’illusione”. In che senso?

L’algoritmo prevede e determina i comportamenti nello stesso istante. La libertà si basa sul libero arbitrio, progressivamente eroso, semmai c’è davvero stato. L’algoritmo ci governa con la logica del controllo, l’opposto della libertà.

Cosa intende quando afferma che “La legge ha ceduto il passo al codice. La maschera della personalità giuridica è stata sostituita dal profilo digitale”?

Il codice, nel senso dell’informatica, ossia la previsione algoritmica, è un sistema normativo che funziona cercando la conoscenza intima di chi noi siamo, proprio l’opposto della legge, che si preoccupa di cosa facciamo come persone, non di che persone davvero siamo. Persona, in latino, significa maschera sociale, uno schermo della nostra intimità che il diritto rispetta, mentre l’algoritmo non lo fa.

Riprendo un’altra sua citazione: “I diritti, svuotati dall’interno, vengono elusi da piattaforme che decidono unilateralmente chi siamo, cosa vogliamo, cosa possiamo fare”. La civiltà giuridica occidentale è in pericolo?

Certo che è in pericolo! Ho scritto questo libro, e prima di questo Il diritto di essere contro, proprio per suonare l’allarme affinché si possano cercare rimedi.

In un altro passo leggiamo: “Il diritto viene spinto ai margini della storia proprio mentre le tecnologie neuronali e le intelligenze artificiali riformattano le nostre libertà più intime”. Ovvero?

In poche parole, una volta avevamo la libertà di decidere cosa leggere, comprare, votare, mentre adesso sono gli algoritmi a suggerire le nostre scelte e i nostri desideri, ovvero a invadere il nostro spazio decisionale?

I suggerimenti degli algoritmi sono estremamente persuasivi, perché conoscono le nostre pulsioni più intime e sanno manipolarci di conseguenza. In questo senso, anche il concetto di democrazia elettorale va ripensato, in quanto è il marketing a determinarne gli esiti.

Cosa potrebbe accadere se è un algoritmo a prendere decisioni, se l’identità giuridica viene surrogata dal profilo digitale e se l’ordinamento giuridico viene ridotto a input tecnico?

Più avanti si spinge il processo capitalistico, le cui decisioni servono all’accumulo economico fine a se stesso, più si va verso una società fatta di servi delle macchine a profitto di una piccolissima élite di plutocrati e cleptocrati.

Qual è il ruolo della politica e della democrazia in un regime tecnosociale?

Diritto e democrazia scompaiono gradualmente e irrimediabilmente col trionfo del capitale tecnologico privato. In Occidente siamo dentro questo scenario da incubo… basta guardare i volti truci di Trump, Meloni e von der Leyen.

Esiste un confine tra tecnologia allo stato puro e tecnologia che incide sul potere, sulla soggettività e sulla normatività?

La tecnologia è sempre l’esito di condizioni materiali, ossia di strutture. Non può esistere allo stato puro. La distinzione non ha senso.

Si potrebbe pensare che il “diritto” stia cambiando per adattarsi alla nuova realtà digitale?

Il mio libro prova a mostrare come il diritto sia del tutto recessivo proprio perché divenuto inutile per l’accumulo di capitale e quindi non può più mordere. È diventato proprio come tutto il nostro ceto politico: forte coi deboli e debole coi forti.

Quali strumenti suggerisce per restituire al diritto la capacità di regolare il mondo tecnologico?

Bisogna prima di tutto che il diritto recuperi una capacità critica, smetta di essere l’utile idiota delle corporation e incentivi il formarsi di comunità. Per questo il lavoro critico sui beni comuni sta tornando di massima importanza.

Lei non solo denuncia, ma propone una via d’uscita. Quale potrebbe essere?

La buona notizia è che la Cina ci sta dimostrando che il piano, come alternativa al mercato, è tornato efficace e capace di introdurre finalmente una logica di lungo periodo. Beni comuni, pianificazione, espropriazione delle piattaforme, ripudio del liberalismo, oggi divenuto in Occidente la maschera del complesso militare-industriale.

La tecnologia, laddove il potere politico è capace di selezionare una seria classe dirigente, può consentire risultati straordinari se rinazionalizzata e sottoposta a reale controllo politico. Rosa Luxemburg diceva: “socialismo o barbarie”. Mai affermazione è più utile a comprendere il nostro mondo.

Cinzia Notaro